SUAP in variante al PRG – Rapporto tra norma regionale e norma statale e titolarità a presentare l’istanza

Recentemente, per motivi professionali, ho dovuto affrontare l’argomento del progetto di un’attività commerciale in variante al PRG vigente in un comune umbro. Le difficoltà erano date dal rapporto gerarchico tra la norma nazionale (DPR 160/2010) e quella regionale (LR 1/2015 e RR 2/2015). In questo breve scritto tento di dare un contributo di chiarezza operativa.

Innanzi tutto il rapporto tra la normativa nazionale e quella regionale. Benché sia nata una querelle tra coloro che vedono la norma del DPR molto incisiva (perché emanata ai sensi del DLgs. 112/1998), ritengo che in Umbria il rapporto sia stato inteso in maniera pienamente concorrenziale. In ogni caso, non ne voglio fare una questione dei principi di diritto (non ne ho le competenze), e fletterò la norma secondo una visione molto quotidiana, prosastica. La normativa nazionale si limita a indicare alcuni punti fissi, elencati all’art. 2 del DPR 160/2010. In alcun punto si esplicita in maniera chiara la prevalenza e la prescrittività della norma nazionale rispetto a quella regionale. Anzi, in più punti viene esplicitamente ribadita la salvezza (“fatta salva …”) della relativa disciplina regionale. In estrema sintesi, il Decreto dice quali sono le finalità e richiama i termini entro i quali il procedimento si deve chiudere. E sono quelli incardinati nella L. 241/1990. Per il resto si lascia ampia autonomia a Regioni, Camere di Commercio e Comuni al fine di promuovere la realizzazione, la modifica, l’ampliamento di attività produttive (in senso ampio).

L’autonomia della disciplina regionale è ribadita nei fatti (e nel diritto, ovviamente), anche dalla LR Umbria 1/2015 vigente (e mai impugnata dal Governo per questi aspetti). L’art. 32 co. 11 della legge regionale elimina per esempio l’esclusione del procedimento dell’art. 8 che il Decreto aveva posto per le medie e le grandi strutture di vendita. Dunque queste sono possibili in Umbria. E sono state già realizzate, anche in applicazione della LR 1/2015.

Detto ciò, vediamo chi ha titolo a presentare l’istanza ex art. 8 DPR 160/2010. La lettura “stretta” dell’ultima frase dell’art. 8 del citato decreto presidenziale potrebbe trarre in inganno. La frase è questa: “Gli interventi relativi al progetto, approvato secondo le modalità previste dal presente comma, sono avviati e conclusi dal richiedente secondo le modalità previste all’articolo 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.” Sembrerebbe dunque che l’interessato debba avviare e concludere i lavori relativi al progetto. E la cosa ha un suo senso. Tuttavia la frase non finisce dopo la parola “richiedente”, ma continua dicendo “secondo le modalità previste dall’art. 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.” Cioè secondo le modalità con cui normalmente si realizzano gli interventi sottoposti a Permesso di Costruire.

Ora, l’art. 15 del DPR 380/2001 è rubricato: “Art. 15 (R) – Efficacia temporale e decadenza del permesso di costruire”. Tra l’altro la lettera R messa tra parentesi affievolisce ancora l’incisività della norma poiché la porta a livello regolamentare e non legislativo (e infatti anche in questo caso la regione Umbria ha legiferato diversamente, seppure per fasi transitorie). In ogni caso, come è chiaro leggendo tutto l’articolo, questo intende solo fissare i termini di inizio e di fine dei lavori, e non disciplinare la titolarità a presentare l’intervento, che si trova in altra sede.

Che cosa ha voluto fare il decreto presidenziale con l’ultima frase dell’art. 8? Ricondurre a mio avviso l’esito della conferenza dei sevizi (la determinazione dirigenziale finale), a un istituto tipizzato e ben noto qual è quello del Permesso di Costruire, per fissare dei termini certi di inizio e di fine lavori.

Questo perché si erano verificati dei casi in cui era stata approvata la variante urbanistica e la convenzione allegata al progetto aveva disposto dei termini assimilabili a quelli di un piano attuativo (10 anni), per realizzare l’intervento, differendo nel tempo quindi l’attuazione di un progetto che era stato chiesto in deroga al PRG per evidenti e dimostrate necessità imprenditoriali impellenti (nuova attività o ampliamento dell’attività esistente), insinuando più di un dubbio sulla reale necessità di un procedimento acceleratorio e derogatorio.

L’ultima frase dell’art. 8 del DPR 160/2010 non ha secondo me innovato nulla rispetto alla titolarità di chi può presentare l’istanza e di come si conducono i lavori. Né ha espunto dall’ordinamento vigente l’istituto della volturazione del Permesso di Costruire. Né ha espunto dall’ordinamento vigente la possibilità di firmare congiuntamente un’istanza di Permesso di Costruire. Né ha espunto dall’ordinamento vigente la possibilità di firmare un’istanza di PdC a chi abbia diritto reale su un terreno. Si noti che il DPR parla tra l’altro di richiedente: nemmeno di “chi abbia titolo”, che è la formula generalmente usata per indicare chi deve realizzare un intervento edficatorio.

