Spoleto #2

Monteluco era l’estate, i cocomeri, le rincorse con le pistole a acqua.

Monteluco era l’estate interminabile, le lunghe camminate per arrivarci, con mio zio Claude. Salendo ci faceva cantare un ritornello francese: “Un kilometre à pieds ça use, ça use les souliers; deux kilometres à pieds ça use ça use ….”. Una canzoncina che non aiutava affatto, e che faceva venire solo una gran sete. Ma a lui piaceva e credo si divertisse a farcela cantare a lungo.

Spesso portavamo con noi un cocomero, comprato il giorno prima. Partivamo molto presto: alle 5, alle 5,30. Una volta arrivati in cima lo mettevamo a bagno nella fontanella proprio all’inizio del bosco. Un’acqua freschissima, allegra, che cancellava in un attimo la fatica fatta per arrivare. Più tardi lo avremmo divorato insieme a qualche panino. Appena finito ci si bagnava tirandoci le scorze del cocomero, o allora con le pistole a acqua. Piccole pistole che bisognava ricaricare troppo spesso e che, immancabilmente, schizzavano di sghembo un filo d’acqua, sicché era inutile prendere la mira. Poi c’era il prato, dove giocare al pallone, guardare le prime ragazze, capire il gioco reciproco degli sguardi e dei sorrisi, il rito dei primi approcci: il pallone che inevitabilmente andava a finire in quel gruppetto, la loro maniera goffa di rendercelo, la nostra maniera goffa di fare qualche complimento.

Poi, però, c’era il bosco. A Monteluco c’era, e c’è, un bosco di lecci che ha sempre avuto un grande fascino per me, legato a un non so che di misterioso.

Era sempre pulito, e questo gli dava un senso di ampiezza e di grandiosità. Quel senso di maestoso l’avrei ritovato molti anni dopo, salendo sul Monte Cucco, e fermandomi sotto i suoi faggi.

Era una cosa solenne e sacra, diversa da quella macchia a cui eravamo abituati e che si poteva incontrare subito fuori. Una macchia fatta di carpini, ornielli, corbezzoli, ginestre, e qualche roverella. Entrare in quel luogo (c’è un muro di pietra che lo delimita, con un portale d’ingresso), voleva dire fare un salto nello spazio e nel tempo. Nello spazio inteso come misura. Gli alberi erano più grandi, gli spazi tra gli alberi erano più grandi, l’ombra era più cupa e verde. Nel tempo perché si intuiva che gli alberi erano lì da molto tempo, da prima che noi arrivassimo, e che sarebbero restati lì anche dopo che noi li avremmo lasciati. Ci torno spesso anche d’autunno, anche d’inverno, e ne sono geloso. Come se quel bosco l’avessi capito solo io, come se quel bosco capisse solo me.

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Il BIM e l’evoluzione della professione*

1. Grazie all’azienda COLMEF, nelle sue varie articolazioni, il che dà la misura di una notevole dinamicità e questo è sicuramente positivo, oggi. Grazie allo studio Botta-Panfili che mi ha voluto chiamare per questa relazione.
2. Il BIM è a mio avviso uno dei campi di battaglia, uno dei teatri di un più vasto e profondo fenomeno che sta modificando profondamente la nostra professione (tutta la filiera) da qualche decennio. Nel campo del BIM, che è un campo di battaglia, io sono un osservatore neutrale. Ho iniziato molto presto a interessarmi del disegno digitale. Sono stato tra i primi caddisti in umbria, nel 1989 su workstation Unix. Poi sono entrato in uno studio di un ingegnere strutturista, dove disegnavo 10 ore al giorno sull’Olivetti M24, con lo schermo a fosfori verdi. Quando uscivo, per 20 minuti tutto il mondo era rosa, a causa dell’effetto Chevreul. Poi abbiamo migliorato un po’ con lo schermo a colori. Autocad era alla versione 2.3. Poi siamo passati a un altro software che si chiamava Gbc. A un plotter con i pennini a inchiostro su un carosello di 8 posizioni. All’università ho conosciuto versioni successive di Autocad e poi Archicad, RadarCh, e poi nel 97 Allplan, ecc.
3. Il rilievo. Oggi parliamo tutti di rilievo, di riuso, di riqualificazione, di rigenerazione. Poi andiamo alle fiere, alle demo e i migliori software sono quelli che ti fanno vedere una villetta da costruire su un lotto nuovo nella pianura padana. Mi piacerebbe che ci fosse un software che partisse dal rilievo. E parlo di un rilievo non a nuvole di punti e basta, ma un rilievo che consentisse poi un editing completo dell’oggetto architettonico. Un software che riconoscesse una scatola di derivazione da un rubinetto e un rubinetto da una finestra. Un rilievo già molto “bimmico” se posso dire così. Invece ancora il rilievo è ancora molto geometrico. Ormai quasi 16 anni fa scrivevo un pezzo su una rivista online su come di lì a poco il rilievo sarebbe cambiato, dovendo integrare il satellite, il gps, la fotografia, il laser. Non avevo previsto il drone, che a dire il vero non è tanto un’innovazione telematica quanto l’insieme del controllo elettronico su un apparecchio semovente. Nel settore del rilievo abbiamo ancora molto da fare. Dobbiamo portare il tablet nel rilievo. O un visore come quelli dei piloti da caccia che puntano e sparano. Immagino un software e dei dispositivi che consentano di avere il rilievo completo di un fabbricato in forma vettoriale in un giorno di lavoro. 

