Ora che

Ora che la bella

stagione è passata,

ve li ricordate, li

sognate mai i campi

pari, biondi, d’oro,

di grano vedovo,

senz’un papavero?

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Spoleto #2

Monteluco era l’estate, i cocomeri, le rincorse con le pistole a acqua.

Monteluco era l’estate interminabile, le lunghe camminate per arrivarci, con mio zio Claude. Salendo ci faceva cantare un ritornello francese: “Un kilometre à pieds ça use, ça use les souliers; deux kilometres à pieds ça use ça use ….”. Una canzoncina che non aiutava affatto, e che faceva venire solo una gran sete. Ma a lui piaceva e credo si divertisse a farcela cantare a lungo.

Spesso portavamo con noi un cocomero, comprato il giorno prima. Partivamo molto presto: alle 5, alle 5,30. Una volta arrivati in cima lo mettevamo a bagno nella fontanella proprio all’inizio del bosco. Un’acqua freschissima, allegra, che cancellava in un attimo la fatica fatta per arrivare. Più tardi lo avremmo divorato insieme a qualche panino. Appena finito ci si bagnava tirandoci le scorze del cocomero, o allora con le pistole a acqua. Piccole pistole che bisognava ricaricare troppo spesso e che, immancabilmente, schizzavano di sghembo un filo d’acqua, sicché era inutile prendere la mira. Poi c’era il prato, dove giocare al pallone, guardare le prime ragazze, capire il gioco reciproco degli sguardi e dei sorrisi, il rito dei primi approcci: il pallone che inevitabilmente andava a finire in quel gruppetto, la loro maniera goffa di rendercelo, la nostra maniera goffa di fare qualche complimento.

Poi, però, c’era il bosco. A Monteluco c’era, e c’è, un bosco di lecci che ha sempre avuto un grande fascino per me, legato a un non so che di misterioso.

Era sempre pulito, e questo gli dava un senso di ampiezza e di grandiosità. Quel senso di maestoso l’avrei ritovato molti anni dopo, salendo sul Monte Cucco, e fermandomi sotto i suoi faggi.

Era una cosa solenne e sacra, diversa da quella macchia a cui eravamo abituati e che si poteva incontrare subito fuori. Una macchia fatta di carpini, ornielli, corbezzoli, ginestre, e qualche roverella. Entrare in quel luogo (c’è un muro di pietra che lo delimita, con un portale d’ingresso), voleva dire fare un salto nello spazio e nel tempo. Nello spazio inteso come misura. Gli alberi erano più grandi, gli spazi tra gli alberi erano più grandi, l’ombra era più cupa e verde. Nel tempo perché si intuiva che gli alberi erano lì da molto tempo, da prima che noi arrivassimo, e che sarebbero restati lì anche dopo che noi li avremmo lasciati. Ci torno spesso anche d’autunno, anche d’inverno, e ne sono geloso. Come se quel bosco l’avessi capito solo io, come se quel bosco capisse solo me.

Le periferie vanno peggiorate*

Le periferie non vanno migliorate: vanno peggiorate. Inizio subito con una provocazione, registro su cui tornerò alla fine di questo breve testo.

È vero che non dobbiamo cadere nello schematismo dei centri storici contrapposti alla periferia, come dice la presidente dell’INU Silvia Viviani.

È vero anche che dovremmo essere sufficientemente intelligenti da capire quando lo schematismo è utile, perché le generalizzazioni non sono sempre e tutte da buttare, e hanno normalmente qualcosa di buono da dirci. In questo caso il  buono è che periferie e centri storici sono in concorrenza, per alcuni aspetti. Lo vedremo meglio dopo.

Ben venga l’analisi, dunque. Con due premesse.

La prima è che l’analisi non è mai neutra. Anche le più raffinate griglie di analisi tipo SWOT, ecc., presuppongo uno sguardo orientato. Un fatto in sé non è mai un’opportunità o una minaccia. Lo diventa solo nei confronti di un altro fenomeno. Solo in una relazione, in un contesto, in un progetto, in un’idea, noi possiamo qualificare un fatto come un punto di forza o una debolezza.

La seconda è, come dice sempre la presidente dell’INU Silvia Viviani, che abbiamo un’ipertrofia di quadri conoscitivi. Io dico che abbiamo una “quadrite cronica”.

Ormai l’analisi delle periferie e dei centri storici l’abbiamo fatta. Adesso occorrono visioni politiche (nel senso più nobile della parola) e decisioni politiche.

L’analisi, la lettura e la conoscenza devono consentirci di uscire dallo schematismo, per poterlo eventualmente usare quando fa comodo.  È evidente che la periferia di Roma non è la periferia di Foligno. È evidente che già tra Perugia e Spoleto o tra Perugia e Terni ci siano delle differenze. Tra le varie periferie di Perugia ci sono differenze. Occorre dunque studiarle.. Alla tripartizione  (che condivido), che l’arch. Bastiani faceva al tavolo di lavoro aggiungerei forse una quarta parte: gli insediamenti sparsi nelle zone agricole. Se ci si sposta sulle pendici del Subasio si noterà come tutta la pianura sia occupata da case un tempo coloniche, piccoli opifici, agriturismi, centri di benessere, cantine “griffate”, ecc., che non possono più definirsi astrattamente come edifici produttivi o agricoli. Siamo in presenza di una costellazione di edifici, strade, orti, piscine, maneggi, ecc.

Pensare ancora alla  forma urbis, alla “forma” da dare a questi grandi spazi mi sembra ormai una battaglia di retroguardia. Per due motivi: il primo è che ciò è concettualmente curioso, in un mondo che va verso il rurbanesimo, il secondo è che il territorio è talmente vasto che è impossibile controllarlo sotto il profilo formale, a meno di non rivoluzionare la governance istituzionale e i sistemi di regolazione del costruito.

Se dunque in alcune periferie perugine (come veniva detto da più parti, su quel tavolo di lavoro), si vive molto bene, non si vede perché gli abitanti di quelle dovrebbero tornare in centro. Avendo abitato anche io in una di queste periferie, posso confessare che il rapporto con il centro storico si perde poco a poco, quotidianamente. Si riacquista solo in occasione di qualche manifestazione (festival, palio, fiera, ecc.), ma per il resto dell’anno lo si può completamente trascurare. La spesa si fa nei piccoli centri commerciali di quartiere o in quelli più grandi, a scuola si va in quei prefabbricati di quartiere, al cinema si va nei multisala di periferia, in palestra lo stesso, in Comune idem, alle Poste idem. Restano veramente pochi motivi per andare in centro. Io amo i centri storici (sono forse uno degli ultimi resistenti-residenti), ma la battaglia per i centri è persa. Il centro storico si avvia ormai a essere “la scena fissa” di spettacoli musicali, di spettacoli in costume, di eventi di marketing, di sagre, di palii,   Una aldorossiana “scena fissa” senza residenti.

Se vogliamo far vivere i centri storici, dobbiamo farci vivere delle persone, prima. Le persone devono trovare motivi estetici e economici per tornare in centro. Perché per il centro storico non conta solo l’accessibilità, ma occorre anche l’appetibilità. Non prendo il tram o il mini metro per andare in un luogo insignificante.

Radicalizzo il mio ragionamento. Vedo due strade, al momento. Le periferie vanno in alcuni casi rottamate. In altri vanno densificate.