La lettura così stretta della norma si presterebbe poi a un effetto curioso in caso di variazione del soggetto giuridico. Se infatti il richiedente facesse acquisizioni, cessioni di ramo d’azienda, fusione, ecc., esso non sarebbe più (a rigore), lo stesso soggetto. Quindi una norma derivata da un Decreto presidenziale impedirebbe a una società, per un tempo stimabile di 4 anni, di fare alcun movimento societario (fusioni, cessioni, ecc.).

L’effetto paralizzante della interpretazione letterale di questa norma è aumentata poi dal caso (astrattamente sempre possibile), di fallimento della ditta che ha fatto istanza e ha avviato i lavori, ma che, ovviamente, non li ha conclusi. Non si capisce come il richiamo all’art. 15 del DPR 380/2001 del DPR 160/2010 potrebbe risolvere tutti questi casi.

Se il legislatore avesse voluto stringere così fortemente sul soggetto interessato, avrebbe ben potuto farlo all’art. 9 del decreto 160/2010, dove ha previsto una disciplina del collaudo piuttosto puntuale e incisiva. In quell’occasione avrebbe potuto controllare e sanzionare. Ma non lo ha fatto.

E’ evidente allora, che nulla è innovato rispetto alla disciplina ordinaria del Permesso di Costruire.Tra l’altro tutto l’art. 8 non si applica alle strutture di vendita, come recita il comma 3, facendoci tornare alla normativa regionale. Che infatti con l’art. 102 co. 1 lett. g) del RR 2/2015, risolve definitivamente la materia. “g) interventi relativi ai procedimenti di cui al decreto del Presidente della Repubblica 7 settembre 2010, n. 160 (Regolamento per la semplificazione ed il riordino della disciplina sullo sportello unico per le attività produttive, ai sensi dell’articolo 38, comma 3, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.).”E’ evidente dunque che il Comune, in caso di istanza da parte di un’impresa che voglia realizzare un’attività in variante al PRG, debba limitarsi a verificare se ci sono le condizioni urbanistiche e edilizie per consentire l’intervento, e non entrare nel ginepraio delle questioni societarie. Deve a mio avviso verificare tre condizioni: 1. se il PRG soddisfa o meno le intenzioni dell’impresa, 2. se l’impresa è veramente un’impresa (se sia in attività e al massimo se il suo oggetto sociale comprenda l’attività), 3. se l’impresa ha titolo per un intervento su quel terreno (o in caso di diversità di soggetti se il proprietario del terreno acconsente). Restando come sempre fermi i diritti di terzi.****

Art. 8 DPR 160/2010

Raccordi procedimentali con strumenti urbanistici

1. Nei comuni in cui lo strumento urbanistico non individua aree destinate all’insediamento di impianti produttivi o individua aree insuffi cienti, fatta salva l’applicazione della relativa disciplina regionale [neretto mio] l’interessato può richiedere al responsabile del SUAP la convocazione della conferenza di servizi di cui agli articoli da 14 a 14 -quinquies della legge 7 agosto 1990, n. 241, e alle altre normative di settore, in seduta pubblica. Qualora l’esito della conferenza di servizi comporti la variazione dello strumento urbanistico, ove sussista l’assenso della Regione espresso in quella sede, il verbale è trasmesso al Sindaco ovvero al Presidente del Consiglio comunale, ove esistente, che lo sottopone alla votazione del Consiglio nella prima seduta utile. Gli interventi relativi al progetto, approvato secondo le modalità previste dal presente comma, sono avviati e conclusi dal richiedente secondo le modalità previste all’articolo 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.

[….]

3. Sono escluse dall’applicazione del presente articolo le procedure afferenti alle strutture di vendita di cui agli articoli 8 e 9 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, o alle relative norme regionali di settore.

Art. 32 co. 6 LR 1/2015

6. Nel caso di procedimenti per i quali è previsto il ricorso a conferenze di servizi che comportano variazione degli strumenti urbanistici generali, le conferenze medesime tengono luogo dell’adozione della variante ed assolvono anche alle funzioni previste dagli articoli 23, 24, 25, e 29 per la conferenza di copianificazione e per la conferenza istituzionale. La potestà provvedimentale degli enti interessati si esprime nell’ambito della conferenza, in base alle competenze previste dal presente TU, nel rispetto dei tempi del procedimento previsti dalla l.r. 8/2011. I tempi di deposito e pubblicazione delle relative varianti e di tutti i procedimenti previsti dal presente TU sono ridotti della metà. Entro tali termini i soggetti di cui all’articolo 24, comma 3, possono presentare valutazioni e proposte in merito alla variante. Per i procedimenti di cui all’articolo 8 del d.p.r. 160/2010 il comune, entro e non oltre venti giorni dalla presentazione della proposta progettuale di intervento, si esprime sull’insufficienza delle aree previste dallo strumento urbanistico generale, o sull’eventuale inadeguatezza delle previsioni medesime rispetto alle esigenze localizzative e dimensionali dell’impianto produttivo o per servizi rappresentate nella proposta stessa.