4. Il disegno. Noi abbiamo vissuto un periodo, come dice Franco Purini, in cui ci siamo ubriacati di CAD. Speriamo di essere guariti. Certo, il CAD ha aiutato a migliorare alcune fasi della progettazione, ha consentito l’evoluzione verso il 3D e verso il rendering. Di contro ci ha “schiacciati” su un modo di disegnare poco architettonico, poco professionale. Se ci pensate bene, magari i meno giovani in sala se lo ricordano personalmente, i grandi architetti, i grandi costruttori (penso per esempio anche al geom. Guglielmi di Spoleto), a parte la primissima fase ideativa, figurativa, cominciavano subito a disegnare in maniera integrata. Voglio dire che non c’era tutta la dissociazione che il CAD ha consentito tra la geometria e la materia, disegnando prima una forma e poi differendo al dopo la materia. i grandi professionisti disegnavano subito forma e materia: questo pilastro sarebbe stato in c.a., questa balaustra in ferro, questa soglia in pietra rosa, e così via. Il CAD 2D consentiva anche di non disegnare tutto: disegnare solo alcune parti (questo in analogia con il disegno manuale: si disegna solo ciò che serve). Oggi il 3D ma soprattutto il BIM richiedono il disegno integrale dell’oggetto, se ne vogliamo sfruttare al pieno le caratteristiche. Altrimenti ci limitiamo a fare un cattivo 3D e basta. Oggi il BIM ci riavvicina in qualche modo al vecchio modo di disegnare: a una sapienza costruttiva. Certo tra lo schizzo a mano e il BIM la distanza è ancora molta. Anche qui speriamo che qualche software possa aiutare un giorno. Una piccola digressione sui dispositivi di input. Noi siamo ancora fermi al mouse e alla tastiera. Che non sono strumenti per il disegno. La tastiera è per i testi, e paradossalmente per andare più piano (i primi tasti della macchina da scrivere si inceppavano). Il mouse migliora un po’, ma insomma ancora manca di qualche sensibilità. Con la penna e la tavoletta grafica abbiamo migliorato molto. A mio avviso si può ancora lavorare molto sui comandi vocali e sulla visione. 

5. La simulazione. E’ evidente che il BIM, sotto un profilo geometrico, non è altro che un 3D. Se lo incrocio con lo sviluppo degli ologrammi, dei visori, dei guanti con sensori, le connessioni sono tutte positive per il settore della simulazione. Potremo finalmente simulare un po’ meglio e abbandonare gli or-rendering che spesso ci vengono richiesti. Sono or-rendering perché la luce è falsa, l’ottica è falsa, i materiali sono falsi, i colori sono falsi, il contesto è falso: quello è veramente un mondo virtuale: che non esiste. La computistica. Non la approfondisco nemmeno. Una volta che ho etichettato tutto e che ho popolato il mio database, il minimo che mi aspetto è che il mio software faccia un report. Servirebbe una procedura di verifica per vedere se ho etichettato tutto: non se è prevista nelle ultime versioni dei software. Una delle forme del report è il computo metrico. Da cui deriva la contabilità in fase di costruzione, le possibili varianti. Il flusso è biunivoco. Dal computo potrei teoricamente anche modificare il disegno. Consiglio sempre di vedere qual è il risultato perché non è sempre convincente. Va da sé che anche la preventivazione è facilitata. La simulazione aiuta anche, ovviamente, la fase di autorizzazione e di validazione del progetto. Se abbiamo la possibilità di leggere dei dati completi relativi alla costruzione, una bella pre-istruttoria è già pronta: altezze, distanze, volumi di terra movimentati SUC comportamento energetico, comportamento acustico, vigili del fuoco, ecc. Di passaggio, la trasmissione del modello BIM consentirebbe il popolamento del SIT comunale, con tutto ciò che ne consegue in materia di tributi …
6. La costruzione. Oggi è molto di attualità la stampa 3D. Al momento non mi sembrano case molto confortevoli a causa del materiale usato, ma è evidente che lo scenario indicato è quello giusto. Quello che so è che la maggior parte dei nostri cantieri è ancora simile a quelli di 50 anni fa. E che invece sono destinati a diventare sempre più dei cantieri dove si stampano (o si consegnano), degli elementi da assemblare: elementi di qualità certificata. Tra poco riusciremo ad automatizzare la costruzione, avremo dei robot, e quindi delle “grubot”: le gru come le conosciamo andranno in pensione. Questi robot leggeranno il disegno BIM e lo costruiranno secondo fasi ottimizzate. Se non baro, il disegno (il modello) As-built sarà già bell’e pronto. Certo, i fornitori di oggetti e di pezzi, di componenti per la costruzione sono costretti a fare un passaggio tecnologico e produrre un catalogo bimready, come si dice. Vado ancora avanti, e incrocio lo sviluppo dell’IOT con i componenti edilizi più importanti. Ancora un passo: dotare chi sta sul cantiere di speciali occhiali in cui si può vedere tutta la costruzione, secondo i vari tematici che interessano: impianti, strutture, infissi, ecc. La realtà aumentata a servizio della costruzione, insomma.

