Ricostruzione

Lunedì 7 Maggio alle 17,30 al Teatro di Gualdo Cattaneo parliamo di ricostruzione con relatori di prim’ordine!

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Salut, Stephane

Ce n’est pas facile d’écrire. De ce petit fort tu regardais où? Tu regardais quoi? Tu as choisi de partir. D’avance, comme un peu toute ta vie.

On t’aimais. Peut-être pas assez. Mais tu sais on est jamais assez aimé, même si on a de la chance et on est beaucoup aimé. On voudrait en tous cas être aimé par des autres personnes. Personnes que peut-être ne savent même pas de notre desir. Ou alors, on voudrait pas être aimé, (ou pas si fort), par ceux qui nous sont à côté.

C’est alors peut-être ce manque d’amour qui nous eloigne de tout et de tous.

La sagesse c’est peut-être prendre l’amour qui nous arrive et chercher de vivre avec c’è lui qu’on a. Ce n’est pas une consolation, je sais. Et d’abord on n’est pas obligés à être sages. Grandir, mûrir, c’est des fois une question de conquête ou de renonce. Et des fois on a pas envie de conquerir, c’est tout. Je n’ai pas de conseilles à te donner. Je n’ai plus de conseilles à te donner.

Tu as eu une vie difficile, comme la notre, d’ailleurs. On a pas vécu assez, ensemble, pour avoir des tas de souvenirs. Je dois me contenter de ce que j’ai: des flash, des images lointaines, quelque apres-midi passé en Italie, ton habilité à faire des choses avec les mains, ton obstination pour les pompiers, pour la peinture. Tes bouteilles de coca-cola. L’accumulation. Et puis ta phrase sans aucun sens, prononcée en pleine nuit il-y-a longtemps, et de laquelle on riait jusqu’aux larmes: “La discipline de la science!”

Un jour on se reverra, tu m’expliquera, tu me pardonnera, je te pardonnerai. On pardonnera nos parents, nos voisins, nos proches, et tous les torts qu’on a subi. Celle-ci me semble d’ailleurs une des rares choses qui puisse rendre supportable l’idée de la mort et l’idée de ton départ.

Certes, ton sourire me manquera toujours, petit.

Riflessioni sul voto

Matteo Renzi paga da una parte un tratto caratteriale che gli italiani non gradiscono, e che dopo Berlusconi hanno visto reincarnarsi in lui: strafottenza, promesse non mantenute. Da sinistra gli hanno fatto una guerra che lui non è riuscito a arginare: D’Alema, Bersani, Grasso, e altri, hanno tutti cercato di depotenziarlo. E ci sono riusciti. Coloro che non hanno votato Renzi si sono buttati su LEU in parte e molti, pur di non votare Berlusconi, sono andati dai 5stelle. Una parte della campagna elettorale è stata basata sull’antifascismo, e non era un problema fondamentale, oggi.

Silvio Berlusconi è stato meno convincente del solito. E a mio avviso è contato molto il fattore età anagrafica. Anche a volergli ancora dare fiducia, dietro di lui non vi era un candidato serio e credibile, dopo che lo stesso Berlusconi ha in passato divorato tutti i suoi figli: Alfano, Toti, ecc. La disponibilità di Tajani è stata a mio avviso tardiva. Il suo nome e la sua designazione chiara, anticipata di qualche buona settimana, avrebbe portato molti più voti. A ottanta anni passati, chiedere agli italiani un consenso personale era troppo.

La Lega ha intercettato una buona parte della “pancia” dell’Italia. Nulla da dire: ha capito i disagi di una parte della popolazione e le ha fornito una proposta, magari emozionale, magari non tutta percorribile. Soprattutto mi è parsa una compagine che si è messa all’ascolto, senza trattare l’elettore come colui che non riesce a capire quali sono i suoi veri problemi.

A ciò si lega una cultura e una devozione per l’incompetenza che è un fenomeno sociologico anora tutto da studiare. Non stiamo già più nell’epoca della post-verità: stiamo nell’epoca della pre-verità. Prima della verità, a prescindere dalla verità.

