Diario

La città nel pozzo – Spoleto 11 luglio 1996*

Un discorso sulla città che voglia essere profondo è anche, per forza di cose, complesso.

Ho deciso di articolare il mio in quattro punti.

Nel primo punto, farò alcune riflessioni sulla città odierna e sulla “fuga” dal centro. Nel secondo, leggerò la città antica in modo da trarne qualche insegnamento. Nel terzo cercherò di individuare i maggiori fattori che influenzeranno la città futura. Nel quarto evidenzierò le conseguenze di queste riflessioni e avanzerò delle proposte che spero avranno il vostro consenso.

1) Analisi della città contemporanea.

Nel parlare della città contemporanea, partiamo quasi sempre dall’assunto che essa, con la sua ormai immancabile periferia, sia brutta. Quali sono i segni di questa brutta città, i suoi caratteri distintivi? Provo ad indicarne, senza alcuna pretesa di esaustività, alcuni.

Le nuove espansioni e le periferie sono a dimensione di automobile.
I tipi di traffico sono coesistenti. Le nostre pavimentazioni non distinguono né per quote né per disegno né per materiali, l’automobile, la bicicletta, i pedoni.
Spesso le periferie sono monotematiche: in alcune si vive solo in certe ore: quartieri dormitorio, zone industriali, centri direzionali, ecc.
Non ci sono monumenti rappresentativi per la collettività, ma solo anonimi “centri” di servizi, attrezzature collettive.
Ci sono barriere per gli handicappati, per i bambini e per gli anziani.
I trasporti collettivi non sempre sono soddisfacenti e spesso sono pericolosi in particolari fasce orarie.
C’è un grosso inquinamento: olfattivo, visivo, acustico, elettromagnetico.
Nessun valore viene dato alla durata della costruzione.
Se guardiamo il dato quantitativo, in periferia vi è più verde che in centro, ma funziona un po’ come il pane grattugiato sui pomodori al forno: come farcitura.
Paradosso: c’è una differenza notevole tra periferia e centro storico della stessa città. Differenza fatta di materiali, di geometrie, di ritmi dell’edificato, mentre esiste una forte somiglianza tra tutte le periferie d’Italia.
Si costruiscono anche le più umili “palazzine”, o i peggiori “blocchi” in mezzo al lotto di terreno, come se fossero tutte dei palazzi rinascimentali. Questi “blocchi”, nei casi in cui sono addensati, sono tutti uguali: si arriva all’assurdo di non riconoscere più la propria abitazione.

Fuga dal centro

Non deve stupire che il centro storico si stia svuotando. Le cause sono molteplici e complesse, interdipendenti.

Da un punto di vista economico, il prezzo delle abitazioni è alto, se raffrontato con quello delle nuove costruzioni in periferia. Prendo qui il parametro del prezzo per sintetizzare gli altri aspetti. La manutenzione di un edificio storico, o quanto meno vetusto, è cara, e va a sommarsi ad altre spese e disagi. Il parcheggio non c’è. Spesso, in particolari periodi dell’anno o in concomitanza a particolari festività, è impedito anche l’accesso pieno. Per gli anziani (e non ci sarebbe bisogno di ricordare che la popolazione si sta sempre più invecchiando) questi disagi si aggiungono a quelli di avere un appartamento al terzo piano senza ascensore, magari con delle barriere architettoniche pressoché insormontabili. Servizi assistenziali, ospedali e negozi si stanno trasferendo in periferia ed è difficile raggiungerli. Trovare un angolo di verde, una panchina o un piccolo circolo dove giocare a carte è difficile. Il cimitero è lontano e per andarci bisogna prendere l’autobus. Molti di questi problemi sono condivisi anche dalle giovani coppie con figli: i servizi sono decentrati, le barriere architettoniche per chi ha un passeggino sono come il Mare dei Sargassi per una nave, l’angolo di verde non c’è e il bambino (vista l’altezza del passeggino) si fa una tale mangiata di smog che andare al parco non ha più senso. Il negozio sotto casa non è più competitivo sui prezzi e quindi bisogna andare al grande centro commerciale a fare la spesa, ma occorre un’auto …

Le vecchie abitazioni sono allora occupate a vario titolo da emarginati, da immigrati illegali, da senza-casa (homeless), da lavoratori in mobilità o in situazioni precarie. Questo porta (non bisogna essere ipocriti o fare gli struzzi) ad aree di degrado sociale ancora più che urbano. La convivenza diventa difficile tra vecchi nonni in pensione e giovani che provengono da culture diverse.

2) La città antica.

La città ci delude: non funziona ed è brutta. Ma mentre il giudizio sul primo parametro è abbastanza facile, sul secondo abbiamo bisogno di soffermarci più attentamente. Bisogna comprendere qual è il termine di paragone, che ritengo sia la città antica nella maggioranza di noi. Ora, credo che essa possa insegnarci ancora qualcosa. Per farlo, però, ha bisogno di essere letta in modo storico-contestuale. Sono costretto dunque a guardare impietosamente la città e forse a dare qualche “scossone” alle idee mitiche di essa che l’immaginario collettivo ancora coltiva.

Noi diciamo che le vecchie città sono belle. Penso però che spessissimo formuliamo un giudizio “romantico”, facendoci aiutare dalla “lontananza” e dalla “vaghezza” leopardiana. Così, spariscono le capanne e vediamo solo i bei palazzi, le cattedrali, i municipi. Spariscono gli intonaci, colorati (ebbene sì, la maggior parte delle case erano intonacate e la maggior parte degli intonaci erano colorati), ed ecco la pietra, esibita all’incuria e all’inclemenza del tempo. Sparisce la puzza degli uomini e degli animali ed ecco l’aria fresca e pulita delle città medievali. Spariscono gli emarginati e gli handicappati, gli straccioni, ed ecco comparire tutti sovrani vestiti di seta e mazzocchi sul capo. Spariscono le fogne a cielo aperto ed ecco il fiume della cittadella pulito come un torrente del Trentino. Questa città, fatta tutta di strade pulite, di gente ben vestita, di palazzi di pietra e di aria tersa, non è mai esistita. Questa è la nostra idea di città, frutto di letture parziali, di passeggiate fatte in quello che è rimasto ora delle antiche città, frutto di dipinti che ci mostrano generalmente sposalizi, annunciazioni, miracoli, prediche. Ma dietro le tele vi era però tutto un mondo di epidemie, di carestie, di incendi, di soprusi, di violenze. Vi era un mondo in cui la vita media era di 40-50 anni. Tanto per restare a Spoleto, il borgo che nasce sulla strada che si dirige verso Carsulae (Borgo S. Matteo), assume negli anni il toponimo “borgaccio”, e non credo come vezzeggiativo. Pensiamo ancora ai toponimi come Casacce, Capanne, ecc.

Ora, non solo generalmente rimuoviamo tutto ciò dalla coscienza, ma sempre per “lontananza” (o ignoranza) tendiamo ad assimilare città altomedievali, città trecentesche e città rinascimentali, mentre le differenze sono molte ed importanti, non solamente dal punto di vista urbanistico e architettonico, ma anche da quello giuridico-morale. Quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare, poiché non si può concepire una città come sola entità materiale, fisica, come somma di case, cioè. La città è prima di tutto un’organizzazione sociale, un’istituzione morale, appunto, dove il cittadino di distingue dal selvaggio (dall’abitante dei boschi): la città è civiltà.

La città antica (quale?) non era così bella e perfetta. Era un tessuto vivo di attività produttive (generalmente inquinanti), culturali, politiche, ricreative. Se non erro, già verso il 1200 Firenze sposta le concerie sull’altra riva dell’Arno e più a valle perché altamente inquinanti: puteolenti. La prima domanda provocatoria che intendo porre è questa: siamo sicuri che se i nostri antenati avessero avuto che so, il cemento armato, il vetro e le automobili non avrebbero fatto anche loro delle periferie squallide?