7. La gestione. Il BIM aiuta nella manutenzione programmata, ovviamente. Aiuta per la redazione del fascicolo del fabbricato. In caso di calamità, poi, pensiamo a come sarebbe utile ai vigili del fuoco avere tutte le informazioni circa quella casa, quell’albergo, quello stadio: incendio, alluvione, frana, sisma …

8. Quali sono le ombre, a fronte di tutte queste luci? a) Costo dei software non proprio ininfluente. b) Curva d’apprendimento un po’ piatta. c) Necessità della filiera bimready. d) Organizzazione e gestione delle revisioni dei file del lavoro in rete. La dimensione media dello studio di architettura in Italia è 1,5: difficile implementare una nuova organizzazione in una realtà così polverizzata. L’architetto è costretto a gestire un nuovo modello con nuove figure. La prima a cui penso è il “bimmista”, poi un bim manager, bim analyst.

Chiudo con una frase volutamente a effetto. L’impatto di questa tecnologia è così forte che il professionista può solo decidere se vuole gestirlo o se vuole subirlo.

* Traccia dell’intervento tenuto il 01/06/2017 alla CESF di Perugia

Professioni tecniche, ricostruzione, governance*

  1. Il ruolo dei professionisti nella società e la loro volontà di partecipazione alla ricostruzione.

Dai decreti e dalle ordinanze sin qui emanate pare di percepire una non corretta considerazione del contributo che i tecnici professionisti della nostra regione, in virtù della conoscenza del territorio, della sua storia e per le esperienze già maturate nell’ambito della ricostruzione post-sismica, sono in grado di fornire. Esperienze e conoscenze apprezzate peraltro in altri contesti regionali colpiti da recenti terremoti.

Limitare il contributo che proviene da tale patrimonio di conoscenze posseduto dal corpus tecnico regionale, sia interno alle Amministrazioni pubbliche sia proprio del mondo dei liberi professionisti, sembra avvalorare un modello di governance che:

  • ha centralizzato le principali funzioni tecniche creando strutture che, mancando del raccordo e della conoscenza dei luoghi in cui esse operano, a oggi riescono a fatica a svolgere le basilari operazioni volte a favorire la ricostruzione con la dovuta efficacia e rapidità;
  • amplifica la distanza fra società civile regionale e mondo professionale, inducendo nella cittadinanza il convincimento che i tecnici dell’Umbria, operanti sia nelle pubbliche amministrazioni sia in ambito libero professionale privato, manchino delle capacità, conoscenze ed esperienze utili alla ricostruzione del proprio territorio.

Si ha la percezione che sull’altare della trasparenza amministrativa, peraltro finalizzata a produrre forme di “legalità burocratica” sia stata immolata anche la più stretta e concreta collaborazione con gli Ordini Professionali Tecnici dell’Umbria che, deve essere ricordato, sono un ente pubblico. A fronte dell’ennesimo atto di disattenzione/noncuranza dello Stato nei confronti dello Stato, non deve sorprendere il crescere di quel clima di sfiducia nei rapporti fra società civile, pubblica amministrazione e mondo libero professionale che, in momenti tanto delicati, dovrebbe invece segnare una decisa inversione di tendenza volta ad assumere, quale prima preoccupazione, la soluzione dei problemi umani, sociali ed economici che il terremoto ha prodotto.

E se poi si pensa di risolvere il problema attraverso l’investitura a deus ex machina della ricostruzione un unico professionista, pur competente, sfruttandone l’appartenenza al novero delle archistar nazionali come paravento giustificativo della scelta compiuta, è evidente l’intenzione di ridurre, al di là delle dichiarazioni pubblicistiche, la partecipazione attiva delle competenze e intelligenze locali a favore di un approccio monocratico, sensibile solo alla spendibilità mediatica della scelta compiuta. Ora, è pur vero che l’architetto incaricato si è subito premunito e ha dichiarato che cercherà la massima collaborazione con il mondo delle professioni. Tuttavia, ad oggi questa collaborazione è ancora tutta da costruire. Sarebbe stato meglio (e sintomatico), che questa dichiarazione di intenti fosse pervenuta direttamente dal Commissario Errani. Questa collaborazione avrebbe dovuto essere cercata con forte determinazione e tempestività operativa, cercando una capillarità di mobilitazione, coinvolgendo ope legis anche i professionisti più giovani, per i quali quest’occasione avrebbe potuto costituire una grande palestra, una grande lezione, sia sotto il profilo meramente tecnico che culturale ed etico. Riteniamo che questa occasione avrebbe lasciato una traccia profonda nel senso etico che i giovani professionisti devono formarsi, del ruolo e dell’importanza del loro contributo per la rinascita della società civile.