Berlusconi ha fatto delle promesse, Renzi ha fatto delle promesse. Come in amore, molte di queste sono state tradite da chi le ha fatte. I Cinque stelle hanno fatto un “upgrade” delle promesse, portando alcune di queste (lo dico senza fare una facile battuta), nel regno delle favole. E infatti, o tuttavia, queste favole hanno fornito sufficiente energia, emozioni e motivazioni per spingere milioni di italiani al voto.

Prime riflessioni sulla DGR Umbria 41/2018

Si tratta della preadozione di un testo normativo che è volto a  consentire la ricostruzione delle zone terremotate.

Propongo qui alcuni primi spunti di riflessione, postando il disegno di legge con a fianco alcune notazioni.  In questa piccola premessa fuori dal testo invece avanzo due riflessioni generali. La prima è che forse il testo potrebbe prevedere un Titolo per la modifica di alcune leggi e regolamenti regionali in urbanistica, edilizia e materie correlate. Due piccoli argomenti potrebbero essere trattati. Il primo è la possibilità di ripristinare distanze inferiori ai 10 m tra edifici in caso di piani attuativi con previsioni planovolumetriche. E ciò in armonia con l’ultimo comma dell’art. 9 del DM 1444/1968, che lo ha sempre consentito. Il secondo è sulla procedura prevista in questo disegno di legge al co.12 dell’art. 13. Vi si prevede la procedura di contestuale variante sia per la parte strutturale che per la parte operativa del PRG per varianti che attengano sia allo strutturale che all’operativo. Ora, a meno di non limitarsi a varianti che riguardano esclusivamente lo Spazio Rurale, tutte le varianti allo strutturale hanno ricadute anche sull’operativo, essendo legate da un nesso di consequenzialità e di conformità. Mi chiedo dunque se ormai non sia il caso di riportare il PRG a un unico livello di articolazione (come conosciuto con la L. 1150/1942), o allora di mantenere una certa articolazione, riducendo però a UNO il procedimento di approvazione. Si tratta insomma di “plasticizzare” il PRG costruendo già degli elementi più rigidi e degli elementi cedevoli. Non credo di dire cose straordinarie. La LR 1/2015 già prefigura infatti, a fronte di un PRG articolato su due livelli, tre tipi di varianti:

  1. La variante al PRGS ordinaria
  2. La variante al PRGS “semplificata” attraverso procedura ex art. 32 co. 3
  3. La variante al PRGO

Credo che allora sarebbe forse più semplice avere un unico procedimento del PRG, dove si disegna tutto il piano, dove si fa una unica valutazione ambientale e di incidenza (nel caso). Dove si lascia la plasticità del piano su tre livelli e procedimenti differenti. Alcune varianti seguono il procedimento originario di formazione del PRGS: DP, VAS, Conferenza istituzionale. Queste sono limitate a alcuni casi tipizzati, come ad esempio: aumento della superficie occupata dall’insediato, riperimetrazione di vincoli, ecc. Alcune altre hanno un procedimento semplificato ex art. 32 co. 3 e sono limitate ad alcuni casi. Altre ancora sono solo di competenza comunale. In questo modo le previsioni “statutarie” possono resistere un po’ meglio alle consuete esigenze di modificare il PRG, e potrebbero essere poste e approvate con l’aiuto conoscitivo della Regione, senza avere la solita ipertrofia (spesso ridondante), di Quadri Conoscitivi, molto costosi in termini di tempo e soldi per i Comuni, specie per quelli più piccoli.

Infine sarebbe comodo ai fini della lettura evidenziare da subito, nella rubrica, gli articoli che si applicano a tutti i Comuni e quelli che invece restano riservati a Comuni particolari.