Prendiamo per esempio il fenomeno dell’inurbamento. Dopo l’anno mille e fino alle grandi carestie del Trecento, le città subiscono un processo di accrescimento che potremmo paragonare, sebbene con ritmi diversi, a quello dei nostri anni 1955-80 (in Umbria). Ebbene, qual è la risposta strategica delle amministrazioni? Delle cinte murarie più grandi e dei grossi interventi (monasteri, ospedali, concerie, molini, ecc.), nelle nuove “periferie”. Cambiavano forse le dimensioni temporali (il tempo era più lento) e quelle spaziali, ma la qualità del problema rimaneva.

Nonostante tutto, reputo comunque le città antiche, in modo particolare le città italiane trecentesche (anche perché la città ideale, frutto puro del Rinascimento, non si è mai inverata), migliori delle attuali. Ho cercato di sintetizzare le mie preferenze in sei motivi. Che sono anche sei lezioni che la città antica ci offre.

Le città erano fondate in luoghi sani, prestando un’attenzione fortissima ai caratteri ambientali del sito (vento, sole, pioggia). Lo “sviluppo sostenibile”, il “bilancio energetico”, tanto di moda oggi, sono invenzioni lontane. Si fondava una città perché quel luogo era sano, se non terapeutico: oggi si fugge dalla città. E infine i materiali e le tecnologie erano locali. Solo per alcune grandi opere si ricorreva a materiali che venivano da lontano, ma questo non deve trarre in inganno: la norma era di usare elementi del luogo e magari portare le possibilità di questi materiali al limite del virtuosismo.

Le città erano limitate, e quindi avevano un’identità.I muri non solo sancivano un limite fisico e simbolico del territorio, ma davano anche una dimensione della città. Le città erano misurabili: si potevano attraversare a piedi in mezz’ora, al massimo un’ora. Il muro separava due modi diversi di vivere: città contro campagna, ma anche produzione primaria contro consumo, produzione contro commercio, isolamento contro vita collettiva e, infine, città contro città. Le mura non sono solo un apparato difensivo, o meglio, questo non è l’unico loro significato. L’atto del recintare (e quante suggestioni provengono dall’etimologia della parola “templum”), è una costante antropologica che si ritrova nella stragrande maggioranza delle culture terrestri. Atto sacro e razionale allo stesso tempo, il delimitare è l’inizio della città. La città medievale si definisce e si individua dunque in rapporto ad un territorio con il quale intrattiene rapporti economici ben precisi, evidenziati per esempio dai mercati mattutini (le piazze “delle erbe” di molte delle nostre città), mensili e annuali.

La “macro-pianificazione” era ridotta al minimo, e affiancata invece da un controllo intenso,per le possibilità di allora.Non esisteva, per intenderci, il PRG e tutto uno strascico di norme prescrizionali al seguito. Certo, la pianificazione non era ignota agli antichi, ma c’è piano e piano. Immaginate per un attimo che esso fissi anche le dimensioni delle stanze o delle finestre! Eppure è a questo livello di analiticità che siamo giunti! Dall’antichità in poi, il rito delle nuove fondazioni o degli ampliamenti prevedeva la delimitazione di un’area attraverso templi, cippi, mura; il tracciamento di una rete viaria; la suddivisione in lotti della stessa e il posizionamento delle maggiori istituzioni della collettività (mercati, tribunali, templi, circhi e quant’altro). L’edificazione di base, all’interno di ogni lotto, era spesso lasciata a discrezione del proprietario. Lo stabilirsi di un monumento (intendendo qui per monumento le chiese, i mercati, i teatri), fungeva da “attrattore”: nell’intorno si formavano subito attività produttive indotte e, ovviamente residenze.

La residenza era quasi sempre associata alla produzione. Sembra un aspetto banale, ma finalmente ricerche urbane e sociologiche hanno dimostrato che l’unità di vicinato non è un fattore da urbanista romantico, ma piuttosto elemento che consente un presidio sul luogo e che quindi previene aree di degrado sociale. Infine, ciò toglierebbe linfa anche alla sindrome di Nimby, così diffusa da noi.

La costruzione era gestita con un’ottica di lungo termine.Credo che tra i valori da carpire alla città antica, ci sia proprio quello della lentezza, o meglio, della durata. Da un punto di vista architettonico questo vuol dire recuperare l’amore per il dettaglio ben fatto, costruttivamente ben fatto. Non solo la durata assicura prestigio e dignità all’edificato (la firmitas vitruviana), ma alla lunga è vincente anche sul piano economico, poiché risulta più ecologico, più ecosostenibile. Noi cominciamo a parlare ora di architettura bioclimatica, ecologica, e pensiamo subito a case leggere, piccole, con pannelli solari, tetti che si aprono, legno, sughero, laterizi e così via. Ma vorrei farvi notare che le più belle architetture del passato sono anche, sono già bioclimatiche. I porticati, il patio, le cisterne d’acqua, i sottotetti ventilati, e i muri larghi, i muri possenti, sono invenzioni bioclimatiche. E architettoniche. In ultimo, ma non per importanza, la durata permette ad una collettività di radicarsi e di fondarsi su un territorio.

L’edilizia all’interno delle mura era “densa”.Il rispetto degli allineamenti stradali e la costruzione sui lotti sviluppati in profondità metteva le abitazioni una accanto all’altra. Il lotto, negli anni, veniva poi edificato fino al limite delle condizioni igieniche (di illuminazione e di ventilazione)1. Si cercava di sfruttare almeno un muro già esistente, o costruendo in aderenza o come spalla per un arco di collegamento. Non solo questo permetteva di dare una buona capacità termica a tutto l’edificato, ma a me pare indicare emblematicamente che il lavoro dell’artigiano e dell’artista continuava quello che era stato già avviato dai suoi predecessori. Nessuna grande frattura con il passato, ma una continuità che permetteva piccole variazioni personali su un tema fondante più potente e duraturo. Si aveva fiducia nelle proprie capacità. Se necessario, si aveva il coraggio di radere al suolo e di ricostruire sopra le fondamenta del vecchio, cosa che oggi farebbe morire di crepacuore non solo i soprintendenti, ma tutti i sostenitori della cultura della mummificazione. La consapevolezza di agire comunque in continuità con il passato permetteva progetti e pensieri oggi inconcepibili.

3) Gestione della città e scenari futuri.

La legislazione e gli operatori.

Fattore fondamentale per la formazione della città è la legislazione: il quadro normativo. E’ inutile infatti discutere di verde, di traffico, di commercio, se poi gli strumenti che li realizzano sono inadeguati. Nel caso in esame noto con piacere che il PRG di Spoleto era stato articolato su due diversi livelli di analisi con diversa flessibilità. Positiva è anche l’istituzione dell’Ufficio del Piano.

Tuttavia credo che il PRG, con i suoi strumenti attuativi, non sia lo strumento adatto per governare le nostre città. Per convincersene basta guardare da dove viene. Così come è ora, con tutte le sue prescrizioni di sagome, distanze, zone, altezze, standard, esso è un prodotto della città durante e dopo i cambiamenti dovuti alla rivoluzione industriale. Ora, sappiamo tutti le condizioni delle città inglesi della seconda metà dell’ottocento e poi di quelle tedesche e francesi. Richiedere alcuni standard igienici (sole, aria, acqua, dimensioni, ecc.) in quel momento non può che riscuotere una generale approvazione. Ma l'”emergenza” industriale è finita e io non capisco come uno strumento nato per la città industriale possa guidare le nostre città, mai industrializzate, e ora, addirittura, da post-industrializzare. Dubito che il PRG sia lo strumento adatto per gestire le nostre città non solo per l’anacronismo e l’alterità che ricordavo ora, poiché altrimenti si tratterebbe solo di cambiare degli standard: dalle distanze ai parcheggi, dalle altezze dei vani alle potenze dei condizionatori, ma anche perché non credo si possa pianificare e controllare dall’alto un sistema complesso e dinamico come la città con delle prescrizioni assai statiche come quelle dei piani regolatori. “Il PRG ha validità illimitata”: questa è la frase che accompagna la maggioranza dei Piani Regolatori delle nostre città. La città ha paura solo di fermarsi, diceva George Simmel. Ora, può esserci un’idea più in contrasto con la dinamica urbana che quella della validità illimitata? L'”ansia normativa”, la volontà di risolvere dall’alto, una volta per tutte, deve fermarsi: occorre inventare veramente tutta un’altra intelligenza, un altro approccio alla città, molto più flessibile, molto più attento. Quando ci sono troppe norme, dettate tra l’altro da istituzioni diverse, il minimo che possano fare è sovrapporsi, l’ordinario è confliggersi. “La norma uccide la norma”. Prendiamo ad esempio la normativa sul contenimento energetico e quella sulle tasse degli immobili. Le ultime tendenze in campo energetico vanno verso le grandi masse murarie, ma poiché il catasto misura il lordo della superficie sono costretto ad assottigliare il muro e ad aumentarne l’efficienza, se possibile. E questo con polistirolo, schiume e quant’altro si può estrarre dal petrolio. Le norme non garantiscono poi un buon risultato architettonico, anche perché vanno interpretate, come tutte le leggi. Ed è proprio questa compresenza di fedeltà alla norma e di discrezionalità che ne vanifica ogni intento egualitario e che anzi ne permette lo stravolgimento fino all’ipocrisia e alla malafede. La legge ed i regolamenti, nati per porre i cittadini tutti sullo stesso piano di fronte alla giustizia, si trasformano, nell’applicazione, in strumenti di prevaricazione, di vendette o di clientelismo.