Riteniamo che, nell’emergenza attuale, si debba operare affrontando con coraggio, spirito costruttivo e fiducia, la ricostruzione di un rapporto corretto, trasparente ed equilibrato fra amministratori ed amministrati: solo ricostruendo tale rapporto sarà garantita una ricostruzione partecipata, condivisa, efficace e coerente alle necessità e alle disponibilità.

Pertanto il primo tema da affrontare è il seguente.

  1. La ricomposizione della frattura tra pubblico e privato.

Ci sembra che questa frattura, sempre più approfondita anche da politiche populistiche, sia un grave problema. Siamo in una crisi profondissima (lo diciamo tutti), e già da prima del terremoto iniziato il 24 agosto 2016. Dopo tale data ci troviamo, in una sola parte d’Italia, certo, in una situazione simile al dopoguerra. Ora, aldilà delle tecniche e delle tecnologie, ci sembra di cogliere, rispetto a quegli anni, l’assenza di quei sentimenti di solidarietà, reciprocità e coesione sociale che costituirono di fatto il cemento dell’unità nazionale e che tanto aiutarono all’epoca la ripresa della vita civile ed economica. Bisogna dunque ricomporre innanzi tutto questa frattura, questa distanza, in forma strategica e in forma tattica. Occorre ricreare o creare dei meccanismi (che non possono limitarsi alla sola condivisione di progetti localistici) che aiutino, incentivino e ricreino un sentimento di partecipazione sociale attiva e consapevole. Noi rischiamo di ricostruire delle piccole città, dei paesi, dei borghi, dove nessuno, comunque, vorrà più abitare tra 5-10 anni. Il punto non è più, oggi, ricostruire le case, ma ricostruire il perché delle case: le condizioni per cui un giovane del terzo millennio deve abitare Amatrice, Arquata, Norcia, Preci. Il tema delle cosiddette “Aree interne”, se ritenuto ancora strategico e valido, deve essere declinato subito attraverso la costruzione di un dialogo fecondo e sinergico fra tutti i soggetti istituzionalmente competenti e il corpus sociale, di cui i liberi professionisti tecnici sono espressione operante, così che si possa giungere rapidamente, prima dell’avvio della ricostruzione, alla definizione di strumenti di operatività tattica in cui i principi condivisi possano essere agilmente declinati luogo per luogo, realtà per realtà, caso per caso.

Ciò a partire dalla definizione degli obiettivi da assegnare ai piani di ricostruzione.

3. I nuovi piani di ricostruzione: integrali, integrati e integranti.

Nel merito più tecnico, i nuovi “Piani”, dovrebbero comporsi tenendo a mente (in maniera ingenuamente sloganistica) tre “I”.

Integrali: i piani devono riguardare, magari con una scalarità e con una modularità intrinseca, tutto il territorio e tutte le sue componenti (sociali, ambientali, economiche). Occorre elaborare prima una visione politica strategica del territorio, che potrà poi essere declinata nelle sue componenti, anche con piani di settore. Il tema della ricostruzione fisica, del com’era dov’era, non può essere più eluso e non deve essere trattato “in sé” in quanto tali termini, per essere significativi, devono essere posti in relazione alla struttura complessiva dello spazio e del tempo nella quale si intende collocarli. Ricostruire in zone franose è ancora sostenibile? Ricostruire edifici di modesta qualità architettonica, con prestazioni statiche ed energetiche bassissime o nulle è ancora possibile? Che ruolo deve avere l’accessibilità, l’infrastrutturazione, nella ricostruzione? Che tipo di valutazioni paesaggistiche devono essere fatte nella delocalizzazione delle attività produttive? Può esistere una delocalizzazione a termine? Possiamo pensare a delle nuove città, o l’esperimento dell’Aquila deve essere buttato integralmente? Chi abita nelle nostre aree interne? Chi vi lavora? Chi vi abiterà tra 10/20 anni?