Nel primo caso la tassazione deve essere alzata, non devono esserci mezzi di trasporto verso il centro. Deve essere reso poco piacevole vivere in queste aree.  Dobbiamo limitare al massimo di investire nelle periferie e tornare a investire nei centri. Deve essere possibile demolire in periferia e ricostruire nel centro storico. Io dico sempre che non bisogna costruire sul costruito, ma bisogna costruire nel costruito. Nel tessuto vivo della città. Ma chi lo farà? Chi ha il coraggio di sostenere queste che sembrano provocazioni? Chi oggi può mantenere una tale posizione, mentre vanno aumentando le possibilità di avere delle abitazioni isolate e intelligenti, che consumano pochissimo, in cui ci sarà la possibilità di lavorare, in cui ci sarà il sole tutto il giorno, un garage coperto, in cui ci potrà essere un orto a portata di mano, una piscina? In cui le case saranno raggiungibili da piccoli e individuali veicoli elettrici? In cui sarà possibile avere merci con droni o con una logistica capillare? In cui una parte dello shopping si farà on-line?

L’altra strada è densificare la periferia: farla cioè assomigliare alla città che abbiamo sempre conosciuto. Costruire delle città per gemmazione, per filiazione, per margotta. Aumentare e convalidare cioè il sistema reticolare delle medie città umbre che conosciamo. Degli studi americani mostrano che la metropoli (addirittura) è la città ecologica per eccellenza, che consuma meno risorse.

Occorrono presto decisioni, in un caso o nell’altro. Rimanere nel guado, come si sta facendo con la ricostruzione post-sisma (a cui manca ancora un modello concettuale e culturale di riferimento), non aiuta.

  • Riflessioni a margine di un Tavolo di lavoro sulle periferie in occasione dell’incontro organizzato dal PD Umbro a Gubbio il 23/09/2017

Spoleto #1

Una volta Spoleto era mia. La conoscevo palmo a palmo: ogni singola pietra. Conoscevo i vicoli, le ore, le ombre, i profumi, anche. Oggi è cambiata (per me Spoleto è una donna, ovviamente). Non la riconosco più, non riconosco più quella sterminata area che ha consumato in periferie poco curate. Non capisco più il suo essersi desertificata, disabitata, abbandonata. Sì, c’è qualche intervento che ha restaurato qualche brano. Ma le incompiute sono maggiori. Non so, mi sembra che abbiamo perso la poesia in cambio di qualche parcheggio in più. Una volta la passeggiavo di notte, la accarezzavo, spesso da solo, a volte con qualche amico. Soprattutto d’inverno, con la pioggia e la nebbia, mi appariva meravigliosa. Il Duomo la notte si rifletteva sui mattoni bagnati della piazza e sembrava di stare più a Venezia che a Spoleto. E così la fontana di Piazza del Mercato, Piazza Pianciani, San Gregorio … Provo a ripercorrerla con qualche episodio, seguendo un filo rosso fatto di ricordi, di eventi, di luoghi. Un filo rosso a-sistematico che, al contrario di quello di Arianna, serve a perdersi.

Ho frequentato le scuole medie annesse all’Istituto d’Arte, che allora erano a Palazzo Collicola. Le aule non erano sicuramente “a norma”, la palestra era lontana (bisognava scendere vicino a San Domenico, in una piccola chiesa sconsacrata il cui pavimento era stato coperto da parquet di rovere. Oppure andare allo stadio). La scuola nel suo complesso non rispettava sicuramente gli standard del notorio DM del ’75, eppure … Eppure, che esperienza salire quelle scale così larghe e ben voltate, che esperienza guardare i nostri soffitti a cassettoni, o andare nell’ala dov’era il preside, con le pareti e le volte dipinte a grottesche. Che emozione vedere quei muri scavati con delle nicchie, delle porte dipinte en trompe l’oeil che nascondevano piccolissime scale a chiocciola, delle finestre enormi. Dei lampadari, dei quadri, dei busti … Oggi i nostri bambini e i nostri figli li mandiamo in scuole prefabbricate (se va bene) degli anni 80 e 90, chiuse nei loro recinti, fuori dal centro storico, dove si può arrivare con le auto. Tutto a norma, ma che tristezza! L’esame di terza media lo facemmo nel grande corridoio che dava verso sud. Oggi lo chiameremmo una “serra solare”. Il soffitto era dipinto, le vetrate con archi a tutto sesto erano amplissime, ed entrava una luce limpidissima. Dal mio posto riuscivo a vedere il profilo di Monte Pincio sullo sfondo di un cielo azzurro implacabile. Il pavimento era in cotto, ormai vissuto e disconnesso in qualche giunto, ma di un bel colore aranciato. Erano bellissime giornate di giugno. Ero innamorato di Francesca, ma lei guardava un altro. In verità aveva guardato un altro, per tre anni. Ormai, anche se non lo sapevo, non l’avrei più rivista: le mie chances erano finite con l’ultima campanella di giugno.

Davanti al palazzo c’era una bella fontana, e fornita di una cannella di ottone che consentiva di bere. La vasca era di grandi blocchi di calcare bianco. A fianco c’era un carrozziere e pareva una cosa del tutto normale.

Oggi vedo che questo senso di ospitalità, di accoglienza, che una fontana può rappresentare, si è perso. Oggi le fontane sono asciutte, o sono monumentali. Le piccole fontane a cui dissetarsi nei pomeriggi estivi sono in via d’estinzione. A volte penso (nei mei solitari e solipstici esercizi di agopuntura urbana), che una piccola fontana potrebbe essere la cura per il 90% dei mali della città.

Contro Cardini

Qualche giorno fa è uscita un’intervista a Franco Cardini, storico di fama internazionale.  Molti l’hanno commentata favorevolmente. Da buon provocatore, io invece non ne condivido nemmeno una riga e cerco di spiegare qui sotto il perché. L’intervista è reperibile qui.    http://www.lastampa.it/2017/01/03/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/cardini-lislam-non-una-minaccia-MsLUpyNMLgwgHHF4OEhReP/pagina.html

La riporto qui sotto: in grassetto le domande del giornalista. Forse è meglio leggere prima l’intervista e poi i miei commenti.

Questa Europa «stanca e invecchiata» (come l’ha definita papa Francesco), minata da una pervasiva dissoluzione del legame sociale, insidiata da un dilagante individualismo autoreferenziale e governata dalla religione globale del denaro (fenomeno decisivo per comprenderne le dinamiche), da alcuni decenni si trova alle prese con l’Islam. È un termine, questo, rispetto al quale nessun europeo si sente ormai estraneo e intorno al quale si accendono discussioni pubbliche che spesso assumono toni scomposti, persino violenti. E tratti molto superficiali. In questo passaggio d’epoca urgono riflessioni pensate e pacate, conoscenze storiche e religiose corrette, analisi accurate, capacità di visione, cuore saldo nella compassione (indispensabile affinché ogni comunità umana resti “comunità” e “umana”): un lavoro non frettoloso, che si mostri in grado di far fronte con intelligenza e sensibilità ai molti mutamenti in atto e agli interrogativi che si levano nella società europea.  

Sull’Islam abbiamo rivolto alcune domande allo storico Franco Cardini, autore del volume di recente pubblicazione “L’islam è una minaccia? [Falso!]” (Laterza). Già docente di Storia medioevale all’Università di Firenze e in altri atenei europei ed extraeuropei, Cardini attualmente è membro del Consiglio direttivo dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e professore emerito dell’Istituto di Scienze Umane e Sociali annesso alla Scuola Normale Superiore.

 

Può illustrare brevemente la tesi centrale del suo volume?

