Perché no all’Ordine

Scrivo queste brevi note per rispondere a tutti gli amici che mi hanno chiesto se mi candidavo ancora, per la tornata 2012-2016, come Consigliere dell’ordine degli Architetti.

Innanzi tutto desidero ringraziare chi mi ha votato, nella tornata del 2009, ed ha contribuito così ad eleggermi consigliere dell’Ordine degli Architetti di Perugia. E’ stata un’esperienza molto istruttiva e formativa. Ho deciso di chiuderla con un anno di anticipo per una serie di ragioni, non ultima quella di coscienza, che spero di illustrare meglio di seguito e che si fonda su un interrogativo radicale: a cosa serve un Ordine degli Architetti nel 2010 ca?

E’ una domanda che tutti gli architetti dovrebbero porsi, ed in special modo i consiglieri, prima, durante e dopo il loro ufficio di rappresentanza.
È una domanda che non ho eluso, negli anni di iscrizione. Tuttavia, poiché in Italia è facile parlare senza conoscere, ho voluto invece comprendere fino in fondo il tema, e quindi ho accettato sia la candidatura a consigliere che l’elezione successiva a segretario. Ho lavorato con grande scrupolo e coscienza fin quando l’ho reputato giusto e corretto. Quando ho realizzato, tra le altre cose (che ci sono state, non dobbiamo nascondercele), che non trovavo più grande significato in quel che facevo, ho deciso di uscire.
La conclusione sintetica e brutale, me ne rendo conto, è che non vedo, non trovo più ragioni per l’esistenza di un Ordine, così come incardinato nel nostro sistema legislativo odierno. Perché?
La risposta deve necessariamente partire da quello che un Ordine è chiamato a fare dalle norme che regolano la sua istituzione, e non da quello che un Ordine vuole o pretende di voler fare. Dunque, l’Ordine nasce nel 1923 con tra compiti ben delineati:
1. procede alla formazione e all’annuale revisione e pubblicazione dell’albo, dandone comunicazione all’autorità giudiziaria e alle pubbliche Amministrazioni;

2. stabilisce il contributo annuo dovuto dagli iscritti per sopperire alle spese di funzionamento dell’Ordine; amministra i proventi e provvede alle spese, compilando il bilancio preventivo e il conto consuntivo annuale;

3. dà, a richiesta, parere sulle controversie professionali e sulla liquidazione di onorari e spese;

4. vigila alla tutela dell’esercizio professionale e alla conservazione del decoro dell’Ordine, reprimendo gli abusi e le mancanze di cui gli iscritti si rendessero colpevoli nell’esercizio della professione con le sanzioni e nelle forme di cui agli artt. 26, 27, 28 e 30 della L 28/06/1874 n. 1938, in quanto siano applicabili.

In sintesi: tiene l’Albo, fornisce pareri su liquidazioni di parcelle, reprime gli abusi e le mancanze degli iscritti (non di altri).
Si dirà che nel corso degli anni (dagli anni ’20 in poi, insomma), la società è cambiata e l’ordine si è caricato di altri compiti che prima non erano previsti. Si è caricato extra legem, dico io, poiché i suoi compiti erano fissati dalla legge istitutiva. Sono compiti che non sono previsti e che il legislatore, pur volendo, non ha voluto affidare all’Ordine. Perché il legislatore è intervenuto di recente, ed in maniera significativa, sugli Ordini, soprattutto per quanto riguarda architetti ed ingegneri, separando tra l’altro, la parte deontologica e disciplinare ad un soggetto terzo rispetto rispetto a quello ordinistico. Se dunque avesse voluto, il legislatore avrebbe ben potuto affidare all’Ordine nuovi compiti. Ed invece gli ha affidato (vedremo nel tempo come e di che tipo), la formazione continua. L’intenzione mi pare chiara: l’Ordine è il soggetto che deve verificare amministrativamente se i soggetti che esercitano hanno tutti i requisiti per poterlo fare.  E quindi se si sono laureati, se hanno passato l’esame di Stato, se hanno pagato un po’ di tasse allo Stato, se continuano ad aggiornarsi per poter esercitare con un minimo di professionalità. Tutto qui. L’Ordine NON deve agire a tutela dei propri iscritti, a tutela della professione. men che mai l’Ordine deve avere una “politica culturale”. Nessuno infatti chiede all’ufficio anagrafe del Comune di avere una politica culturale. E non deve averla per rispetto di chi (obbligatoriamente) paga la quota annuale e non può sottrarsi, a meno di non poter lavorare. L’Ordine NON deve organizzare viaggi, gite, mostre, convegni, ecc. L’Ordine NON può riservarsi la formazione continua dei propri iscritti, a meno di non volersi schiantare contro il diritto comunitario in tema di concorrenza. L’Ordine NON può contestare leggi nazionali o regionali: al massimo fornisce un parere, se richiesto. L’Ordine NON può sedersi a tavoli di concertazione sociale, perché non è parte sociale.
Questi sono anche i motivi, a me sufficientemente chiari dopo pochi mesi di frequentazione del Consiglio, che mi hanno portato a sostenere la nascita della Fondazione Umbra per l’Architettura.
Mi sembra che il legislatore abbia tenuto conto di questi scenari: da una parte la professione si dovrà riconfigurare intorno ad organizzazioni di vera rappresentanza dei professionisti (sul modello sindacale e lobbistico), a causa anche di una moltiplicazione di figure professionali e competenze sovrapponibili;  dall’altra richiedendo ai professionisti una garanzia sostanziale (oltre che formale, soddisfatta con l’appartenenza ad un Ordine), rispetto alla possibilità che questi hanno di realizzare opere di grande responsabilità.
Personalmente leggo queste tendenze come una volontà di de-potenziare il sistema ordinistico, lasciando immaginare la necessità di una nuova architettura istituzionale tra mondo dei professionisti e cittadini.
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