Integrati: devono prevedere forme di comunicazione e di fertilizzazione interna. Devono riguardare il modo di funzionamento, il rapporto con i privati e la costruzione di nuovi iter procedimentali, integrando, fin da subito, il contributo della Soprintendenza. La catena del comando e delle decisioni deve essere chiara. Non possiamo più permetterci pareri contrastanti dello stesso Ente su un’iniziativa imprenditoriale. Non possiamo più avere veti reciproci, sovrapposizioni di competenze amministrative. La necessità di avere chiarezza e fluidità dei procedimenti potrebbe condurre a un ripensamento dell’architettura istituzionale che oggi, nella sua disarticolazione e decentramento, mostra forti criticità. Il federalismo del 2001 è già in un momento di forte ripensamento anche nella gestione ordinaria: con l’emergenza e la ricostruzione ci sembra in forte difficoltà.

Integranti: devono prevedere, al loro interno, le forme di partecipazione necessarie tra popolazione, mondo delle associazioni e del terzo settore, imprenditoria in ogni sua forma e pubblica amministrazione. La partecipazione deve essere veramente tale e quindi non dovrà limitarsi alla sola informazione e successiva automatica ratifica dei progetti già predisposti dall’amministrazione pubblica promotrice. Devono essere previsti strumenti e forme di partecipazione attiva sin dalla fase di individuazione degli obiettivi, attraverso la definizione di una nuova governance. Ci sarebbe piaciuto, come già detto in precedenza, vedere la nascita di un “pensatoio”, in questi mesi, di un centro di elaborazione culturale, accademica, scientifica, che tracciasse le linee strategiche principali della ricostruzione, prima delle tecnicalità. L’occasione deve essere insomma colta anche per cercare di ricostruire un tessuto sociale oltre che un tessuto urbano.

4. Il ruolo dei professionisti nell’elaborazione di una visione di lungo periodo per la Regione Umbria.

Noi crediamo che sia necessario (oramai imprescindibile) elaborare una forte idea di sviluppo della Regione Umbria. Ci sembra che l’immagine dell’Umbria (e le sue ambizioni) si siano appiattite sulla filiera T.A.C. Turismo-Ambiente-Cultura: i buoni risultati prodotti sinora rischiano di essere insufficienti nel prossimo futuro e ciò ci espone a rischi fortissimi.

Se non vogliamo rilanciare l’industria e il manifatturiero come li abbiamo conosciuti e che, all’epoca, hanno costituito il volano per la maggiore crescita economica e sociale avuta dalla Regione Umbria dal primo dopoguerra, occorre forse rivolgersi all’indietro e trovare ispirazione indagando nelle radici della nostra storia. Pensiamo per esempio al fatto che l’Umbria ha dato i natali agli ordini monastici forse più importanti della cristianità, e che per esempio fare dell’Umbria il luogo del ben-vivere e del ben-essere fisico e mentale, potrebbe essere un atout. Sempre da queste radici potrebbe svilupparsi il tema della cultura e soprattutto della ricerca: ricerca di alto profilo. Pensiamo a dei centri di ricerca, da collegare fortemente alla nostra università. Anche qui, forse, pensare all’eccellenza nella medicina e nella cura potrebbe essere vincente. Puntare fortissimamente insomma sull’intelligenza e sulla creatività, senza dimenticare la manualità, innovativa e di tradizione.

Nella costruzione dei prossimi grandi temi di sviluppo ci piacerebbe che anche il mondo professionale fosse chiamato a fornire un contributo, con una considerazione di stretta attualità e una premessa metodologica.

La considerazione di stretta attualità è legata al fatto che, piaccia o meno, tutta la comunità europea e il mondo occidentale ormai considerano le professioni tecniche delle piccolissime imprese. Se, da un punto di vista, ciò fa perdere quell’aura di intellettualità che contraddistingue le nostre professioni, da un altro punto di vista ci chiama a rivedere la professione alla luce di tutti gli strumenti manageriali e finanziari che la stessa Comunità europea ci mette a disposizione. Se a questo si aggiunge il jobs act degli autonomi, ci si rende conto che lo statuto delle nostre professioni è in un momento di grande elaborazione identitaria.

La premessa metodologica è che, anche con il contributo delle professioni tecniche, occorre forse integrare il nostro modello di pianificazione/programmazione, troppo ottimistico e regolativo con un modello che abbandona alcune certezze e che invece consente al sistema in sé di rispondere con più sensibilità, sensitività e velocità ai mutamenti che ci saranno. Noi non sappiamo quali saranno i lavori più remunerativi tra 10/20 anni, non sappiamo se avremo ancora un’agricoltura (di nicchia) o se diventeremo solo un grande giardino, non sappiamo in che modo la robotica occuperà la parte manufatturiera della produzione, non sappiamo in che modo i flussi migratori imporranno un loro modello produttivo e di consumo. Ecco, a fronte di questi semplici esempi, sarebbe forse meglio costruire un sistema meno predittivo ma più intelligente, piuttosto che uno più predittivo ma rigido.

  • Scritto con il contributo di Alessio Burini per Confprofessioni Umbria

Il nostro piccolo contributo al consumo di suolo

Questa piccola nota che segue intende mettere in evidenza il rapporto che c’è tra le nostre azioni e il fenomeno del cosiddetto consumo di suolo.
Partirò da alcune semplici e banali premesse, sulle quali occorre convenire per poter arrivare a una conclusione sensata.