Art. 32 co. 11 LR 1/2015

11. I procedimenti di cui all’articolo 8 del d.p.r. 160/2010, come disciplinati al comma 6, si applicano a tutte le attività produttive e per servizi.

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Il PRG Parte Strutturale del Comune di Laputa (IG)

Obiettivi del PRG Parte Strutturale di Laputa
  1. Limitare il consumo e l’impermeabilizzazione di suolo mediante politiche che riducano l’urban sprawl 
  2. Delocalizzare attività rumorose o moleste dai centri abitati
  3. Limitare il consumo di suolo mediante l’incentivazione di forme ecosostenibili di riconversione urbana
  4. Consentire a tutti gli edifici il “diritto al sole”
  5. Protezione dal rischio di esondazione
  6. Ricreare nei nuovi insediamenti l’effetto città
  7. Protezione dal rischio di frane
  8. Ridurre la produzione di acque reflue
  9. Ridurre il consumo di acqua potabile tramite erogatori differenziati
  10. Incentivare piste ciclopedonali
  11. Incentivare la raccolta differenziata
  12. Incentivare il verde urbano e territoriale anche in funzione di compensazione della CO2
  13. Incentivare la mobilità dolce
  14. Evitare insediamenti in ambiti paesaggisticamente rilevanti
  15. Evitare l’insediamento di attività rumorose o moleste
  16. Incentivare forme di produzione di energia da fonti rinnovabili
  17. Favorire la riqualificazione dei centri storici
  18. Implementare la Struttura Urbana Minima nei centri consolidati
  19. Incentivare la creazione di percorsi alternativi
  20. Creare piattaforme di interscambio modale
  21. Tutelare il paesaggio storico e identitario
  22. Attuare il Piano di Risanamento Acustico
  23. Evitare nuove fonti luminose
  24. Creare zone ad alta sicurezza urbana
  25. Realizzare nuove scuole con ampie dotazioni di verde permeabile
  26. Incentivare la creazione di Corridoi Ecologici
  27. Incentivare la creazione di nuova occupazione
  28. Favorire i mercati a Km 0
  29. Mantenere forme storiche di coltivazione dei fondi
  30. Favorire il ritorno della residenziali nei centri storici
  31. Attuare il PEBA (Piano Eliminazione Barriere Architettoniche)
  32. Favorire l’economia digitale
  33. Evitare per quanto possibile, la collocazione di antenne e ripetitori
  34. Attuare un Piano di Monitoraggio in tempo reale

Documento Programmatico Futurista #1

Lo scritto che verrà sarà frutto di una lenta stratificazione. Nasce tuttavia dalla esigenza di rileggere, con ironia (ed anche autoironia), dissacrante ed iconoclasta, le relazioni generali che accompagnano i piani regolatori di tutta Italia. In realtà si tratta non solo di piani regolatori, ma anche di Piani Strategici, di Masterplan, di Piani Guida, di Accordi di Programma, di Rapporti Preliminari e di tutta una congerie di strumenti dall’acronimo inquietante. In tutti questi documenti spesso si ripetono per pagine e pagine degli obiettivi ambiziosi e lungimiranti, talmente lungimiranti che non li vedremo mai. Spesso queste pagine sono copiate di sana pianta da altre relazioni, che provengono da altre città, da altre situazioni, realizzando quelle che io chiamo il C.I.S.: copia, incolla e … sbaglia!
Ormai lo facciamo un po’ tutti, giocando un ruolo delle parti a volte completamente assurdo: gli urbanisti non intendono sottrarsi ad una scrittura “alta”, ma autoreferenziale; gli amministratori hanno bisogno di rispecchiarsi in un documento che è più bello del libro dei sogni; i funzionari pubblici mal sopporterebbero, ormai, delle relazioni scritte in un italiano piano, con poche pagine asciutte, senza aggettivi e senza dissertazioni su tutte le discipline dello scibile umano. Siamo presi in questo gioco e ci siamo forse “incartati” da soli. Questo scritto che verrà è anche il tentativo di “togliere l’imballaggio”, come dice uno scrittore che amo molto (Paolo Nori), e di guardare le cose. Così.

Uno dei primi obiettivi (se non il primo), che tutti questi documenti fissano, è: riqualificare l’esistente.
Per noi il primo obiettivo sarà dunque: dequalificare l’esistente!