DGR n. 41 del 15 gennaio 2018 bmb

SUAP in variante al PRG – Rapporto tra norma regionale e norma statale e titolarità a presentare l’istanza

Recentemente, per motivi professionali, ho dovuto affrontare l’argomento del progetto di un’attività commerciale in variante al PRG vigente in un comune umbro. Le difficoltà erano date dal rapporto gerarchico tra la norma nazionale (DPR 160/2010) e quella regionale (LR 1/2015 e RR 2/2015). In questo breve scritto tento di dare un contributo di chiarezza operativa.

Innanzi tutto il rapporto tra la normativa nazionale e quella regionale. Benché sia nata una querelle tra coloro che vedono la norma del DPR molto incisiva (perché emanata ai sensi del DLgs. 112/1998), ritengo che in Umbria il rapporto sia stato inteso in maniera pienamente concorrenziale. In ogni caso, non ne voglio fare una questione dei principi di diritto (non ne ho le competenze), e fletterò la norma secondo una visione molto quotidiana, prosastica. La normativa nazionale si limita a indicare alcuni punti fissi, elencati all’art. 2 del DPR 160/2010. In alcun punto si esplicita in maniera chiara la prevalenza e la prescrittività della norma nazionale rispetto a quella regionale. Anzi, in più punti viene esplicitamente ribadita la salvezza (“fatta salva …”) della relativa disciplina regionale. In estrema sintesi, il Decreto dice quali sono le finalità e richiama i termini entro i quali il procedimento si deve chiudere. E sono quelli incardinati nella L. 241/1990. Per il resto si lascia ampia autonomia a Regioni, Camere di Commercio e Comuni al fine di promuovere la realizzazione, la modifica, l’ampliamento di attività produttive (in senso ampio).

L’autonomia della disciplina regionale è ribadita nei fatti (e nel diritto, ovviamente), anche dalla LR Umbria 1/2015 vigente (e mai impugnata dal Governo per questi aspetti). L’art. 32 co. 11 della legge regionale elimina per esempio l’esclusione del procedimento dell’art. 8 che il Decreto aveva posto per le medie e le grandi strutture di vendita. Dunque queste sono possibili in Umbria. E sono state già realizzate, anche in applicazione della LR 1/2015.

Detto ciò, vediamo chi ha titolo a presentare l’istanza ex art. 8 DPR 160/2010. La lettura “stretta” dell’ultima frase dell’art. 8 del citato decreto presidenziale potrebbe trarre in inganno. La frase è questa: “Gli interventi relativi al progetto, approvato secondo le modalità previste dal presente comma, sono avviati e conclusi dal richiedente secondo le modalità previste all’articolo 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.” Sembrerebbe dunque che l’interessato debba avviare e concludere i lavori relativi al progetto. E la cosa ha un suo senso. Tuttavia la frase non finisce dopo la parola “richiedente”, ma continua dicendo “secondo le modalità previste dall’art. 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.” Cioè secondo le modalità con cui normalmente si realizzano gli interventi sottoposti a Permesso di Costruire.

Ora, l’art. 15 del DPR 380/2001 è rubricato: “Art. 15 (R) – Efficacia temporale e decadenza del permesso di costruire”. Tra l’altro la lettera R messa tra parentesi affievolisce ancora l’incisività della norma poiché la porta a livello regolamentare e non legislativo (e infatti anche in questo caso la regione Umbria ha legiferato diversamente, seppure per fasi transitorie). In ogni caso, come è chiaro leggendo tutto l’articolo, questo intende solo fissare i termini di inizio e di fine dei lavori, e non disciplinare la titolarità a presentare l’intervento, che si trova in altra sede.

Che cosa ha voluto fare il decreto presidenziale con l’ultima frase dell’art. 8? Ricondurre a mio avviso l’esito della conferenza dei sevizi (la determinazione dirigenziale finale), a un istituto tipizzato e ben noto qual è quello del Permesso di Costruire, per fissare dei termini certi di inizio e di fine lavori.