«L’Islam è una religione che conta oltre un miliardo e mezzo di fedeli ed è quindi la seconda religione più diffusa al mondo, dato che i cristiani ammontano a poco più di due miliardi. I musulmani nella stragrande maggioranza sono insediati tra l’Africa occidentale e il Sud-est asiatico (nel senso della longitudine) e tra Caucaso, Asia centrale e Corno d’Africa (in quello della latitudine). Essi fanno parte, nella quasi totalità, di quell’85-90% del genere umano che, secondo i dati più recenti diffusi dall’ONU, vive gestendo appena il 10-15% delle ricchezze mondiali. E qui sta il punto. A mio giudizio nella nostra epoca il vero nemico da battere non è l’Islam (che oggi è realtà polimorfa e in cammino per superare alcune contraddizioni) e neppure la sua tragica e brutale deformazione, il fondamentalismo islamico (che, ovviamente, va contrastato).

Il vero nemico, il verme che sta corrompendo la terra è l’ingiusta ripartizione delle ricchezze del pianeta, l’assurdo, osceno squilibrio di una umanità divisa tra pochi ricchi e una sterminata moltitudine di poveri. Papa Francesco non perde occasione di ricordarcelo: l’Enciclica Laudato si’, sotto questo profilo, è esemplare. La nostra economia uccide e occorre perseguire la giustizia, che non consiste solo in una equa distribuzione delle risorse ma passa attraverso un mutamento radicale di valori e stili di vita. E, aggiungo, attraverso, ad esempio, il rispetto del diritto internazionale».

A cosa si riferisce in particolare?

«Mi riferisco a quel comma importantissimo e sempre disatteso secondo il quale le ricchezze del suolo e del sottosuolo di una determinata area appartengono a coloro che lì sono insediati. Da quando, mezzo millennio orsono, è iniziato il colonialismo e quindi la globalizzazione (perché essa è iniziata allora) questo principio è stato costantemente violato. Ora siamo arrivati alla fase del redde rationem e l’imponente afflusso di migranti nel ricco Occidente ne è una delle espressioni più vistose. Il nemico da battere, lo ripeto, è questo ingiusto sistema economico: esso ha innegabilmente reso prospero l’Occidente, ma ha generato uno squilibrio che è ormai improscrastinabile curare, anche nel nostro stesso interesse. Invece, in Occidente, ci siamo concentrati di volta in volta su altri nemici che ci hanno distratto da quello più feroce: dapprima, tutto il male del mondo era causato dal nazismo e dal fascismo, poi, caduti quei regimi, tutte le colpe furono dell’Unione Sovietica e del comunismo; finito l’impero sovietico e il tramontato il comunismo, ora si è passati al fondamentalismo islamico (fingendo di non sapere che è stato tenuto a battesimo dalle potenze occidentali) e, più in generale, all’Islam.

Che l’Islam sia una minaccia sta ormai diventando un dogma laico, diffuso dai Signori della Paura, i quali – per fini economici, ma anche in vista di vantaggi politici ed elettorali – sfruttano le insicurezze e i timori delle persone istigando all’odio. I loro metodi vanno smascherati».

 

Nel volume lei afferma che al fine di far apparire effettivo, vero, reale, irrefutabile alla luce della ragione questo dogma laico «si tende a rivestirlo di prove o di qualcosa che loro somiglia». Può illustrare come avviene questo processo?

«Le tecniche di questi Signori paiono ispirate al romanzo “Il montaggio” di Vladimir Volkoff: si spigola fra i fatti di cronaca mettendo in fila eventi orribili, snocciolando uno dopo l’altro nomi, fatti, date così da dare l’impressione che i musulmani siano ovunque e sempre una minaccia. Ogni fatto di cronaca nera, anche minimo, il cui protagonista è un musulmano, viene ingigantito e proposto a modello. Si passa quindi senza scrupolo alcuno dalla presentazione analitica e casistica, fondata magari su un numero circoscritto di episodi, a un’indebita generalizzazione sulla base di una arbitraria selezione degli eventi proposti come esemplari: si descrive un albero ma lo si presenta come fosse uno qualunque di una foresta di centomila alberi tutti uguali. E così non si riconoscono, consapevolmente e colpevolmente, le migliaia di casi di onesti musulmani che vivono pacificamente nelle nostre città e che stanno cercando (concediamo del tempo) o hanno già trovato il modo di essere bravi musulmani non solo in Europa, ma d’Europa. Queste migliaia di persone inappuntabili non fanno notizia, si parla pochissimo di loro. Eppure esistono! Così come esistono, ma sono quasi del tutto trascurati, i molti pronunciamenti, incontri, documenti in cui i musulmani condannano apertamente l’uso della violenza in nome di Dio e prendono le distanze dal terrorismo. I mass media hanno una responsabilità enorme. La disinformazione genera squilibri gravi che danneggiano la democrazia».

 

Europa e Islam sono nemici da sempre: questa è una delle affermazioni che circolano con maggior insistenza; ma, lei afferma, non è fondata.

«Persino non pochi libri di storia in uso nelle nostre scuole sostengono questa tesi. È falsa. Quello compreso tra il 1200 e il 1500, pur segnato da numerose guerre, è stato uno dei periodi più gloriosi della civiltà europea. È stato il tempo delle grandi cattedrali, della nascita delle università, di importantissime acquisizioni scientifiche, di uno straordinario sviluppo dell’arte. Tutto ciò avvenne grazie a una grande floridezza economica che, nata sotto l’impulso operoso dei comuni, delle repubbliche marinare, delle città mercantili europee, fu determinata in gran parte dai costanti, intensi traffici con il vicino Oriente musulmano».

 

In questo contesto, che rilevanza ebbero le crociate?

«L’immensa ricchezza duecentesca dell’area mediterranea fu dovuta al commercio tra i paesi cristiani e musulmani e questo fenomeno macroscopico, quasi del tutto ignorato da molti media e da non pochi insegnanti, è ben più rilevante delle crociate che si possono considerare punture di spillo. L’Islam, nel suo complesso, non si è veramente reso conto di quanto era accaduto sino all’Ottocento, tanto che non esisteva neppure un termine arabo per definire le crociate. Nell’Ottocento i musulmani utilizzarono un neologismo (“hurub as-salibyya”, “guerre della croce”) quando dovettero tradurre i testi scolastici che le potenze coloniali imponevano di adottare. Le crociate – considerate come difesa contro un Islam aggressivo e sanguinario – vennero usate dagli occidentali quasi come antefatto giustificativo del loro dominio, ossia per dare giustificazione morale al colonialismo. Giova però ricordare che la prima grande espansione musulmana, iniziata nel VII secolo – contrariamente a quanto molti credono – si verificò con pochissima violenza (come ho diffusamente spiegato nel mio libro): i popoli si lasciarono conquistare, l’Islam ebbe vita facile nella sua espansione a causa della debolezza dell’impero persiano e di quello bizantino il quale, pur glorioso, a quell’epoca era in forte crisi. Bisogna inoltre rammentare che talora i cristiani imposero il proprio credo con la spada: si pensi a Carlo Magno o all’Ordine Teutonico dell’Europa nordorientale del medioevo. In conclusione, chi sostiene che Europa e Islam siano da sempre nemici e che ciò sia sempre avvenuto per colpa totale o prevalente dell’Islam mostra di conoscere assai poco la storia».

 

Che ha molto da insegnare.