Altro punto dolente: chi controlla? La scelta dei membri delle commissioni o del personale dirigente è quanto mai bizzarra. Se andate a fare un concorso, sperate (legittimamente) che chi vi sta di fronte sia competente almeno quanto voi, se non di più, altrimenti non si capisce come potrebbe essere in grado di giudicare la vostra preparazione. Così non è per la Commissione Edilizia, dove per esempio gli architetti scelti per farvi parte sono sorteggiati. I titoli necessari per valutare un progetto, non importa se di Mario Botta, di Renzo Piano (cito le star), o, immaginando di tornare indietro nel tempo, di Le Corbusier, di Kahn, sono la laurea in architettura e l’iscrizione all’albo. Sono sufficienti questi due requisiti per garantire un giudizio competente su progetti anche complessi? A mio avviso no (e sono un architetto). Si badi bene inoltre che qui sto parlando di commissioni di città medie, tralasciando i comuni di provincia, dove la commissione è composta, ovviamente, da persone di minor preparazione. Tuttavia questi piccoli centri rappresentano un patrimonio ingente del paesaggio italiano e umbro in particolare. L’organismo destinato ad un ufficio così importante deve essere massimamente autorevole e competente. Per entrarvi devono essere richiesti titoli e qualità riconosciute dal mondo professionistico, accademico. Per restarvi devono essere introdotti criteri di trasparenza, di merito e di responsabilità.

Uno sguardo infine ai compiti di questa Commissione: deve esprimere pareri sulla correttezza normativa delle opere in esame, sull’igiene e, last but not least, sul decoro e l’estetica.

Ecco che la discrezionalità, fatta uscire dalla finestra, rientra dalla porta. C’è qualcosa di più opinabile del decoro e dell’estetica? Siamo tutelati, come cittadini e professionisti, di fronte al gusto ondivago di qualche funzionario? Come si forma il loro giudizio? Ancora una volta, poi, il giudizio di chi?

Come professionista preferirei essere giudicato da una commissione che deve rispondere pubblicamente del proprio operato piuttosto che da una che si maschera dietro ad una giungla normativa.

Potremmo allargare il discorso alla Soprintendenza, dove il problema si ripresenta tale e quale. Un sovrintendente laureato in architettura, magari con indirizzo urbanistico, può giudicare progetti di professori ordinari in composizione o in restauro più che affermati. La vittoria di un solo concorso nella P.A. può legittimare questo potere?

Credo che le ipotesi, in via teorica, siano due: l’una porta ad un aumento della legificazione analitica, l’altra verso una de-legificazione. O si fissano delle norme estremamente rigide e vincolanti per tutti, alle quali il personale tecnico-amministrativo si attiene strettamente, o le norme si attestano ad un livello più alto, divenendo principii, lasciando delle aree di discrezionalità più ampie a valle del processo, man mano che si scende nel dettaglio.

La prima presuppone un livello di analicità e di “pignoleria” veramente assurdi: mq per abitante, mc per vano, coefficienti aero-illuminanti, larghezza delle porte, distanze dai fabbricati, dalle strade, dai recinti, distanze dei letti dai termosifoni, ecc. Può essere applicata quindi meccanicamente, riducendo quasi a zero l’area di discrezionalità del funzionario pubblico. Un enorme sforzo di pianificazione analitica. E sperando che siano buone norme, perché quelle attuali non hanno prodotto, ipso facto, belle città, anzi…. Abbiamo creato un’estetica normativa: tra qualche anno sarà possibile individuare in base a quali regolamenti è stata concepita una determinata casa.

La seconda va nella direzione opposta, aumentando l’area di discrezionalità del funzionario pubblico o della commissione che dir si voglia.

Dovremmo dunque rimetterci al giudizio di questa ipotetica commissione senza alcuna legge a tutela del nostro diritto? Sì e no. Sì al rimettersi all’esame di questa commissione. No all’assenza di tutela dei diritti. Al contrario, io penso che la partecipazione e la tutela del singolo vadano intensificati. Questo non vuol dire aumentare ancora il numero delle leggi, ma creare un organo che sostenga realmente il cittadino di fronte alla commissione che delineavo sopra. Commissione che dovrebbe far propri i principi di trasparenza, di efficienza, di merito.

Infine c’è l’aspetto tutto burocratico da analizzare. E’ possibile per il cittadino continuare a produrre documenti su documenti e passare intere giornate davanti agli sportelli aperti con orari “cabalistici”? I documenti stessi si facciano passare da un ufficio all’altro senza l’intervento del cittadino, che, ricordiamoci, non lavora per la pubblica amministrazione e dove anzi dovrebbe essere il contrario.

La segmentazione che si è fatto della P.A. (Regione, Provincia, Comune, USL, Comunità Montana, Soprintendenza, Vigili del Fuoco, ecc.) corrisponde solo in parte a quella che il cittadino immagina. Le azioni che esso compie sono improntate al fare: iniziare un’attività economica, iscriversi all’Università, cambiare lavoro, costruire una casa…

Il cittadino deve poter manifestare la propria volontà presso un unico ufficio: da lì esce con l’autorizzazione in tasca o con altre informazioni decisive. Questo è quello che chiamo sportello per l’edilizia.

Quella dell’eccessiva regolamentazione non è solo una marginale questione giuridica, ma questione economica e politica. Etica, quindi. Nonostante si sia fatto qualche passo avanti in alcuni settori (parlo delle Bassanini), siamo ancora sudditi di una tirannide: la burocrazia. Nel settore fiscale, per esempio, solo nel biennio 96-98 si sono avuti 400 nuovi testi normativi: 1 ogni 3 giorni! E’ ovvio che non si può continuare così. Il baricentro dell’attività del Parlamento è stata finora troppo sbilanciata verso la funzione normativa, a spese dell’attività di controllo. Bisogna inventare nuove forme di controllo da parte del cittadino e di de-legificare in materia urbanistica. Ad un abbassamento del numero delle leggi dovrebbe corrispondere un aumento della meritocrazia e della responsabilità diretta. Forse noi pensiamo ancora alla città come ad un qualcosa di totalmente controllabile, come ad una macchina complessa o come ad un animale addomesticabile. Cosa che difficilmente corrisponde alla realtà.

Io riprenderei con molta forza, per riprendere un’idea di E. N. Rogers, la strategia del “caso per caso”. Probabilmente è un limite ideale al quale tendere, tuttavia mi sembra chiaro che serve un approccio completamente nuovo ai problemi e alla gestione della città. Occorre modulare la normazione della città (dagli orientamenti strategici alla costruzione di una baracca per l’orto urbano) e dedicare le nostre energie a progettare degli “anticorpi” che riconoscano e sconfiggano le malattie “urbane” appena queste vengono identificate.

Appetibilità del centro.

Se il nostro obiettivo è bloccare la fuga dal centro e invertirne la tendenza, dobbiamo porci il problema dell’accessibilità fisica del centro stesso. L’accessibilità, tuttavia, non fermerà del tutto questo esodo se non verrà coniugata al suo complementare: l’appetibilità. Per eliminare lo smog non basta disincentivare l’uso dell’automobile, a meno che non si voglia un centro vuoto. Se vogliamo coniugare la densità del centro con la possibilità di arrivarvi e di restarvi per un periodo più o meno lungo, bisogna pensare ad una politica che abbia in questo binomio (appetibilità-accessibilità) un punto fondamentale, benché l’accessibilità sia un requisito dell’appetibilità e non il contrario.