Questo perché si erano verificati dei casi in cui era stata approvata la variante urbanistica e la convenzione allegata al progetto aveva disposto dei termini assimilabili a quelli di un piano attuativo (10 anni), per realizzare l’intervento, differendo nel tempo quindi l’attuazione di un progetto che era stato chiesto in deroga al PRG per evidenti e dimostrate necessità imprenditoriali impellenti (nuova attività o ampliamento dell’attività esistente), insinuando più di un dubbio sulla reale necessità di un procedimento acceleratorio e derogatorio.

L’ultima frase dell’art. 8 del DPR 160/2010 non ha secondo me innovato nulla rispetto alla titolarità di chi può presentare l’istanza e di come si conducono i lavori. Né ha espunto dall’ordinamento vigente l’istituto della volturazione del Permesso di Costruire. Né ha espunto dall’ordinamento vigente la possibilità di firmare congiuntamente un’istanza di Permesso di Costruire. Né ha espunto dall’ordinamento vigente la possibilità di firmare un’istanza di PdC a chi abbia diritto reale su un terreno. Si noti che il DPR parla tra l’altro di richiedente: nemmeno di “chi abbia titolo”, che è la formula generalmente usata per indicare chi deve realizzare un intervento edficatorio.

La lettura così stretta della norma si presterebbe poi a un effetto curioso in caso di variazione del soggetto giuridico. Se infatti il richiedente facesse acquisizioni, cessioni di ramo d’azienda, fusione, ecc., esso non sarebbe più (a rigore), lo stesso soggetto. Quindi una norma derivata da un Decreto presidenziale impedirebbe a una società, per un tempo stimabile di 4 anni, di fare alcun movimento societario (fusioni, cessioni, ecc.).

L’effetto paralizzante della interpretazione letterale di questa norma è aumentata poi dal caso (astrattamente sempre possibile), di fallimento della ditta che ha fatto istanza e ha avviato i lavori, ma che, ovviamente, non li ha conclusi. Non si capisce come il richiamo all’art. 15 del DPR 380/2001 del DPR 160/2010 potrebbe risolvere tutti questi casi.

Se il legislatore avesse voluto stringere così fortemente sul soggetto interessato, avrebbe ben potuto farlo all’art. 9 del decreto 160/2010, dove ha previsto una disciplina del collaudo piuttosto puntuale e incisiva. In quell’occasione avrebbe potuto controllare e sanzionare. Ma non lo ha fatto.

E’ evidente allora, che nulla è innovato rispetto alla disciplina ordinaria del Permesso di Costruire.Tra l’altro tutto l’art. 8 non si applica alle strutture di vendita, come recita il comma 3, facendoci tornare alla normativa regionale. Che infatti con l’art. 102 co. 1 lett. g) del RR 2/2015, risolve definitivamente la materia. “g) interventi relativi ai procedimenti di cui al decreto del Presidente della Repubblica 7 settembre 2010, n. 160 (Regolamento per la semplificazione ed il riordino della disciplina sullo sportello unico per le attività produttive, ai sensi dell’articolo 38, comma 3, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.).”E’ evidente dunque che il Comune, in caso di istanza da parte di un’impresa che voglia realizzare un’attività in variante al PRG, debba limitarsi a verificare se ci sono le condizioni urbanistiche e edilizie per consentire l’intervento, e non entrare nel ginepraio delle questioni societarie. Deve a mio avviso verificare tre condizioni: 1. se il PRG soddisfa o meno le intenzioni dell’impresa, 2. se l’impresa è veramente un’impresa (se sia in attività e al massimo se il suo oggetto sociale comprenda l’attività), 3. se l’impresa ha titolo per un intervento su quel terreno (o in caso di diversità di soggetti se il proprietario del terreno acconsente). Restando come sempre fermi i diritti di terzi.****