«Certo, se si accetta di ascoltarla. Ai cristiani, ai musulmani, agli uomini di buona volontà la storia fornisce il modello di tempi nei quali la convivenza era non solo possibile ma anche franca e cordiale: si pensi ad esempio all’impero mongolo o al sultanato di al-Akbar nell’India moghul tra XVI e XVII secolo. Ma i modelli storici restano lettera morta se non si afferma la volontà di seguirne i suggerimenti, di far vivere il seme che essi hanno piantato. Questa è, a mio avviso, la sostanza della sfida odierna».

 

In questo passaggio d’epoca, quale dovrebbe essere a suo giudizio il compito dei cristiani?

«Le imponenti migrazioni degli ultimi anni stanno creando in moltissimi italiani ed europei un forte senso di disagio e insicurezza: sottovalutarlo e non farsene carico sarebbe un errore. Ma sarebbe ancor più sbagliato alimentarlo. Papa Francesco ci sta dando l’esempio, sia distinguendo la fede islamica dal terrorismo fondamentalista, sia incoraggiando tutti a costruire vita buona con le disperate genti che giungono in Europa, anche con quelle musulmane. Penso che un cristiano dovrebbe sentire in modo speciale il dovere di aiutare chi è più vulnerabile e abbia anche il dovere di andare controcorrente affermando con un po’ di coraggio civile, se occorre, alcune verità scomode rispetto al mainstream attuale.

Non possiamo nascondere che vi sono obiettive difficoltà teoriche e concettuali nel dialogo tra cristiani e musulmani che non si possono aggirare né in nome dell’ottimismo del cuore, né in quello della retorica irenistico-ecumenica.

Tuttavia il dialogo prosegue in modo proficuo e, nella pratica, nella vita di tutti i giorni, la convivenza pacifica si rivela possibile e infatti esiste. La Chiesa, con parole e opere concrete, sta indicando a tutti la strada con grande chiarezza. L’edificazione di legami buoni nella quotidianità passa attraverso un lavoro artigianale: e il primo mattone è la comprensione reciproca, che è arte difficile. L’immigrato musulmano fa paura, ma se quel volto anonimo comincia ad avere un nome, se scopriamo che anche lui, come noi, ha figli da mandare a scuola, genitori da accudire, problemi di salute, sogni e preoccupazioni, allora le cose possono iniziare a cambiare. Certo, bisogna impegnarsi. Penso che nella quotidianità i cristiani debbano continuare a promuovere e favorire buone pratiche di incontro e integrazione, costruendo dalla base ciò che le istituzioni, in larga misura, paiono esitanti a progettare. È quanto anch’io cerco di fare».

 

Vuole illustrare il suo impegno?

«Nel piccolo paese dove vivo, Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze, sono giunte alcune famiglie senegalesi, una trentina di persone inclusi bambini e anziani. Il loro arrivo ha scatenato molte proteste: da parte mia, insieme ad alcuni amici, ho voluto conoscere le ragioni di tutti e sto cercando di organizzare incontri tra i residenti e i migranti affinché si conoscano, coinvolgendo in quest’opera il parroco, il sindaco e altri rappresentanti delle istituzioni. Mi sono rivolto per questo al presidente della Regione, che conosco: per rispetto dell’autorità costituita, aspetto un suo cenno prima di procedere in modo che quanto riusciremo a fare appaia come un atto che ha la legittimazione istituzionale e non solo come un gesto frutto della buona volontà di qualche privato cittadino.

In Italia sono moltissime le persone che stanno lavorando per costruire buona convivenza, ma quest’opera sarebbe più efficace se fosse maggiormente e più organicamente sostenuta dalle istituzioni locali e nazionali. I sindaci, ad esempio, dovrebbero promuovere periodici momenti di incontro tra italiani e migranti appena giunti, avvalendosi di mediatori culturali che facciano da interprete. E invece, in molti casi, si limitano a protestare per “l’invasione”».

 

**********

Innanzi  tutto, un po’ di fatti.

  1. Questi terroristi ci odiano. Odiano i nostri valori, il nostro consumismo. Noi.
  2. Ci sono un sacco di altre persone povere in India, in Africa, in Sudamerica. Non tutte odiano il nostro mondo, i nostri valori. Anzi, molti vogliono venire nella nostra terra e restare qui.
  3. Con l’avanzare dei nostri valori, la povertà nel mondo è complessivamente diminuita, e non aumentata. Con i nostri valori la vita media è aumentata. Con i nostri valori vi è più istruzione. Guardare gli indici di organismi internazionali per averne contezza.
  4. “Non possiamo nascondere che vi sono obiettive difficoltà teoriche e concettuali nel dialogo tra cristiani e musulmani che non si possono aggirare né in nome dell’ottimismo del cuore, né in quello della retorica irenistico-ecumenica.” E’ una formula molto carina per dire che ci sono molti problemi a far dialogare due religioni, soprattutto se una ammazza l’altra.
  5. Molti di questi terroristi sono cittadini occidentali. Per molti non è un tema o un movente economico. Sono poveri come una gran parte delle persone che oggi vivono in condizioni disagiate nelle grandi periferie delle città europee.

Ora, alcune mie considerazioni.

  1. Il tratto distintivo è che questo odio si abbevera alla fonte del Corano. È una lettura distorta? Forse. Qualcuno ci dica allora, con autorevolezza e autorità, qual è la vera interpretazione del Corano. E la stessa Autorità, se può, prenda le distanze (è un eufemismo), da chi fraintende il Corano.
  2. Se il problema fosse economico, e cioè anche loro volessero maggiore ricchezza (leggasi: consumismo), non mi pare che farsi saltare in aria sia la migliore soluzione. Né in via diretta (i morti non hanno bisogno di soldi), né in via indiretta (non si capisce come i nostri morti possano convincerci a dialogare).
  3. Dialogare con chi?  C’è un’ autorità unica e riconosciuta che fa richieste? L’auto-proclamato Califfo? Che tipo di richieste fa? Dov’è qui il diritto internazionale che Cardini cita?
  4. Molti terroristi vivono protetti una zona grigia, fatta di omertà, di spalleggiamento, di complicità. Molte di queste zone grigie hanno un punto di riferimento nelle moschee o negli istituti di cultura,  del mondo arabo. Queste istituzioni hanno grandi finanziatori: costruiscono moschee, finanziano università. Se vogliamo ancora pigiare sul tasto della povertà, qui siamo fuori pista.
  5. L’unica motivazione che li spinge è la nostra morte. Non si fermeranno finché non saremo tutti “sottomessi”.
  6. Il diritto internazionale di cui parla Cardini prevede anche il principio di reciprocità? Vogliamo vedere le condizioni dei cristiani in medio oriente? Se la maggioranza dell’islam è pacifica, tollerante, aperta, come mai non riesce a sopraffare questi pochi terroristi, questi piccolissimi gruppi di persone, questi lupi solitari?
  7. Se la maggioranza dell’islam è così aperto, tollerante, come mai si vedono spesso omosessuali venire giù dai tetti delle case? Se la maggioranza dell’islam è tollerante, la gente che filma con i telefonini i voli degli omosessuali, le loro impiccagioni, le crocifissioni dei cristiani, sono solo delle comparse pagate?
  8. Infine, Cardini apre con una frase quasi emblematica. Fondamentalismo islamico. Io non ne voglio fare una questione nominalistica: mi va anche bene assumere che sia un fondamentalismo. E’ islamico, tuttavia. Insomma non si può ignorare che non c’è un fondamentalismo taoista, un fondamentalismo ebraico, un fondamentalismo mormone che ci fa saltare in aria come birilli.
  9. Il punto più debole:  Cardini non dice come va combattuto questo fondamentalismo, se non accennando a un generico e generale cambiamento di valori. E poiché tutta la sua argomentazione precedente è basata sull’economia, la soluzione francescana che egli ci addita è quella di spogliarci dei nostri beni e di ridistribuirli a oltre un miliardo e mezzo di persone (non si sa bene come, chi lo dovrebbe fare, con quali garanzie, ecc.).  Questo cambiamento di valori vuol dire (traduco per chi ancora pensa a cose filosofiche e spirituali): niente concerti, niente viaggi, niente turismo, niente campionati, se non in una versione pauperistica, che non riesco a immaginare. Un cambiamento di valori vuol dire appunto, un cambiamento nella gerarchia (almeno nella gerarchia) dei nostri valori: forse dobbiamo rinunciare alla nostra tolleranza? O forse alla libertà di danzare la macarena in mezzo alla strada? E quali valori dobbiamo mettere in cima alla scaletta? Insomma qualcuno di questi maitres à penser ci dovrebbe indicare una nuova gerarchia di valori, invece di farci vivere in un gigantesco e storico complesso di colpa.