Mentre il problema dell’accessibilità può essere delegato, almeno in parte, ad un tavolo di tecnici, per l’appetibilità il discorso diventa più generalistico, e le competenze tecniche si sottomettono ad una visione più strategica e politica della città.

Rendere la città attraente significa agire su leve quali l’incentivazione fiscale della residenza, del commercio, di alcuni servizi. Significa creare delle condizioni affinché una certa economia si sviluppi. E qui, ritengo, l’intervento dell’ente pubblico dovrebbe fermarsi.

L’accessibilità.

Uno dei fattori più forti per rendere appetibile il centro è la possibilità di raggiungerlo e di restarci con facilità. Se possiamo per un attimo usare la metafora della rete per illustrare i problemi connessi con il traffico automobilistico, ci rendiamo conto che la rete stessa è soggetta a vari fattori per il suo funzionamento: grandezza delle unità che si muovono nella rete, il loro numero, tempo di permanenza in rete, velocità delle unità, numero dei nodi.

Ipotizzando di mantenere inalterata la velocità media, sembra ovvio intervenire sulle altre variabili e quindi diminuire la dimensione dei veicoli, il loro numero, il loro tempo di permanenza (diminuire i percorsi), i nodi.

Un nostro limite è pensare che l’automobile sia polivalente e che vada bene per lunghe crociere e per piccoli tragitti urbani, laddove i due tipi di spostamento presuppongono mezzi diversi.

In città si ha bisogno di un mezzo poco ingombrante, poco rumoroso, non inquinante, non eccessivamente veloce (50 Km/h) e che possa trasportare 2 persone, al massimo 3. Per lunghi tragitti ho bisogno di una macchina comoda, spaziosa, capace di mantenere buone velocità di crociera.

E’ probabile che tenderanno ad affermarsi quindi differenti mezzi di locomozione che dovranno interagire sinergicamente (si spera) tra loro. Questo sarà possibile immaginando dei parcheggi o delle fermate multimodali.

Un altro limite da superare è quello che non ci consente di immaginare soluzioni architettonicamente valide, decorose, per i parcheggi. Che queste aree debbano essere delle “spianate” orride o dei bunker di cemento armato è un pregiudizio. Non dico che i nostri parcheggi possano diventare tutti delle “Stalle Chigi”, ma perlomeno avere la dignità delle tante “poste” del secolo scorso. Vicino al parcheggio potrebbero insediarsi infatti anche altre attività collaterali (lavaggio, rifornimento, accessori, fast-food, ecc.)

Fattore fondamentale su cui agire per decongestionare la rete sono i ritmi di utilizzazione. E’ alquanto sciocco infatti agire sulle dimensioni dei mezzi, sul loro numero, sui loro percorsi, se poi questi percorsi vengono resi agibili tutti nello stesso tempo: nessuna rete può resistere (economicamente) a picchi di questo tipo. Bisogna “sfasare”, attraverso una politica degli orari, l’uso della rete. Servizi, commercio, svago vanno distribuiti per quanto possibile lungo il maggior arco temporale possibile.

Infine andrebbe fatta una “segmentazione” più fine del pubblico che vuole accedere in città. Una grossolana approssimazione ci consente di individuarne subito tre.

i residenti
i “pendolari”
i turisti

I tre segmenti hanno infatti determinati e diversi bisogni in fatto di accessibilità e di sosta, senza considerare che poi si dirigono su obiettivi fisici diversi.

I residenti hanno soprattutto bisogno di un parcheggio vicino alla propria abitazione, oltre alla possibilità di arrivarvi. Sempre, senza limiti di orario.

I pendolari hanno bisogno di arrivare vicino al luogo di lavoro e soprattutto in certi orari.

I turisti hanno bisogno di arrivare al luogo di visita, possibilmente senza limitazioni d’orario, o in una ragionevole fascia. Necessità di servizi di accoglienza.

Compresenza di commercio, servizi, scuole, piccole produzioni, ecc.

La città virtuale

Parlando della città futura non posso evitare l’argomento “telematico”. Lo sviluppo della telematica ha prodotto una de-materializzazione generale della vita. La possibilità di spostare facilmente informazioni da un punto all’altro elimina il trasporto fisico del prodotto dell’informazione. Essa tende a sostituire allo spazio limitato, centrato, uno spazio reticolare e diffuso. Questo, ovviamente, si riflette nell’organizzazione sociale: pensate allo sviluppo del telelavoro, dei servizi commerciali, didattici e assistenziali a domicilio, ecc. Che cosa cambia nella città reale con l’avvento della telematica?

Se ci lasciamo trasportare dallo sviluppo esponenziale che essa ha avuto fin qui, la città reale, materiale, sembra avere poche speranze di restare in vita. Decentrare tutti i servizi possibili, infatti, significa che il cittadino non ha più bisogno di arrivare in centro per fare un certificato di nascita, ma che può fermarsi alle circoscrizioni periferiche. Tra un po’ di tempo, tra l’altro, questi saranno servizi che si avranno da casa e quindi avremo lasciato alle spalle anche questa fase.

Il telelavoro, l’e-business e le altre applicazioni ancora in embrione (si parla già di Internet II) non faranno che portare al massimo questa decentralizzazione pervasiva. Niente più bisogno di banche, di negozi, di uffici comunali? Niente più traffico? Sembrerebbe di sì. Eppure anche nel passato più recente abbiamo preso simili abbagli: il treno avrebbe eliminato le guerre perché consentiva a popoli anche lontani di incontrarsi, il telefono avrebbe eliminato molto del traffico su rotaie perché consentiva di parlarsi senza spostarsi. La vita si è poi evoluta in sensi diversi: le guerre sono continuate e il traffico (su tutti i mezzi) è aumentato.

Tradotto nel nostro settore ciò significa che diminuirà il traffico pendolare (da lavoro), da burocratismo, da commercio (forse), ma io ritengo che aumenterà quello relativo al tempo libero, alle attività di svago, alle attività legate al movimentismo sociale e politico, al turismo.

Decentrare ha portato, oltre ad una lieve flessione di alcuni tipi di traffico, anche ad un innalzamento dei prezzi degli immobili del centro, che si sono svuotati delle funzioni più ordinarie a scapito di quelle rappresentative (banche, assicurazioni, musei, enti pubblici, ecc.).

Io credo, in definitiva, che la città di pietra e la città virtuale possano coesistere. L’importante è considerare quest’ultima come una possibilità in più e non come l’unica possibilità. Non mi aspetto una significativa riduzione del traffico automobilistico dall’informatica.

Il verde.

L’esigenza di verde pubblico è relativamente debole a Spoleto, considerate anche le dimensioni della città. Il verde stesso, tra l’altro, andrebbe visto distinto un’ottica più raffinata. Esiste il verde urbano pubblico (i parchi), ma esiste anche il verde privato urbano (piccoli giardini e orti interni), il verde pubblico extra-urbano, il verde privato di periferia (margini).

I grandi parchi urbani presentano spesso alcuni problemi dovuti alla dimensione degli stessi, che inibisce l’effetto presidio realizzato dal vicinato. Sempre legati alla dimensione ci sono poi problemi di degrado e di manutenzione.

Sarebbe possibile pensare ad un Piano del verde per consentirne una gestione più attenta. Il pericolo è quello di legificare ancora.

I centri minori.

I centri minori con una matrice storica si trovano in una situazione non del tutto disperata. Bisogna fare in modo che gli effetti paralizzanti del traffico non arrivino anche lì. Bisogna tendere ad un giusto equilibrio tra dotazioni di servizi e densità abitativa.

Le periferie, le frazioni suburbane.

Da un punto di vista di logica insediativa queste due modalità mi paiono identiche. Lo sviluppo dell’edificato avviene lungo la direttrice di attraversamento. Il fatto che si trovino a 5 o a 10 km. di distanza dal centro non cambia la loro essenza.