Art. 8 DPR 160/2010

Raccordi procedimentali con strumenti urbanistici

1. Nei comuni in cui lo strumento urbanistico non individua aree destinate all’insediamento di impianti produttivi o individua aree insuffi cienti, fatta salva l’applicazione della relativa disciplina regionale [neretto mio] l’interessato può richiedere al responsabile del SUAP la convocazione della conferenza di servizi di cui agli articoli da 14 a 14 -quinquies della legge 7 agosto 1990, n. 241, e alle altre normative di settore, in seduta pubblica. Qualora l’esito della conferenza di servizi comporti la variazione dello strumento urbanistico, ove sussista l’assenso della Regione espresso in quella sede, il verbale è trasmesso al Sindaco ovvero al Presidente del Consiglio comunale, ove esistente, che lo sottopone alla votazione del Consiglio nella prima seduta utile. Gli interventi relativi al progetto, approvato secondo le modalità previste dal presente comma, sono avviati e conclusi dal richiedente secondo le modalità previste all’articolo 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.

[….]

3. Sono escluse dall’applicazione del presente articolo le procedure afferenti alle strutture di vendita di cui agli articoli 8 e 9 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, o alle relative norme regionali di settore.

Art. 32 co. 6 LR 1/2015

6. Nel caso di procedimenti per i quali è previsto il ricorso a conferenze di servizi che comportano variazione degli strumenti urbanistici generali, le conferenze medesime tengono luogo dell’adozione della variante ed assolvono anche alle funzioni previste dagli articoli 23, 24, 25, e 29 per la conferenza di copianificazione e per la conferenza istituzionale. La potestà provvedimentale degli enti interessati si esprime nell’ambito della conferenza, in base alle competenze previste dal presente TU, nel rispetto dei tempi del procedimento previsti dalla l.r. 8/2011. I tempi di deposito e pubblicazione delle relative varianti e di tutti i procedimenti previsti dal presente TU sono ridotti della metà. Entro tali termini i soggetti di cui all’articolo 24, comma 3, possono presentare valutazioni e proposte in merito alla variante. Per i procedimenti di cui all’articolo 8 del d.p.r. 160/2010 il comune, entro e non oltre venti giorni dalla presentazione della proposta progettuale di intervento, si esprime sull’insufficienza delle aree previste dallo strumento urbanistico generale, o sull’eventuale inadeguatezza delle previsioni medesime rispetto alle esigenze localizzative e dimensionali dell’impianto produttivo o per servizi rappresentate nella proposta stessa.

Art. 32 co. 11 LR 1/2015

11. I procedimenti di cui all’articolo 8 del d.p.r. 160/2010, come disciplinati al comma 6, si applicano a tutte le attività produttive e per servizi.

Nonostante i governi

Credo che se stiamo uscendo da questo tunnel lungo ormai dieci anni, lo dobbiamo non ai governi che si sono succeduti in questi anni, ma nonostante i governi che si sono succeduti. La mia non è un’affermazione oppositiva: è un’affermazione che deriva dalla percezione di un distacco ormai sempre più evidente tra la società civile e la politica (nel senso nobile della parola). Sì Renzi ha fatto delle buone cose, è un riformista moderato, ma ormai la sua spinta innovatrice ha perso potenza. Roma ha “digerito” anche lui, lo ha metabolizzato, lo ha de-renzizzato. Sicuro, c’è Grillo e i suoi cinquestelle, incapaci di governare seriamente, e quando dico seriamente penso fare i conti con la politica estera e con vincoli di bilancio. Berlusconi che ritorna e che vincerà le prossime elezioni, senza tuttavia capire come fare il governo e con chi dopo di lui. E poi i governi tecnici, che hanno fatto i tagli che dovevano fare, senza nemmeno darci la motivazione di qualche buon ideale. Come se fossero storie già viste.