Anquetil

 

Papà, sei andato

troppo presto in fuga.

I pochi ricordi

targhe ettometriche

sul ciglio biancastro

nell’avena sativa,

dispersa, ventosa,

bionda indifferente

a file e geometrie.

A volte rincorro

la lunga sagoma

dei tuoi vestiti

in una polvere

di cose che non so.

Un giorno mi dirai

se son stato buono

figlio, uomo, padre.

Il BIM e l’evoluzione della professione*

1. Grazie all’azienda COLMEF, nelle sue varie articolazioni, il che dà la misura di una notevole dinamicità e questo è sicuramente positivo, oggi. Grazie allo studio Botta-Panfili che mi ha voluto chiamare per questa relazione.
2. Il BIM è a mio avviso uno dei campi di battaglia, uno dei teatri di un più vasto e profondo fenomeno che sta modificando profondamente la nostra professione (tutta la filiera) da qualche decennio. Nel campo del BIM, che è un campo di battaglia, io sono un osservatore neutrale. Ho iniziato molto presto a interessarmi del disegno digitale. Sono stato tra i primi caddisti in umbria, nel 1989 su workstation Unix. Poi sono entrato in uno studio di un ingegnere strutturista, dove disegnavo 10 ore al giorno sull’Olivetti M24, con lo schermo a fosfori verdi. Quando uscivo, per 20 minuti tutto il mondo era rosa, a causa dell’effetto Chevreul. Poi abbiamo migliorato un po’ con lo schermo a colori. Autocad era alla versione 2.3. Poi siamo passati a un altro software che si chiamava Gbc. A un plotter con i pennini a inchiostro su un carosello di 8 posizioni. All’università ho conosciuto versioni successive di Autocad e poi Archicad, RadarCh, e poi nel 97 Allplan, ecc.
3. Il rilievo. Oggi parliamo tutti di rilievo, di riuso, di riqualificazione, di rigenerazione. Poi andiamo alle fiere, alle demo e i migliori software sono quelli che ti fanno vedere una villetta da costruire su un lotto nuovo nella pianura padana. Mi piacerebbe che ci fosse un software che partisse dal rilievo. E parlo di un rilievo non a nuvole di punti e basta, ma un rilievo che consentisse poi un editing completo dell’oggetto architettonico. Un software che riconoscesse una scatola di derivazione da un rubinetto e un rubinetto da una finestra. Un rilievo già molto “bimmico” se posso dire così. Invece ancora il rilievo è ancora molto geometrico. Ormai quasi 16 anni fa scrivevo un pezzo su una rivista online su come di lì a poco il rilievo sarebbe cambiato, dovendo integrare il satellite, il gps, la fotografia, il laser. Non avevo previsto il drone, che a dire il vero non è tanto un’innovazione telematica quanto l’insieme del controllo elettronico su un apparecchio semovente. Nel settore del rilievo abbiamo ancora molto da fare. Dobbiamo portare il tablet nel rilievo. O un visore come quelli dei piloti da caccia che puntano e sparano. Immagino un software e dei dispositivi che consentano di avere il rilievo completo di un fabbricato in forma vettoriale in un giorno di lavoro. 

4. Il disegno. Noi abbiamo vissuto un periodo, come dice Franco Purini, in cui ci siamo ubriacati di CAD. Speriamo di essere guariti. Certo, il CAD ha aiutato a migliorare alcune fasi della progettazione, ha consentito l’evoluzione verso il 3D e verso il rendering. Di contro ci ha “schiacciati” su un modo di disegnare poco architettonico, poco professionale. Se ci pensate bene, magari i meno giovani in sala se lo ricordano personalmente, i grandi architetti, i grandi costruttori (penso per esempio anche al geom. Guglielmi di Spoleto), a parte la primissima fase ideativa, figurativa, cominciavano subito a disegnare in maniera integrata. Voglio dire che non c’era tutta la dissociazione che il CAD ha consentito tra la geometria e la materia, disegnando prima una forma e poi differendo al dopo la materia. i grandi professionisti disegnavano subito forma e materia: questo pilastro sarebbe stato in c.a., questa balaustra in ferro, questa soglia in pietra rosa, e così via. Il CAD 2D consentiva anche di non disegnare tutto: disegnare solo alcune parti (questo in analogia con il disegno manuale: si disegna solo ciò che serve). Oggi il 3D ma soprattutto il BIM richiedono il disegno integrale dell’oggetto, se ne vogliamo sfruttare al pieno le caratteristiche. Altrimenti ci limitiamo a fare un cattivo 3D e basta. Oggi il BIM ci riavvicina in qualche modo al vecchio modo di disegnare: a una sapienza costruttiva. Certo tra lo schizzo a mano e il BIM la distanza è ancora molta. Anche qui speriamo che qualche software possa aiutare un giorno. Una piccola digressione sui dispositivi di input. Noi siamo ancora fermi al mouse e alla tastiera. Che non sono strumenti per il disegno. La tastiera è per i testi, e paradossalmente per andare più piano (i primi tasti della macchina da scrivere si inceppavano). Il mouse migliora un po’, ma insomma ancora manca di qualche sensibilità. Con la penna e la tavoletta grafica abbiamo migliorato molto. A mio avviso si può ancora lavorare molto sui comandi vocali e sulla visione. 