Bisogna “monumentalizzare” e diversificare le funzioni delle frazioni che spesso sono monotematiche (residenze). Le periferie rendono ingestibile il trasporto pubblico.

Nei casi dove è possibile, e cioè dove le dimensioni lo permettono, bisogna cercare di riconnettere fisicamente e psicologicamente questi sobborghi con il centro storico. Passo Parenzi, tanto per rimanere a Spoleto, non può avere le stesse periferie di Mestre o di Palermo. Bisogna combattere questa atopìa e ridare valore all’identità del luogo. Laddove non è possibile si deve pensare alla nascita per duplicazione di un quartiere e al limite di una città autonoma. Ciò vuol dire dotare il quartiere di monumenti in cui la collettività locale possa riconoscersi e fondarsi. Non si deve aver paura di fondare nuove città, nuovi centri. Non vedo perché essa non dovrebbe avere delle dimensioni ottimali, sopra o sotto le quali degenera in qualcosa che città non è.

L’economia della città

Le città sopravvivono perché sono basate su un’economia predominante, o su un mix di economie. Vi sono città portuali, città militari, città termali, città teatro, città mercato, ville-lumière e infine città delle quali è difficile riconoscere un settore trainante. Un modo di vivere, comunque. Questa è la domanda che ci si deve porre.

Io ritengo sarebbe essenziale conoscere qual è il mix di economie attuali e stabilire quale sia la “vocazione” della città futura. Infine stabilire quali siano le risorse a disposizione. Non deve sembrare paradossale, ma le risorse vanno stabilite e non rinvenute. Il paesaggio, per esempio, non è una risorsa, in sé: lo è solo se lo inseriamo in un progetto che lo definisce come tale. Se voglio fare di Spoleto una città industriale, il paesaggio è un vincolo e non una risorsa.

Abbiamo ovviamente delle cose che vengono già apprezzate sia dai residenti che dai turisti ed è il paesaggio, il patrimonio immobiliare, i prodotti del luogo, ecc. Se possiamo partire da queste per uno sviluppo dell’economia locale, esse sono già risorse. Il che non vuol dire che debbano restare le uniche. Non vedo perché non si possa pensare a Spoleto come città della formazione. O ancora città delle software-house. L’internazionalizzazione dell’economia ha fatto sì che il territorio di riferimento di una città non fosse necessariamente quello vicino o confinante. Si è affievolito questo rapporto di dipendenza. Nei nostri piccoli centri, ad essere onesti, questo è relativamente vero. I contadini si organizzano in cantine, stalle e frantoi sociali, destinando un’alta percentuale del prodotto alla collettività locale; c’è ancora un mercato con gli ortaggi del luogo e così via. Paradossalmente, poi, gli abitanti delle campagne sentono ancora questo ruolo di guida nella città: riconoscono ad essa un valore e un compito ancora positivo.

4) Conseguenze.

Da un punto di vista teorico credo che il discorso fin qui sviluppato debba consentire di pensare alla città come ad un fenomeno complesso sì, ma anche in maniera più cosciente e libero. Questo significa poter pensare alle scale mobili e ai tapis roulants, ma anche al loro rifiuto. Significa poter immaginare di costruire all’interno dell’ultima cerchia di mura, invece di disperdersi in periferia. Significa disegnare un sistema di trasporto urbano che colleghi non solo materialmente ma anche simbolicamente, la periferia al centro. Significa pensare a delle abitazioni nella zona di S. Nicolò e a una piazza vera a Passo Parenzi. Significa avere il coraggio di stilare una “carta delle demolizioni”.

Proposta.

Premesso che manca ancora una vera scienza urbana e una storia comparata delle città che sia patrimonio dei futuri architetti, nonostante Aymonino e Rossi l’auspicassero già alla fine degli anni sessanta, e che ci si augura una riforma profonda della legislazione attuale (e magari la sua codificazione), propongo ai miei amici verdi e a chi vorrà contribuire, di aprire una fase costituente per una “Commissione per la Città” (consiglio, ente, gruppo, osservatorio: il nome non è importante). Per ora mi limito ad elencare una serie di compiti che essa potrebbe svolgere. Essa dovrà agire in staff con l’autorità politica o con il city-manager per consentire a questi una pianificazione strategica della città, per simulare scenari e individuare le tendenze del futuro. Data la complessità della tematica, dovrebbe essere costituita da diversi profili disciplinari (architetti, ingegneri, sociologi) e operare, ovviamente, secondo requisiti di merito e di trasparenza. Potrebbe essere benissimo una società mista pubblico-privato e prestare la propria opera anche ad altri comuni.

Fase operativa o di rilievo.

Individuazione delle emergenze urbanistiche e loro rilievo particolareggiato.
Manuale del recupero edilizio, anche in chiave bioclimatica.
Mappatura della città anche secondo nuovi parametri
Inquinamento: acustico, atmosferico, visivo, elettrico.

Materiali

Tempi di accesso (per i trasporti pubblici)

Tempi di accesso (per i trasporti privati)

Costi di accesso (per i trasporti pubblici)

Percezione dell’ambiente da parte dei residenti (penso alle ricerche di Kevin Lynch)

Densità di monumenti rappresentativi in periferia (istituzioni, chiese, piazze, ecc.)

Fontane, illuminazione, telefoni, fermate autobus, punti informativi, cestini per la carta, ecc.

Fase propositiva – consultiva.

Elaborazione di proposte di legge o di de-legificazione
Elaborazione di proposte progettuali.
Simulazione e studi di fattibilità per nuove forme di imprenditorialità ad alta vocazione ecologica, turistica e culturale.
Pianificazione dei grandi concorsi urbani.

Fase divulgativa.

Pubblicazione dell’attività svolta (convegni, mostre, libri).
Collegamento con la scuola.
Collegamento con l’imprenditoria locale, con la realtà economica.
Sportello unico per l’edilizia (consigli, orientamento, informazioni, reclami).

In particolare per Spoleto. (Per prossimo incontro)

Per favorire l’accessibilità, il comune deve essere in grado di agire su certe leve, incentivando alcune cose e ovviamente disincentivandone altre. Tra i fattori da migliorare io comprenderei:

Incentivazione all’acquisto di auto piccole o altri mezzi di trasporto non inquinanti;
Incentivazione dei trasporti pubblici, nelle varie forme (navetta, scale mobili, ecc.);
Incentivazione di parcheggi privati nel centro storico;
Incentivazione di parcheggi pubblici custoditi (di scambio), in zone libere;
Incentivazione degli orari flessibili.
Incentivazione del commercio di quartiere.
Incentivazione dei servizi di quartiere.
Incentivazione residenza-produzione.
Rovesciare il senso di marcia di Spoleto (inquina molto meno).
Studiare un mezzo di locomozione che vada in discesa: personale, piccolo, da noleggiare (skylift urbano).
Possibilità navette elettriche.
Pista ciclabile e percorso pedonale del Tessino dalla Marroggia fino a S. Pietro.
Risalite meccanizzate e/o pedonali da sotto S. Giovanni Decollato, da sotto il Ponte, da Via Cacciatori delle Alpi.
Studiare road-pricing, park-pricing.
Sponsorizzazione aree dismesse.
Riduzione consumo acqua potabile (serbatoi di raccolta)
Istituzione di una persona che vada alla ricerca di finanziamenti.
Istituzione mercato dell’usato nel settore edile.
Non cubare i muri sopra i 30 cm. e le serre solari.
“Opzione zero” per la legificazione comunale.

Tutte queste cose costano. E’ inutile far finta del contrario. Per incentivare queste nuove azioni bisogna trovare dei fondi. Tuttavia il discorso economico va affrontato secondo un’ottica di più ampio respiro. Infatti, perché abbiamo questo obiettivo in testa, e cioè quello di far tornare le persone in centro? E’ solo un vezzo nostalgico? O c’è dell’altro? O ne percepiamo i costi? E di che tipo di costi si tratta? Bisogna essere in grado di dare un costo a questa fuga dal centro, perché altrimenti i nostri tentativi di tornare in centro potrebbero rivelarsi irrealistici. Me lo chiedo realmente: perché dovremmo tornare in centro?