1. Il nostro comportamento quotidiano influenza le tendenze generali. Se non si è d’accordo, inutile andare avanti. C’è gente che non compra certi biscotti perché contengono olio di palma. Altri boicottano Israele o esercitano il loro potere di spesa in modo da favorire o sfavorire determinate marche. Dunque credono che la loro azione possa cambiare qualcosa. Anch’io lo credo. Penso che nel piccolo ognuno possa fare qualcosa.

2. Le politiche insediative e localizzative di un Comune sono fatte spesso “a valle” delle dinamiche imprenditoriali e non viceversa. Il Piano regolatore di un Comune, oggi più che mai, è indirizzato a cogliere e favorire le iniziative economiche. Ikea orienta lo sviluppo del territorio più di quanto faccia il Comune con la sua pianificazione ordinaria. Se Ikea vuole stabilirsi su un territorio, riesce a far modificare il Piano regolatore, vuoi con procedure ordinarie, vuoi con procedure derogatorie (tutte legittime). Gli imprenditori edili che vogliono realizzare un insediamento residenziale spingono (legittimamente) affinché una certa zona diventi edificabile e un’altra, invece, no. Le infrastrutture, le strade, che consumano molto suolo (leggere bene il Rapporto ISPRA), vengono realizzate anche per servire nuove aree commerciali, artigianali, miste.

3. Ne deriva che il consumo di suolo è frutto del nostro comportamento. Se vogliamo una politica che occupi meno suolo occorre certo votare quel partito che si impegna a legiferare in materia. Dovremmo votare quel partito, quella coalizione che si impegna a impedire ulteriori politiche espansionistiche in tema di suolo. Ma c’è un ma. Se vogliamo difendere il suolo dobbiamo evitare di andare a abitare in quella casa nuova costruita 10 anni fa al limitare della campagna. Se vogliamo difendere il suolo dobbiamo tornare a vivere nel centro storico e nel tessuto adiacente. Dovremmo quindi vendere la nostra casa e cercare di densificare la città esistere. La stessa cosa va detta per chi fa acquisti nelle grandi strutturali, nate con procedimenti in variante al PRG, negli ultimi 20 anni. Ikea, Decathlon, Ipercoop, Leroy Merlin, vanno tutte boicottate. Gli acquisti vanno fatti nei negozi di vicinato. Il nostro comportamento porterà il legislatore a vietare nuovi insediamenti in aree agricole. Chi è contro il consumo di suolo dovrebbe astenersi dal passare per la variante di valico e un giorno non prendere l’Alta Velocità Torino Lione. Chi chiede di votare o di aderire a una petizione dovrebbe dare subito il buon esempio. 

PRG su due livelli: alcuni profili

Rilancio qui uno scritto molto chiaro del Prof. Paolo Urbani che ho colpevolmente riscoperto solo ora. Ci sono alcuni passaggi veramente illuminanti su alcuni temi che ho cercato di trattare in post precedenti. E’ stato pubblicato sulla Rivista Giuridica dell’Urbanistica 4/2007, ma è ancora molto attuale. Buona lettura.

inu

Il senso del sacro

Recentemente, in una occasione particolare, mi è capitato di riflettere ulteriormente sul senso del sacro nella nostra civiltà occidentale. Sul senso, cioè, che per la maggior parte delle persone è molto importante e che fornisce spesso la motivazione per vivere serenamente gli alti e i bassi della vita quotidiana. Ad altri il senso del sacro è di aiuto nei momenti peggiori dell’esistenza.
Mi è sempre piaciuta l’etimologia inglese di Sacro. Si dice holy (che ha la stessa radice di whole, intero, integro). In italiano non riesco ad andare oltre il latino sacer, che però non riesce a dirmi altro, ma forse è solo la mia ignoranza che si ferma lì.

Il senso del sacro è quello che dovrebbe evitare di vivere solo per scegliere la marca del frigo o per scegliere la prossima destinazione turistica. (En passant, sto cominciando ad odiare il turismo: forma di Grand Tour romantico tedesco in sedicesimo, largamente inquinante, devastante per il nostro territorio come il consumo di suolo.)

Ora, noi abbiamo fatto di tutto per eliminare il senso del sacro dalla nostra vita, il senso di alcuni assoluti, il senso di alcuni valori non negoziabili. Tutto ciò è parso una conquista: in ambito religioso, in ambito scientifico, in ambito morale. Siamo in un mondo dove finalmente tutto è relativo, tutto è negoziabile.