Ecco, in questi dieci anni c’è stata gente (eroica), che ha tenuto in piedi il sistema Italia. Si tratta di commercianti, di artigiani onesti, di liberi professionisti portati alla fame, di piccole imprese che fanno salti mortali per dare gli stipendi a fine mese ai propri dipendenti, di funzionari e impiegati pubblici responsabili, di contadini che nonostante li facciano restare in casette (le chiamano così: ci sarà un motivo), si alzano alle 5 e vanno a mungere le loro pecore. Tutta gente che ha continuato a pagare le tasse, lamentandosi sì del “governo ladro” (fa parte del business), ma che ha continuato a lavorare, a risparmiare, a pagare gli studi ai figli. Gente che non è fuggita all’estero perché oramai la famiglia è qui o perché non ha avuto il coraggio di farlo. Gente che però ha avuto il coraggio di restare. Gente che è restata con il timone a diritta.

Certo: c’è qualche imprenditore disonesto che non ha pagato alcune tasse, qualche impiegato pubblico che non è un campione di lavoro, qualche contadino che ti vende l’agnello e la ricotta in nero.

Tuttavia, nel complesso si è andato consolidando un tessuto, una rete operosa, che lavora silenziosamente e che riesce a tenere in piedi anche una classe politica in cui forse non si riconosce più, non perché la reputa particolarmente malandrina, quanto invece incapace da una parte di proporre delle visioni e dall’altra di tenere banalmente i conti in ordine. Un tessuto che vede la politica come un male necessario, un’incrostazione sociale, un fenomeno che bisogna sopportare.

Spoleto #2

Monteluco era l’estate, i cocomeri, le rincorse con le pistole a acqua.

Monteluco era l’estate interminabile, le lunghe camminate per arrivarci, con mio zio Claude. Salendo ci faceva cantare un ritornello francese: “Un kilometre à pieds ça use, ça use les souliers; deux kilometres à pieds ça use ça use ….”. Una canzoncina che non aiutava affatto, e che faceva venire solo una gran sete. Ma a lui piaceva e credo si divertisse a farcela cantare a lungo.

Spesso portavamo con noi un cocomero, comprato il giorno prima. Partivamo molto presto: alle 5, alle 5,30. Una volta arrivati in cima lo mettevamo a bagno nella fontanella proprio all’inizio del bosco. Un’acqua freschissima, allegra, che cancellava in un attimo la fatica fatta per arrivare. Più tardi lo avremmo divorato insieme a qualche panino. Appena finito ci si bagnava tirandoci le scorze del cocomero, o allora con le pistole a acqua. Piccole pistole che bisognava ricaricare troppo spesso e che, immancabilmente, schizzavano di sghembo un filo d’acqua, sicché era inutile prendere la mira. Poi c’era il prato, dove giocare al pallone, guardare le prime ragazze, capire il gioco reciproco degli sguardi e dei sorrisi, il rito dei primi approcci: il pallone che inevitabilmente andava a finire in quel gruppetto, la loro maniera goffa di rendercelo, la nostra maniera goffa di fare qualche complimento.

Poi, però, c’era il bosco. A Monteluco c’era, e c’è, un bosco di lecci che ha sempre avuto un grande fascino per me, legato a un non so che di misterioso.

Era sempre pulito, e questo gli dava un senso di ampiezza e di grandiosità. Quel senso di maestoso l’avrei ritovato molti anni dopo, salendo sul Monte Cucco, e fermandomi sotto i suoi faggi.

Era una cosa solenne e sacra, diversa da quella macchia a cui eravamo abituati e che si poteva incontrare subito fuori. Una macchia fatta di carpini, ornielli, corbezzoli, ginestre, e qualche roverella. Entrare in quel luogo (c’è un muro di pietra che lo delimita, con un portale d’ingresso), voleva dire fare un salto nello spazio e nel tempo. Nello spazio inteso come misura. Gli alberi erano più grandi, gli spazi tra gli alberi erano più grandi, l’ombra era più cupa e verde. Nel tempo perché si intuiva che gli alberi erano lì da molto tempo, da prima che noi arrivassimo, e che sarebbero restati lì anche dopo che noi li avremmo lasciati. Ci torno spesso anche d’autunno, anche d’inverno, e ne sono geloso. Come se quel bosco l’avessi capito solo io, come se quel bosco capisse solo me.