Primo punto: non è detto che questi comportamenti non possano produrre anche un utile. I parcheggi urbani, per esempio, producono generalmente degli utili. Alcune economie potrebbero venire direttamente da questi nuovi modi di vivere la città.

Secondo punto: credo che tornare in città, con tutte le innovazioni di cui abbiamo parlato, consenta di eliminare molti costi collaterali. Certo, sono costi di difficile attribuzione, ma ciò non significa che non ci siano. Il modello di urbanizzazione dispersa ha costi notevoli: di trasporto diretto, di tempo perso nel trasporto, sanitari (gli incidenti, lo smog), urbani (il degrado del patrimonio edilizio), sociali (l’inaccessibilità per disabili ed anziani). Il cruccio è che la maggior parte di questi costi non vengono nemmeno più percepiti dal cittadino. Si tratta allora di trovare qualche modello matematico che ci permetta di individuarli con precisione.

Il modo per incentivare nuovi comportamenti è generalmente duplice: (i) si erogano contributi a favore di, (ii) si detassano le azioni che vanno in quella direzione.

1. Al riguardo volevo segnalare che un modello matematico messo a punto a Oxford ha dimostrato che la tipologia a corte a 3 piani di altezza è capace di una densità elevatissima, che può competere con la città verticale.

 

  • Traccia dell’intervento tenuto a Spoleto nell’ambito di un Convegno tenuto a Villa Redenta 11 luglio 1996
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Perdonare, perdonarsi.

A me pare che il difficile non sia perdonare, ma perdonarsi.

Per dono significa per- dono, per regalo, a fondo perduto.

Nel perdonare ci sono dei tranelli, uno dei quali è perdonare con troppa facilità. O meglio: perdonare con superiorità, con arroganza. Ti perdono perché mi sento superiore. Ti perdono perché sono superiore. Ti perdono perché sono più forte. Ti perdono perché posso. Ti perdono perché perdonare costa fatica, ma non moltissima. E poi il tranello del cinismo: Ti perdono perché acquisto ancora maggior forza nei tuoi confronti. E poi il tranello del calcolo, della vanità: Ti perdono perché agli occhi del pubblico esterno guadagno in immagine. C’è dunque questo tranello della vanità, della superbia, nel perdono. Bisogna essere “atrocemente” onesti con se stessi per permettersi un perdono vero. Solo un esame al fondo di se stessi può dare legittimità e moralità e profondità a questo perdono.

Nel perdonarsi, invece, c’è l’estremo opposto. È la difficoltà di capire se il nostro auto perdono è vero, o se non è invece un atto di auto-assoluzione, di auto-giustificazione, di auto-commiserazione, di auto-compiacimento. O allora se ci maceriamo troppo nel senso di colpa, come se non avessimo espiato a sufficienza. Come se non fossimo ancora degni di auto-perdonarci.

Nel perdono c’è un rapporto con l’altro. Nel perdonarsi siamo soli. Profondamente soli. E’ un esercizio di grande difficoltà psicologica e spirituale, mi verrebbe da dire. Forse tutte le forme di confessione, tipizzate nel tempo dalle varie culture hanno anche questo scopo: di sottrarci dal compito immane dell’auto-perdono e di affidare a un altro, a altri, questo compito. Dall’altra parte, bisogna dire che senza mai perdonarsi nulla si va diritti verso il suicidio.

Nel perdono c’è generalmente un evento scatenante: l’altro chiede direttamente perdono, un terzo può intercedere per richiedere il perdono del primo, ecc. Insomma c’è sempre un punto fermo, un arresto, un bivio. E il perdono è una volta sola, una volta per tutte. Non ci torniamo più: il perdono serve proprio a questo: a non tornarci su.

Perdonarsi, invece, è una faccenda che può arrivare inaspettatamente, a distanza di anni, perché oggi hai capito un certo accadimento, oggi sei in grado di ricomporre il puzzle e di dare un senso alla tua azione. Oggi la puoi giudicare con maggiore chiarezza (spesso con maggiore durezza). Tuttavia perdonarsi una volta non esaurisce tutte le volte che un dettaglio, un particolare, una locuzione, potrà riportare indietro e chiedere, ancora una volta di perdonarsi. Perdonarsi ritorna.

Salut, Stephane

Ce n’est pas facile d’écrire. De ce petit fort tu regardais où? Tu regardais quoi? Tu as choisi de partir. D’avance, comme un peu toute ta vie.

On t’aimais. Peut-être pas assez. Mais tu sais on est jamais assez aimé, même si on a de la chance et on est beaucoup aimé. On voudrait en tous cas être aimé par des autres personnes. Personnes que peut-être ne savent même pas de notre desir. Ou alors, on voudrait pas être aimé, (ou pas si fort), par ceux qui nous sont à côté.

C’est alors peut-être ce manque d’amour qui nous eloigne de tout et de tous.

La sagesse c’est peut-être prendre l’amour qui nous arrive et chercher de vivre avec c’è lui qu’on a. Ce n’est pas une consolation, je sais. Et d’abord on n’est pas obligés à être sages. Grandir, mûrir, c’est des fois une question de conquête ou de renonce. Et des fois on a pas envie de conquerir, c’est tout. Je n’ai pas de conseilles à te donner. Je n’ai plus de conseilles à te donner.

Tu as eu une vie difficile, comme la notre, d’ailleurs. On a pas vécu assez, ensemble, pour avoir des tas de souvenirs. Je dois me contenter de ce que j’ai: des flash, des images lointaines, quelque apres-midi passé en Italie, ton habilité à faire des choses avec les mains, ton obstination pour les pompiers, pour la peinture. Tes bouteilles de coca-cola. L’accumulation. Et puis ta phrase sans aucun sens, prononcée en pleine nuit il-y-a longtemps, et de laquelle on riait jusqu’aux larmes: “La discipline de la science!”

Un jour on se reverra, tu m’expliquera, tu me pardonnera, je te pardonnerai. On pardonnera nos parents, nos voisins, nos proches, et tous les torts qu’on a subi. Celle-ci me semble d’ailleurs une des rares choses qui puisse rendre supportable l’idée de la mort et l’idée de ton départ.

Certes, ton sourire me manquera toujours, petit.

Riflessioni sul voto

Matteo Renzi paga da una parte un tratto caratteriale che gli italiani non gradiscono, e che dopo Berlusconi hanno visto reincarnarsi in lui: strafottenza, promesse non mantenute. Da sinistra gli hanno fatto una guerra che lui non è riuscito a arginare: D’Alema, Bersani, Grasso, e altri, hanno tutti cercato di depotenziarlo. E ci sono riusciti. Coloro che non hanno votato Renzi si sono buttati su LEU in parte e molti, pur di non votare Berlusconi, sono andati dai 5stelle. Una parte della campagna elettorale è stata basata sull’antifascismo, e non era un problema fondamentale, oggi.

Silvio Berlusconi è stato meno convincente del solito. E a mio avviso è contato molto il fattore età anagrafica. Anche a volergli ancora dare fiducia, dietro di lui non vi era un candidato serio e credibile, dopo che lo stesso Berlusconi ha in passato divorato tutti i suoi figli: Alfano, Toti, ecc. La disponibilità di Tajani è stata a mio avviso tardiva. Il suo nome e la sua designazione chiara, anticipata di qualche buona settimana, avrebbe portato molti più voti. A ottanta anni passati, chiedere agli italiani un consenso personale era troppo.

La Lega ha intercettato una buona parte della “pancia” dell’Italia. Nulla da dire: ha capito i disagi di una parte della popolazione e le ha fornito una proposta, magari emozionale, magari non tutta percorribile. Soprattutto mi è parsa una compagine che si è messa all’ascolto, senza trattare l’elettore come colui che non riesce a capire quali sono i suoi veri problemi.

A ciò si lega una cultura e una devozione per l’incompetenza che è un fenomeno sociologico anora tutto da studiare. Non stiamo già più nell’epoca della post-verità: stiamo nell’epoca della pre-verità. Prima della verità, a prescindere dalla verità.

Berlusconi ha fatto delle promesse, Renzi ha fatto delle promesse. Come in amore, molte di queste sono state tradite da chi le ha fatte. I Cinque stelle hanno fatto un “upgrade” delle promesse, portando alcune di queste (lo dico senza fare una facile battuta), nel regno delle favole. E infatti, o tuttavia, queste favole hanno fornito sufficiente energia, emozioni e motivazioni per spingere milioni di italiani al voto.