5. La simulazione. E’ evidente che il BIM, sotto un profilo geometrico, non è altro che un 3D. Se lo incrocio con lo sviluppo degli ologrammi, dei visori, dei guanti con sensori, le connessioni sono tutte positive per il settore della simulazione. Potremo finalmente simulare un po’ meglio e abbandonare gli or-rendering che spesso ci vengono richiesti. Sono or-rendering perché la luce è falsa, l’ottica è falsa, i materiali sono falsi, i colori sono falsi, il contesto è falso: quello è veramente un mondo virtuale: che non esiste. La computistica. Non la approfondisco nemmeno. Una volta che ho etichettato tutto e che ho popolato il mio database, il minimo che mi aspetto è che il mio software faccia un report. Servirebbe una procedura di verifica per vedere se ho etichettato tutto: non se è prevista nelle ultime versioni dei software. Una delle forme del report è il computo metrico. Da cui deriva la contabilità in fase di costruzione, le possibili varianti. Il flusso è biunivoco. Dal computo potrei teoricamente anche modificare il disegno. Consiglio sempre di vedere qual è il risultato perché non è sempre convincente. Va da sé che anche la preventivazione è facilitata. La simulazione aiuta anche, ovviamente, la fase di autorizzazione e di validazione del progetto. Se abbiamo la possibilità di leggere dei dati completi relativi alla costruzione, una bella pre-istruttoria è già pronta: altezze, distanze, volumi di terra movimentati SUC comportamento energetico, comportamento acustico, vigili del fuoco, ecc. Di passaggio, la trasmissione del modello BIM consentirebbe il popolamento del SIT comunale, con tutto ciò che ne consegue in materia di tributi …
6. La costruzione. Oggi è molto di attualità la stampa 3D. Al momento non mi sembrano case molto confortevoli a causa del materiale usato, ma è evidente che lo scenario indicato è quello giusto. Quello che so è che la maggior parte dei nostri cantieri è ancora simile a quelli di 50 anni fa. E che invece sono destinati a diventare sempre più dei cantieri dove si stampano (o si consegnano), degli elementi da assemblare: elementi di qualità certificata. Tra poco riusciremo ad automatizzare la costruzione, avremo dei robot, e quindi delle “grubot”: le gru come le conosciamo andranno in pensione. Questi robot leggeranno il disegno BIM e lo costruiranno secondo fasi ottimizzate. Se non baro, il disegno (il modello) As-built sarà già bell’e pronto. Certo, i fornitori di oggetti e di pezzi, di componenti per la costruzione sono costretti a fare un passaggio tecnologico e produrre un catalogo bimready, come si dice. Vado ancora avanti, e incrocio lo sviluppo dell’IOT con i componenti edilizi più importanti. Ancora un passo: dotare chi sta sul cantiere di speciali occhiali in cui si può vedere tutta la costruzione, secondo i vari tematici che interessano: impianti, strutture, infissi, ecc. La realtà aumentata a servizio della costruzione, insomma.

7. La gestione. Il BIM aiuta nella manutenzione programmata, ovviamente. Aiuta per la redazione del fascicolo del fabbricato. In caso di calamità, poi, pensiamo a come sarebbe utile ai vigili del fuoco avere tutte le informazioni circa quella casa, quell’albergo, quello stadio: incendio, alluvione, frana, sisma …

8. Quali sono le ombre, a fronte di tutte queste luci? a) Costo dei software non proprio ininfluente. b) Curva d’apprendimento un po’ piatta. c) Necessità della filiera bimready. d) Organizzazione e gestione delle revisioni dei file del lavoro in rete. La dimensione media dello studio di architettura in Italia è 1,5: difficile implementare una nuova organizzazione in una realtà così polverizzata. L’architetto è costretto a gestire un nuovo modello con nuove figure. La prima a cui penso è il “bimmista”, poi un bim manager, bim analyst.

Chiudo con una frase volutamente a effetto. L’impatto di questa tecnologia è così forte che il professionista può solo decidere se vuole gestirlo o se vuole subirlo.

* Traccia dell’intervento tenuto il 01/06/2017 alla CESF di Perugia

Professioni tecniche, ricostruzione, governance*

  1. Il ruolo dei professionisti nella società e la loro volontà di partecipazione alla ricostruzione.

Dai decreti e dalle ordinanze sin qui emanate pare di percepire una non corretta considerazione del contributo che i tecnici professionisti della nostra regione, in virtù della conoscenza del territorio, della sua storia e per le esperienze già maturate nell’ambito della ricostruzione post-sismica, sono in grado di fornire. Esperienze e conoscenze apprezzate peraltro in altri contesti regionali colpiti da recenti terremoti.

Limitare il contributo che proviene da tale patrimonio di conoscenze posseduto dal corpus tecnico regionale, sia interno alle Amministrazioni pubbliche sia proprio del mondo dei liberi professionisti, sembra avvalorare un modello di governance che:

  • ha centralizzato le principali funzioni tecniche creando strutture che, mancando del raccordo e della conoscenza dei luoghi in cui esse operano, a oggi riescono a fatica a svolgere le basilari operazioni volte a favorire la ricostruzione con la dovuta efficacia e rapidità;
  • amplifica la distanza fra società civile regionale e mondo professionale, inducendo nella cittadinanza il convincimento che i tecnici dell’Umbria, operanti sia nelle pubbliche amministrazioni sia in ambito libero professionale privato, manchino delle capacità, conoscenze ed esperienze utili alla ricostruzione del proprio territorio.

Si ha la percezione che sull’altare della trasparenza amministrativa, peraltro finalizzata a produrre forme di “legalità burocratica” sia stata immolata anche la più stretta e concreta collaborazione con gli Ordini Professionali Tecnici dell’Umbria che, deve essere ricordato, sono un ente pubblico. A fronte dell’ennesimo atto di disattenzione/noncuranza dello Stato nei confronti dello Stato, non deve sorprendere il crescere di quel clima di sfiducia nei rapporti fra società civile, pubblica amministrazione e mondo libero professionale che, in momenti tanto delicati, dovrebbe invece segnare una decisa inversione di tendenza volta ad assumere, quale prima preoccupazione, la soluzione dei problemi umani, sociali ed economici che il terremoto ha prodotto.

E se poi si pensa di risolvere il problema attraverso l’investitura a deus ex machina della ricostruzione un unico professionista, pur competente, sfruttandone l’appartenenza al novero delle archistar nazionali come paravento giustificativo della scelta compiuta, è evidente l’intenzione di ridurre, al di là delle dichiarazioni pubblicistiche, la partecipazione attiva delle competenze e intelligenze locali a favore di un approccio monocratico, sensibile solo alla spendibilità mediatica della scelta compiuta. Ora, è pur vero che l’architetto incaricato si è subito premunito e ha dichiarato che cercherà la massima collaborazione con il mondo delle professioni. Tuttavia, ad oggi questa collaborazione è ancora tutta da costruire. Sarebbe stato meglio (e sintomatico), che questa dichiarazione di intenti fosse pervenuta direttamente dal Commissario Errani. Questa collaborazione avrebbe dovuto essere cercata con forte determinazione e tempestività operativa, cercando una capillarità di mobilitazione, coinvolgendo ope legis anche i professionisti più giovani, per i quali quest’occasione avrebbe potuto costituire una grande palestra, una grande lezione, sia sotto il profilo meramente tecnico che culturale ed etico. Riteniamo che questa occasione avrebbe lasciato una traccia profonda nel senso etico che i giovani professionisti devono formarsi, del ruolo e dell’importanza del loro contributo per la rinascita della società civile.

Riteniamo che, nell’emergenza attuale, si debba operare affrontando con coraggio, spirito costruttivo e fiducia, la ricostruzione di un rapporto corretto, trasparente ed equilibrato fra amministratori ed amministrati: solo ricostruendo tale rapporto sarà garantita una ricostruzione partecipata, condivisa, efficace e coerente alle necessità e alle disponibilità.

Pertanto il primo tema da affrontare è il seguente.