Credo che l’Islam invece attragga molti giovani d’oggi, anche nelle sue forme più radicali, in virtù di un concetto del sacro che noi abbiamo voluto espungere e che invece lì r-esiste bello saldo. Nell’islam, almeno così come viene percepito, ci sono valori non negoziabili, punti fermi, gnomoni infissi nel terreno. Provate a negoziare con esso i diritti dei gay, delle donne, a introdurre la teoria del gender fluid, il diritto di Israele di avere un luogo nel mondo …

Quest’idea di sacro, di immutabile, di una vita dopo la vita, attira e motiva molti dei giovani di oggi. Per essere in guerra bisogna essere motivati, come sa ogni buon Generale. Ma per andare in missione suicida occorre essere MOLTO motivati. E questa motivazione non la dà né il prossimo cellulare né la prossima settimana bianca. 

Perché avvicino il sacro alla morte? Perché mi sembra naturale sia così: sento così. Di fronte alla morte e di fronte alla vita, alla nascita di una nuova vita, ci si ferma, ci si dovrebbe fermare. Se non lo si fa, è perché secondo me qualcosa si è rotto. Noi abbiamo trasformato la vita in una faccenda molto tecnologica e molto edonistica. E la morte in una faccenda molto burocratica, e quindi noiosa: quasi un contrattempo. Un’ interruzione della nostra quotidianità, dei (o delle?) nostri aperi-cena. Una cosa che si risolve facendo molte carte, radunandosi magari in un luogo molto laico (ci mancherebbe), ascoltando i ricordi di qualche amico, e bruciando poi tutto ciò che quella persona è stata in un forno. E poi facendo magari un buffet, un rinfresco, perché non si sa bene come finire un momento simile.

Ecco: ci siamo liberati della Chiesa, dei preti, dei crocifissi, della dottrina, dei dogmi. Delle favole, forse. Dei misteri. Ne abbiamo guadagnato molto?

Apologia dei muri

Forse è perché sono architetto e forse perché credo che l’architettura nasca con l’invenzione del muro, che amo i muri. Lo so: vado controcorrente: se c’è una cosa che il mainstream oggi mal sopporta è l’amore per i muri. E quindi i confini, i limiti. Senza muri non ci sarebbero divisioni. E (anche): senza muri non vi sarebbero le case.
Non capisco questa follia collettiva per cui non devono esserci più muri o confini. Perché a me pare che la distruzione dei muri comporti anche la distruzione dell’identità, dell’unicità, dell’individualità. Noi abbiamo paura dell’identità. Sembra che non vogliamo più avere confini, identità, limiti. Possiamo essere maschi, femmine, transessuali, asessuali, e poi italiani, francesi, europei, … e ancora cattolici, buddisti, islamici, shintoisti, e passare dall’uno all’altro senza tante pene.

Essere così “liquidi” ci renderà migliori? Saremo più buoni? Sono domande autentiche. Per molti anni io ho creduto che abolire ogni distinzione, ogni etichetta, ogni nome, mi avrebbe condotto a essere una persona migliore, e di conseguenza a una società migliore. Poi il dubbio, a seguito di sperimentazioni sul campo della realtà, si è esteso e ha investigato anche questa idea, (l’abolizione delle distinzioni, delle differenze), che forse era diventata un’idée reçue, come altre.

Ora mi chiedo se non sarebbe stato meglio, invece, essere consapevoli delle proprie radici, dei propri limiti, e cercare di capire, profondamente e onestamente l’altro.

La violenza nasce tutta dalle distinzioni, dalle differenze? Sono le distinzioni le cause della violenza? Le distinzioni sono eliminabili? Tutte le distinzioni sono uguali? È questa la domanda chiave, il nodo, il tema. Siamo violenti perché siamo diversi? È possibile un mondo senza differenze? È possibile vivere senza violenza ammettendo le differenze?

Perché se pensiamo che le differenze in sé portano alla violenza, occorre battersi per eliminarle.

Se, invece, come io credo, le differenze non possono eliminarsi, occorrerà vedere come poter vivere accettando le differenze. Dirsi tutti cristiani o tutti buddisti non eliminerà le differenze: se ne creeranno altre, in questo nuovo gruppo. Finché ci saranno due uomini ci saranno differenze. La creatività umana è infinita: da due generi siamo passati a 29 (vedi New York), e nulla impedisce di credere che potranno ancora aumentare (penso per esempio a tutto ciò che potrà generare l’ibridazione dell’uomo con la genetica, la robotica e con la protesica).

Se ci saranno differenze, ci saranno sempre confini: ci saranno sempre muri.
Quando i bambini fanno il girotondo, realizzano un muro, un confine. Si fa parte del muro, si è all’interno, o si è all’esterno. Che poi i muri e i confini possano essere abbattuti o scavalcati, questo è un altro conto. C’è sempre stata questa volontà di andare oltre, di passare il confine, di abbattere un muro. Ma varcare la soglia costa: deve costare. Non può essere solo il fatto di fare un passo in più. Direi anzi che il passare un limite dovrebbe essere ritualizzato.