Prime riflessioni sulla DGR Umbria 41/2018

Si tratta della preadozione di un testo normativo che è volto a  consentire la ricostruzione delle zone terremotate.

Propongo qui alcuni primi spunti di riflessione, postando il disegno di legge con a fianco alcune notazioni.  In questa piccola premessa fuori dal testo invece avanzo due riflessioni generali. La prima è che forse il testo potrebbe prevedere un Titolo per la modifica di alcune leggi e regolamenti regionali in urbanistica, edilizia e materie correlate. Due piccoli argomenti potrebbero essere trattati. Il primo è la possibilità di ripristinare distanze inferiori ai 10 m tra edifici in caso di piani attuativi con previsioni planovolumetriche. E ciò in armonia con l’ultimo comma dell’art. 9 del DM 1444/1968, che lo ha sempre consentito. Il secondo è sulla procedura prevista in questo disegno di legge al co.12 dell’art. 13. Vi si prevede la procedura di contestuale variante sia per la parte strutturale che per la parte operativa del PRG per varianti che attengano sia allo strutturale che all’operativo. Ora, a meno di non limitarsi a varianti che riguardano esclusivamente lo Spazio Rurale, tutte le varianti allo strutturale hanno ricadute anche sull’operativo, essendo legate da un nesso di consequenzialità e di conformità. Mi chiedo dunque se ormai non sia il caso di riportare il PRG a un unico livello di articolazione (come conosciuto con la L. 1150/1942), o allora di mantenere una certa articolazione, riducendo però a UNO il procedimento di approvazione. Si tratta insomma di “plasticizzare” il PRG costruendo già degli elementi più rigidi e degli elementi cedevoli. Non credo di dire cose straordinarie. La LR 1/2015 già prefigura infatti, a fronte di un PRG articolato su due livelli, tre tipi di varianti:

  1. La variante al PRGS ordinaria
  2. La variante al PRGS “semplificata” attraverso procedura ex art. 32 co. 3
  3. La variante al PRGO

Credo che allora sarebbe forse più semplice avere un unico procedimento del PRG, dove si disegna tutto il piano, dove si fa una unica valutazione ambientale e di incidenza (nel caso). Dove si lascia la plasticità del piano su tre livelli e procedimenti differenti. Alcune varianti seguono il procedimento originario di formazione del PRGS: DP, VAS, Conferenza istituzionale. Queste sono limitate a alcuni casi tipizzati, come ad esempio: aumento della superficie occupata dall’insediato, riperimetrazione di vincoli, ecc. Alcune altre hanno un procedimento semplificato ex art. 32 co. 3 e sono limitate ad alcuni casi. Altre ancora sono solo di competenza comunale. In questo modo le previsioni “statutarie” possono resistere un po’ meglio alle consuete esigenze di modificare il PRG, e potrebbero essere poste e approvate con l’aiuto conoscitivo della Regione, senza avere la solita ipertrofia (spesso ridondante), di Quadri Conoscitivi, molto costosi in termini di tempo e soldi per i Comuni, specie per quelli più piccoli.

Infine sarebbe comodo ai fini della lettura evidenziare da subito, nella rubrica, gli articoli che si applicano a tutti i Comuni e quelli che invece restano riservati a Comuni particolari.

DGR n. 41 del 15 gennaio 2018 bmb

SUAP in variante al PRG – Rapporto tra norma regionale e norma statale e titolarità a presentare l’istanza

Recentemente, per motivi professionali, ho dovuto affrontare l’argomento del progetto di un’attività commerciale in variante al PRG vigente in un comune umbro. Le difficoltà erano date dal rapporto gerarchico tra la norma nazionale (DPR 160/2010) e quella regionale (LR 1/2015 e RR 2/2015). In questo breve scritto tento di dare un contributo di chiarezza operativa.

Innanzi tutto il rapporto tra la normativa nazionale e quella regionale. Benché sia nata una querelle tra coloro che vedono la norma del DPR molto incisiva (perché emanata ai sensi del DLgs. 112/1998), ritengo che in Umbria il rapporto sia stato inteso in maniera pienamente concorrenziale. In ogni caso, non ne voglio fare una questione dei principi di diritto (non ne ho le competenze), e fletterò la norma secondo una visione molto quotidiana, prosastica. La normativa nazionale si limita a indicare alcuni punti fissi, elencati all’art. 2 del DPR 160/2010. In alcun punto si esplicita in maniera chiara la prevalenza e la prescrittività della norma nazionale rispetto a quella regionale. Anzi, in più punti viene esplicitamente ribadita la salvezza (“fatta salva …”) della relativa disciplina regionale. In estrema sintesi, il Decreto dice quali sono le finalità e richiama i termini entro i quali il procedimento si deve chiudere. E sono quelli incardinati nella L. 241/1990. Per il resto si lascia ampia autonomia a Regioni, Camere di Commercio e Comuni al fine di promuovere la realizzazione, la modifica, l’ampliamento di attività produttive (in senso ampio).

L’autonomia della disciplina regionale è ribadita nei fatti (e nel diritto, ovviamente), anche dalla LR Umbria 1/2015 vigente (e mai impugnata dal Governo per questi aspetti). L’art. 32 co. 11 della legge regionale elimina per esempio l’esclusione del procedimento dell’art. 8 che il Decreto aveva posto per le medie e le grandi strutture di vendita. Dunque queste sono possibili in Umbria. E sono state già realizzate, anche in applicazione della LR 1/2015.

Detto ciò, vediamo chi ha titolo a presentare l’istanza ex art. 8 DPR 160/2010. La lettura “stretta” dell’ultima frase dell’art. 8 del citato decreto presidenziale potrebbe trarre in inganno. La frase è questa: “Gli interventi relativi al progetto, approvato secondo le modalità previste dal presente comma, sono avviati e conclusi dal richiedente secondo le modalità previste all’articolo 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.” Sembrerebbe dunque che l’interessato debba avviare e concludere i lavori relativi al progetto. E la cosa ha un suo senso. Tuttavia la frase non finisce dopo la parola “richiedente”, ma continua dicendo “secondo le modalità previste dall’art. 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.” Cioè secondo le modalità con cui normalmente si realizzano gli interventi sottoposti a Permesso di Costruire.

Ora, l’art. 15 del DPR 380/2001 è rubricato: “Art. 15 (R) – Efficacia temporale e decadenza del permesso di costruire”. Tra l’altro la lettera R messa tra parentesi affievolisce ancora l’incisività della norma poiché la porta a livello regolamentare e non legislativo (e infatti anche in questo caso la regione Umbria ha legiferato diversamente, seppure per fasi transitorie). In ogni caso, come è chiaro leggendo tutto l’articolo, questo intende solo fissare i termini di inizio e di fine dei lavori, e non disciplinare la titolarità a presentare l’intervento, che si trova in altra sede.

Che cosa ha voluto fare il decreto presidenziale con l’ultima frase dell’art. 8? Ricondurre a mio avviso l’esito della conferenza dei sevizi (la determinazione dirigenziale finale), a un istituto tipizzato e ben noto qual è quello del Permesso di Costruire, per fissare dei termini certi di inizio e di fine lavori.

Questo perché si erano verificati dei casi in cui era stata approvata la variante urbanistica e la convenzione allegata al progetto aveva disposto dei termini assimilabili a quelli di un piano attuativo (10 anni), per realizzare l’intervento, differendo nel tempo quindi l’attuazione di un progetto che era stato chiesto in deroga al PRG per evidenti e dimostrate necessità imprenditoriali impellenti (nuova attività o ampliamento dell’attività esistente), insinuando più di un dubbio sulla reale necessità di un procedimento acceleratorio e derogatorio.