  1. La ricomposizione della frattura tra pubblico e privato.

Ci sembra che questa frattura, sempre più approfondita anche da politiche populistiche, sia un grave problema. Siamo in una crisi profondissima (lo diciamo tutti), e già da prima del terremoto iniziato il 24 agosto 2016. Dopo tale data ci troviamo, in una sola parte d’Italia, certo, in una situazione simile al dopoguerra. Ora, aldilà delle tecniche e delle tecnologie, ci sembra di cogliere, rispetto a quegli anni, l’assenza di quei sentimenti di solidarietà, reciprocità e coesione sociale che costituirono di fatto il cemento dell’unità nazionale e che tanto aiutarono all’epoca la ripresa della vita civile ed economica. Bisogna dunque ricomporre innanzi tutto questa frattura, questa distanza, in forma strategica e in forma tattica. Occorre ricreare o creare dei meccanismi (che non possono limitarsi alla sola condivisione di progetti localistici) che aiutino, incentivino e ricreino un sentimento di partecipazione sociale attiva e consapevole. Noi rischiamo di ricostruire delle piccole città, dei paesi, dei borghi, dove nessuno, comunque, vorrà più abitare tra 5-10 anni. Il punto non è più, oggi, ricostruire le case, ma ricostruire il perché delle case: le condizioni per cui un giovane del terzo millennio deve abitare Amatrice, Arquata, Norcia, Preci. Il tema delle cosiddette “Aree interne”, se ritenuto ancora strategico e valido, deve essere declinato subito attraverso la costruzione di un dialogo fecondo e sinergico fra tutti i soggetti istituzionalmente competenti e il corpus sociale, di cui i liberi professionisti tecnici sono espressione operante, così che si possa giungere rapidamente, prima dell’avvio della ricostruzione, alla definizione di strumenti di operatività tattica in cui i principi condivisi possano essere agilmente declinati luogo per luogo, realtà per realtà, caso per caso.

Ciò a partire dalla definizione degli obiettivi da assegnare ai piani di ricostruzione.

3. I nuovi piani di ricostruzione: integrali, integrati e integranti.

Nel merito più tecnico, i nuovi “Piani”, dovrebbero comporsi tenendo a mente (in maniera ingenuamente sloganistica) tre “I”.

Integrali: i piani devono riguardare, magari con una scalarità e con una modularità intrinseca, tutto il territorio e tutte le sue componenti (sociali, ambientali, economiche). Occorre elaborare prima una visione politica strategica del territorio, che potrà poi essere declinata nelle sue componenti, anche con piani di settore. Il tema della ricostruzione fisica, del com’era dov’era, non può essere più eluso e non deve essere trattato “in sé” in quanto tali termini, per essere significativi, devono essere posti in relazione alla struttura complessiva dello spazio e del tempo nella quale si intende collocarli. Ricostruire in zone franose è ancora sostenibile? Ricostruire edifici di modesta qualità architettonica, con prestazioni statiche ed energetiche bassissime o nulle è ancora possibile? Che ruolo deve avere l’accessibilità, l’infrastrutturazione, nella ricostruzione? Che tipo di valutazioni paesaggistiche devono essere fatte nella delocalizzazione delle attività produttive? Può esistere una delocalizzazione a termine? Possiamo pensare a delle nuove città, o l’esperimento dell’Aquila deve essere buttato integralmente? Chi abita nelle nostre aree interne? Chi vi lavora? Chi vi abiterà tra 10/20 anni?

Integrati: devono prevedere forme di comunicazione e di fertilizzazione interna. Devono riguardare il modo di funzionamento, il rapporto con i privati e la costruzione di nuovi iter procedimentali, integrando, fin da subito, il contributo della Soprintendenza. La catena del comando e delle decisioni deve essere chiara. Non possiamo più permetterci pareri contrastanti dello stesso Ente su un’iniziativa imprenditoriale. Non possiamo più avere veti reciproci, sovrapposizioni di competenze amministrative. La necessità di avere chiarezza e fluidità dei procedimenti potrebbe condurre a un ripensamento dell’architettura istituzionale che oggi, nella sua disarticolazione e decentramento, mostra forti criticità. Il federalismo del 2001 è già in un momento di forte ripensamento anche nella gestione ordinaria: con l’emergenza e la ricostruzione ci sembra in forte difficoltà.

Integranti: devono prevedere, al loro interno, le forme di partecipazione necessarie tra popolazione, mondo delle associazioni e del terzo settore, imprenditoria in ogni sua forma e pubblica amministrazione. La partecipazione deve essere veramente tale e quindi non dovrà limitarsi alla sola informazione e successiva automatica ratifica dei progetti già predisposti dall’amministrazione pubblica promotrice. Devono essere previsti strumenti e forme di partecipazione attiva sin dalla fase di individuazione degli obiettivi, attraverso la definizione di una nuova governance. Ci sarebbe piaciuto, come già detto in precedenza, vedere la nascita di un “pensatoio”, in questi mesi, di un centro di elaborazione culturale, accademica, scientifica, che tracciasse le linee strategiche principali della ricostruzione, prima delle tecnicalità. L’occasione deve essere insomma colta anche per cercare di ricostruire un tessuto sociale oltre che un tessuto urbano.

4. Il ruolo dei professionisti nell’elaborazione di una visione di lungo periodo per la Regione Umbria.

Noi crediamo che sia necessario (oramai imprescindibile) elaborare una forte idea di sviluppo della Regione Umbria. Ci sembra che l’immagine dell’Umbria (e le sue ambizioni) si siano appiattite sulla filiera T.A.C. Turismo-Ambiente-Cultura: i buoni risultati prodotti sinora rischiano di essere insufficienti nel prossimo futuro e ciò ci espone a rischi fortissimi.

Se non vogliamo rilanciare l’industria e il manifatturiero come li abbiamo conosciuti e che, all’epoca, hanno costituito il volano per la maggiore crescita economica e sociale avuta dalla Regione Umbria dal primo dopoguerra, occorre forse rivolgersi all’indietro e trovare ispirazione indagando nelle radici della nostra storia. Pensiamo per esempio al fatto che l’Umbria ha dato i natali agli ordini monastici forse più importanti della cristianità, e che per esempio fare dell’Umbria il luogo del ben-vivere e del ben-essere fisico e mentale, potrebbe essere un atout. Sempre da queste radici potrebbe svilupparsi il tema della cultura e soprattutto della ricerca: ricerca di alto profilo. Pensiamo a dei centri di ricerca, da collegare fortemente alla nostra università. Anche qui, forse, pensare all’eccellenza nella medicina e nella cura potrebbe essere vincente. Puntare fortissimamente insomma sull’intelligenza e sulla creatività, senza dimenticare la manualità, innovativa e di tradizione.

Nella costruzione dei prossimi grandi temi di sviluppo ci piacerebbe che anche il mondo professionale fosse chiamato a fornire un contributo, con una considerazione di stretta attualità e una premessa metodologica.

La considerazione di stretta attualità è legata al fatto che, piaccia o meno, tutta la comunità europea e il mondo occidentale ormai considerano le professioni tecniche delle piccolissime imprese. Se, da un punto di vista, ciò fa perdere quell’aura di intellettualità che contraddistingue le nostre professioni, da un altro punto di vista ci chiama a rivedere la professione alla luce di tutti gli strumenti manageriali e finanziari che la stessa Comunità europea ci mette a disposizione. Se a questo si aggiunge il jobs act degli autonomi, ci si rende conto che lo statuto delle nostre professioni è in un momento di grande elaborazione identitaria.

La premessa metodologica è che, anche con il contributo delle professioni tecniche, occorre forse integrare il nostro modello di pianificazione/programmazione, troppo ottimistico e regolativo con un modello che abbandona alcune certezze e che invece consente al sistema in sé di rispondere con più sensibilità, sensitività e velocità ai mutamenti che ci saranno. Noi non sappiamo quali saranno i lavori più remunerativi tra 10/20 anni, non sappiamo se avremo ancora un’agricoltura (di nicchia) o se diventeremo solo un grande giardino, non sappiamo in che modo la robotica occuperà la parte manufatturiera della produzione, non sappiamo in che modo i flussi migratori imporranno un loro modello produttivo e di consumo. Ecco, a fronte di questi semplici esempi, sarebbe forse meglio costruire un sistema meno predittivo ma più intelligente, piuttosto che uno più predittivo ma rigido.