Chi vuole entrare in un’altra casa, in un altro paese, deve passare un muro. Tranquilli: non voglio mettere fili spinati e sparare sulla gente. Parlo di un muro fatto di lingua, di cultura, di tradizioni, di canzoni, di poesie, di battute, di cene, di ubriacature, di lavoro, di responsabilità. Un muro che definisce, appunto, una identità. L’Italia non è solo 1 m più in là dal confine austriaco, insomma. Chi vuole farne parte deve spogliarsi di alcune cose. Mi dispiace dirlo, anche se è meglio essere onesti e dirlo in maniera esplicita. Chi vuole entrare e restare in Italia deve per esempio rinunciare alla sua lingua di origine (almeno in pubblico). Ora, e per esempio, solo chi non vuol vedere e non vuol sentire, può pensare che la rinuncia alla lingua sia una cosa facile a farsi. La lingua trascina con sé talmente tante implicazioni, e talmente profonde, che questa rinuncia è un atto doloroso. Con la lingua si rinuncia spesso anche a un modo di pensare. Sento questa rinuncia io stesso con il francese, e sono partito da Nancy a 11 anni. I colori non sono gli stessi, le battute non sono le stesse, il modo di augurarti un buongiorno non è lo stesso, il senso del tempo non è lo stesso … immagino quello che può voler dire passare da una lingua totalmente differente alla nostra. Chi vuole stare con noi deve rinunciare a una parte delle sue leggi, anche quelle più prosaiche, quotidiane. Da noi si guida a destra, dopo aver preso una patente, dopo i 18 anni. Gli uffici aprono alle 8 e chiudono alle 14, il sabato non tutti lavorano, (ma non c’è una legge che ti obbliga a non lavorare), ecc. 

Certo, noi possiamo accettare, tollerare, accogliere e infine cambiare un po’, ma il lavoro duro lo deve fare chi arriva. Chi arriva è sottoposto a un sacrificio maggiore, non c’è dubbio. Un sacrificio che deve fare per potersi integrare nella cultura che egli ha scelto.

C’è anche chi, in Italia, in Francia, in Inghilterra, è disposto a rinunciare a molta della propria cultura d’origine per integrare quella dello straniero. C’è anche chi sarebbe proprio disposto a buttare tutta la sua cultura pur di abbracciare qualcosa di diverso. Qualcosa percepito come più carico di senso (ma questo è un altro tema e dovrò tornarci in un’altra sede).

Tuttavia, per chi voglia guardare in faccia la realtà in maniera non pregiudizialmente ideologica, integrare tutto e tutti è un sogno, una chimera. Si farà, forse, in un tempo lunghissimo: forse, appunto, il tempo di creare una nuova lingua.

Abilitato

Quesito molto tecnico per i miei amici giuristi. Nella nuova conferenza dei servizi disegnata dai decreti Madia, siamo passati dal termine “legittimato” o “delegato” al più vago termine “abilitato”, per chi deve intervenire in Conferenza con potere decisionale. Che vuol dire? Cosa si formalizza questa abilitazione?

Vasche di recupero dell’acqua piovana

E’ un indicatore che si può facilmente misurare. Tuttavia voglio anche in questo caso fare un approfondimento. Le vasche di recupero per i piccoli interventi edilizi sono un costo oggettivo per piccole operazioni e a mio avviso non portano a grandi risultati. Tra l’altro, come potete immaginare, le vasche sono generalmente vuote  d’estate, quando l’acqua farebbe comodo per innaffiare il verde pertinenziale. D’inverno sono piene ma la loro utilità è scarsa e si riduce quindi a livellare i picchi di flusso in caso di pioggia molto intense sulla rete delle acque chiare. Quant’è la loro reale incidenza su questo fenomeno?  Quanta ne intercettano i tetti rispetto a strade e marciapiedi? Quanti nuovi tetti si faranno, infine, nei prossimi anni? Poiché infatti vedremo sempre meno nuove costruzioni, ho paura anche in questo caso che l’indicatore si muoverà molto poco. Nella città costruita sarà molto difficile insomma obbligare i proprietari a scavare per mettere nuove vasche.  Ovviamente, poi, obbligare al recupero delle acque per gli edifici posti nelle zone agricole mi sembra un controsenso. La legge oggi non discrimina e quindi teoricamente anche fienili e rimesse attrezzi delle aziende agricole dovrebbero prevedere delle vasche di recupero. Nei grandi insediamenti produttivi, che hanno superfici significative (sopra i 2000 mq), invece, il recupero mi sembra utile.
Sarebbe poi altrettanto utile (se non più utile), sostituire alle vasche di recupero il tetto verde. Il tetto verde, infatti, non solo “polmona” il flusso idrico come una vasca, ma consente allo stesso tempo una migliore efficienza energetica della casa, un microclima urbano migliore e anche, nei casi migliori, un microhabitat per piccoli animali e insetti. Forse andrebbe insomma incentivata questa pratica, piuttosto che quella della vasca di recupero.