L’ultima frase dell’art. 8 del DPR 160/2010 non ha secondo me innovato nulla rispetto alla titolarità di chi può presentare l’istanza e di come si conducono i lavori. Né ha espunto dall’ordinamento vigente l’istituto della volturazione del Permesso di Costruire. Né ha espunto dall’ordinamento vigente la possibilità di firmare congiuntamente un’istanza di Permesso di Costruire. Né ha espunto dall’ordinamento vigente la possibilità di firmare un’istanza di PdC a chi abbia diritto reale su un terreno. Si noti che il DPR parla tra l’altro di richiedente: nemmeno di “chi abbia titolo”, che è la formula generalmente usata per indicare chi deve realizzare un intervento edficatorio.

La lettura così stretta della norma si presterebbe poi a un effetto curioso in caso di variazione del soggetto giuridico. Se infatti il richiedente facesse acquisizioni, cessioni di ramo d’azienda, fusione, ecc., esso non sarebbe più (a rigore), lo stesso soggetto. Quindi una norma derivata da un Decreto presidenziale impedirebbe a una società, per un tempo stimabile di 4 anni, di fare alcun movimento societario (fusioni, cessioni, ecc.).

L’effetto paralizzante della interpretazione letterale di questa norma è aumentata poi dal caso (astrattamente sempre possibile), di fallimento della ditta che ha fatto istanza e ha avviato i lavori, ma che, ovviamente, non li ha conclusi. Non si capisce come il richiamo all’art. 15 del DPR 380/2001 del DPR 160/2010 potrebbe risolvere tutti questi casi.

Se il legislatore avesse voluto stringere così fortemente sul soggetto interessato, avrebbe ben potuto farlo all’art. 9 del decreto 160/2010, dove ha previsto una disciplina del collaudo piuttosto puntuale e incisiva. In quell’occasione avrebbe potuto controllare e sanzionare. Ma non lo ha fatto.

E’ evidente allora, che nulla è innovato rispetto alla disciplina ordinaria del Permesso di Costruire.Tra l’altro tutto l’art. 8 non si applica alle strutture di vendita, come recita il comma 3, facendoci tornare alla normativa regionale. Che infatti con l’art. 102 co. 1 lett. g) del RR 2/2015, risolve definitivamente la materia. “g) interventi relativi ai procedimenti di cui al decreto del Presidente della Repubblica 7 settembre 2010, n. 160 (Regolamento per la semplificazione ed il riordino della disciplina sullo sportello unico per le attività produttive, ai sensi dell’articolo 38, comma 3, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.).”E’ evidente dunque che il Comune, in caso di istanza da parte di un’impresa che voglia realizzare un’attività in variante al PRG, debba limitarsi a verificare se ci sono le condizioni urbanistiche e edilizie per consentire l’intervento, e non entrare nel ginepraio delle questioni societarie. Deve a mio avviso verificare tre condizioni: 1. se il PRG soddisfa o meno le intenzioni dell’impresa, 2. se l’impresa è veramente un’impresa (se sia in attività e al massimo se il suo oggetto sociale comprenda l’attività), 3. se l’impresa ha titolo per un intervento su quel terreno (o in caso di diversità di soggetti se il proprietario del terreno acconsente). Restando come sempre fermi i diritti di terzi.****

Art. 8 DPR 160/2010

Raccordi procedimentali con strumenti urbanistici

1. Nei comuni in cui lo strumento urbanistico non individua aree destinate all’insediamento di impianti produttivi o individua aree insuffi cienti, fatta salva l’applicazione della relativa disciplina regionale [neretto mio] l’interessato può richiedere al responsabile del SUAP la convocazione della conferenza di servizi di cui agli articoli da 14 a 14 -quinquies della legge 7 agosto 1990, n. 241, e alle altre normative di settore, in seduta pubblica. Qualora l’esito della conferenza di servizi comporti la variazione dello strumento urbanistico, ove sussista l’assenso della Regione espresso in quella sede, il verbale è trasmesso al Sindaco ovvero al Presidente del Consiglio comunale, ove esistente, che lo sottopone alla votazione del Consiglio nella prima seduta utile. Gli interventi relativi al progetto, approvato secondo le modalità previste dal presente comma, sono avviati e conclusi dal richiedente secondo le modalità previste all’articolo 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.

[….]

3. Sono escluse dall’applicazione del presente articolo le procedure afferenti alle strutture di vendita di cui agli articoli 8 e 9 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, o alle relative norme regionali di settore.

Art. 32 co. 6 LR 1/2015

6. Nel caso di procedimenti per i quali è previsto il ricorso a conferenze di servizi che comportano variazione degli strumenti urbanistici generali, le conferenze medesime tengono luogo dell’adozione della variante ed assolvono anche alle funzioni previste dagli articoli 23, 24, 25, e 29 per la conferenza di copianificazione e per la conferenza istituzionale. La potestà provvedimentale degli enti interessati si esprime nell’ambito della conferenza, in base alle competenze previste dal presente TU, nel rispetto dei tempi del procedimento previsti dalla l.r. 8/2011. I tempi di deposito e pubblicazione delle relative varianti e di tutti i procedimenti previsti dal presente TU sono ridotti della metà. Entro tali termini i soggetti di cui all’articolo 24, comma 3, possono presentare valutazioni e proposte in merito alla variante. Per i procedimenti di cui all’articolo 8 del d.p.r. 160/2010 il comune, entro e non oltre venti giorni dalla presentazione della proposta progettuale di intervento, si esprime sull’insufficienza delle aree previste dallo strumento urbanistico generale, o sull’eventuale inadeguatezza delle previsioni medesime rispetto alle esigenze localizzative e dimensionali dell’impianto produttivo o per servizi rappresentate nella proposta stessa.

Art. 32 co. 11 LR 1/2015

11. I procedimenti di cui all’articolo 8 del d.p.r. 160/2010, come disciplinati al comma 6, si applicano a tutte le attività produttive e per servizi.

Nonostante i governi

Credo che se stiamo uscendo da questo tunnel lungo ormai dieci anni, lo dobbiamo non ai governi che si sono succeduti in questi anni, ma nonostante i governi che si sono succeduti. La mia non è un’affermazione oppositiva: è un’affermazione che deriva dalla percezione di un distacco ormai sempre più evidente tra la società civile e la politica (nel senso nobile della parola). Sì Renzi ha fatto delle buone cose, è un riformista moderato, ma ormai la sua spinta innovatrice ha perso potenza. Roma ha “digerito” anche lui, lo ha metabolizzato, lo ha de-renzizzato. Sicuro, c’è Grillo e i suoi cinquestelle, incapaci di governare seriamente, e quando dico seriamente penso fare i conti con la politica estera e con vincoli di bilancio. Berlusconi che ritorna e che vincerà le prossime elezioni, senza tuttavia capire come fare il governo e con chi dopo di lui. E poi i governi tecnici, che hanno fatto i tagli che dovevano fare, senza nemmeno darci la motivazione di qualche buon ideale. Come se fossero storie già viste.

Ecco, in questi dieci anni c’è stata gente (eroica), che ha tenuto in piedi il sistema Italia. Si tratta di commercianti, di artigiani onesti, di liberi professionisti portati alla fame, di piccole imprese che fanno salti mortali per dare gli stipendi a fine mese ai propri dipendenti, di funzionari e impiegati pubblici responsabili, di contadini che nonostante li facciano restare in casette (le chiamano così: ci sarà un motivo), si alzano alle 5 e vanno a mungere le loro pecore. Tutta gente che ha continuato a pagare le tasse, lamentandosi sì del “governo ladro” (fa parte del business), ma che ha continuato a lavorare, a risparmiare, a pagare gli studi ai figli. Gente che non è fuggita all’estero perché oramai la famiglia è qui o perché non ha avuto il coraggio di farlo. Gente che però ha avuto il coraggio di restare. Gente che è restata con il timone a diritta.

Certo: c’è qualche imprenditore disonesto che non ha pagato alcune tasse, qualche impiegato pubblico che non è un campione di lavoro, qualche contadino che ti vende l’agnello e la ricotta in nero.

Tuttavia, nel complesso si è andato consolidando un tessuto, una rete operosa, che lavora silenziosamente e che riesce a tenere in piedi anche una classe politica in cui forse non si riconosce più, non perché la reputa particolarmente malandrina, quanto invece incapace da una parte di proporre delle visioni e dall’altra di tenere banalmente i conti in ordine. Un tessuto che vede la politica come un male necessario, un’incrostazione sociale, un fenomeno che bisogna sopportare.