  • Scritto con il contributo di Alessio Burini per Confprofessioni Umbria

Norme di salvaguardia in Umbria: qualche dubbio.

Ritengo che con l’articolazione del PRG su due livelli, comunemente detti Strutturale (PRGS) e Operativo (PRGO), l’istituto delle norme di salvaguardia debba subire un raffinamento logico e forse anche giuridico. Si veda già, qui di seguito, come varia e si articola il semplice istituto in considerazione i due livelli del PRG.

Sfioro appena l’argomento, con l’intenzione di tornarci in un’altra sede: mi sembra che, data l’autonomia procedimentale e l’assenza dell’obbligo di provvedere ad approvare anche il PRG Operativo una volta approvato il PRG Strutturale, questi due livelli della pianificazione debbano intendersi come due strumenti urbanistici con autonoma valenza giuridica. Se così non fosse, anche l’istituto delle norme di salvaguardia in presenza di varianti al PRG operativo ne uscirebbe completamente stravolto, anzi: espulso.

PRGS VIGENTE

PRGO VIGENTE

PRGS IN PROGRESS

PRGO IN PROGRESS

NOTE

No

No

Prima configurazione stabile

No

Adozione nuovo PRGS – Configurazione A

No

No

Approvazione nuovo PRGS – Configurazione B

No

Adozione nuovo PRGO – Configurazione C

No

No

Nuova configurazione stabile

Se si eliminano le configurazioni di partenza e di arrivo, “stabili”, la matrice si semplifica come segue.

PRGS VIGENTE

PRGO VIGENTE

PRGS IN PROGRESS

PRGO IN PROGRESS

NOTE

No

Configurazione A

No

No

Configurazione B

No

Configurazione C

Questa matrice fa comprendere come la nuova articolazione su due livelli del PRG (PRG Strutturale e PRG Operativo), conduca ad avere almeno tre regimi di salvaguardia differenti.

Infatti l’adozione del PRGS (Configurazione A), fa scattare un primo livello di salvaguardia. In questo caso si ha la presenza contemporanea di due livelli strutturali del PRG. I titoli abilitativi devono essere conformi al PRGS vigente (che è ancora quello “vecchio”), e al PRGO, quest’ultimo ancora pienamente efficace. Inoltre (i titoli) non devono essere in contrasto con il PRGS adottato. Tutto ciò si desume dall’art. 120 della LR 1/2015. A me pare di cogliere subito una possibile area di frizione, laddove le previsioni del PRGS appena adottato non corrispondano con quelle del PRGO vigente, soprattutto se con le norme del PRGS non viene chiarita la prevalenza dell’uno o dell’altro. Per fare un esempio: l’adozione del PRG Strutturale potrebbe aver eliminato del tutto un’area che nel PRG Operativo è destinata a insediamenti residenziali. O abbassato delle altezze massime in un’area. Mi sembra insomma che una variante al PRG Strutturale implichi automaticamente anche una variazione del PRG Operativo. Questa, che sembra una banalità, potrebbe invece avere ricadute sul piano del procedimento e della partecipazione non del tutto banali.

Ancora: passati i tre anni di efficacia della salvaguardia, le previsioni urbanistiche del PRG mantengono invece la loro efficacia? Dunque l’efficacia delle previsioni adottate può permanere sine die? E può darsi dunque il caso di un rilascio del PdC difforme dalle previsioni urbanistiche adottate, dato che i tre anni di salvaguardia sono trascorsi?

La Configurazione B scatta invece quando entra pienamente in vigore il PRG Strutturale prima solo adottato, e quindi con la sua pubblicazione al BUR. Nel momento in cui il nuovo PRGS acquista efficacia, il vecchio PRGS deve uscire di scena. Abbiamo un PRG Stutturale nuovo e un vecchio PRG Operativo, che potrebbe non essere più allineato. Anzi: questo è il caso più probabile. Teoricamente non siamo più in regime di salvaguardia, poiché non ci sono strumenti urbanistici adottati, ma solo approvati ed efficaci. Anche in questo caso, e in modo ancora più più incisivo che nella Configurazione A, occorre che il PRG Strutturale dica cosa si può fare o non fare nelle aree non più “allineate”, non più conformi. Il PRG Operativo dice cose diverse dal PRG Strutturale: che tipo di valutazioni deve fare chi rilascia il PdC? Per quanto tempo può (r)esistere questo modello che prevede contemporaneamente cose diverse?

La Configurazione C scatta invece quando viene adottato un nuovo PRGO. In questo caso siamo in una variante al PRG Operativo. Poiché si presume che la variante al PRGO sia comunque conforme al PRGS, i titoli abilitativi devono essere conformi al PRGO vigente e non in contrasto con il PRGO adottato. E’ il caso più conosciuto e semplice.

A questa prima facile disamina (purché nelle NTA si districhi la matassa della prevalenza), si aggiungono due elementi di complessità: a) il tempo che può passare tra l’approvazione di un nuovo PRG Strutturale in presenza di un PRG Operativo “vecchio” (non allineato); b) il ruolo della salvaguardia nel caso in cui il vecchio PRG non sia articolato su due livelli, ma sia un PRG costruito su un unico livello, approvato ai sensi della L. 1150/1942.

a) Si pone un problema di tempi. Infatti l’approvazione di un PRGS è sempre asincrono rispetto all’approvazione del PRGO. Ma non esiste alcuna norma che imponga di approvare un PRG Operativo “allineato” al PRGS entro un certo termine. Ne deriverebbe che la durata della “salvaguardia” viene artatamente protratta per un tempo insostenibile. Non si tratta infatti di una salvaguardia attivata dall’adozione di un nuovo strumento urbanistico: qui abbiamo l’approvazione di un livello del PRG che non collide con le previsioni di dettaglio che gli “stanno sotto”. Che tipo di valutazioni tecniche e legislative è tenuto a fare il responsabile dell’ufficio PdC? Non solo il rilascio del titolo è a mio avviso problematico: lo è anche l’approvazione di un piano attuativo. Infatti e per esempio, se il PRG Strutturale ha abbassato le altezze o ridotto le capacità edificatorie di tutta un’area, queste modifiche non sono ancora recepite dal PRG operativo, che è quello “vecchio”. Il piano attuativo deve essere conforme ai due strumenti?

b) PRG vigente ex L. 1150/1942. In questo caso non è possibile operare un discorso sulla prevalenza tra i due livelli. Il PRGS che si adotta non può incidere completamente sul PRG vigente. In poche parole: se il PRGS non ha detto nulla nel dettaglio, a mio avviso le previsioni del PRG vigente (ex L. 1150/1942), mantengono la loro efficacia fino all’approvazione del nuovo PRGO, che contiene appunto nuove previsioni di dettaglio. Il PRGS non contiene (non può contenere, secondo la LR 1/2015), elementi e contenuti che appartengono al PRGO. Di conseguenza, dobbiamo accettare che ci sia un PRGS ex LR 1/2015 e un PRG ex L. 1150/1942. Anche in questo caso, si badi bene, non vi è alcuna norma esplicita che, che obblighi ad approvare un PRG Operativo entro un certo termine dall’approvazione del PRG Strutturale.