Perdonare, perdonarsi.

A me pare che il difficile non sia perdonare, ma perdonarsi.

Per dono significa per- dono, per regalo, a fondo perduto.

Nel perdonare ci sono dei tranelli, uno dei quali è perdonare con troppa facilità. O meglio: perdonare con superiorità, con arroganza. Ti perdono perché mi sento superiore. Ti perdono perché sono superiore. Ti perdono perché sono più forte. Ti perdono perché posso. Ti perdono perché perdonare costa fatica, ma non moltissima. E poi il tranello del cinismo: Ti perdono perché acquisto ancora maggior forza nei tuoi confronti. E poi il tranello del calcolo, della vanità: Ti perdono perché agli occhi del pubblico esterno guadagno in immagine. C’è dunque questo tranello della vanità, della superbia, nel perdono. Bisogna essere “atrocemente” onesti con se stessi per permettersi un perdono vero. Solo un esame al fondo di se stessi può dare legittimità e moralità e profondità a questo perdono.

Nel perdonarsi, invece, c’è l’estremo opposto. È la difficoltà di capire se il nostro auto perdono è vero, o se non è invece un atto di auto-assoluzione, di auto-giustificazione, di auto-commiserazione, di auto-compiacimento. O allora se ci maceriamo troppo nel senso di colpa, come se non avessimo espiato a sufficienza. Come se non fossimo ancora degni di auto-perdonarci.

Nel perdono c’è un rapporto con l’altro. Nel perdonarsi siamo soli. Profondamente soli. E’ un esercizio di grande difficoltà psicologica e spirituale, mi verrebbe da dire. Forse tutte le forme di confessione, tipizzate nel tempo dalle varie culture hanno anche questo scopo: di sottrarci dal compito immane dell’auto-perdono e di affidare a un altro, a altri, questo compito. Dall’altra parte, bisogna dire che senza mai perdonarsi nulla si va diritti verso il suicidio.

Nel perdono c’è generalmente un evento scatenante: l’altro chiede direttamente perdono, un terzo può intercedere per richiedere il perdono del primo, ecc. Insomma c’è sempre un punto fermo, un arresto, un bivio. E il perdono è una volta sola, una volta per tutte. Non ci torniamo più: il perdono serve proprio a questo: a non tornarci su.

Perdonarsi, invece, è una faccenda che può arrivare inaspettatamente, a distanza di anni, perché oggi hai capito un certo accadimento, oggi sei in grado di ricomporre il puzzle e di dare un senso alla tua azione. Oggi la puoi giudicare con maggiore chiarezza (spesso con maggiore durezza). Tuttavia perdonarsi una volta non esaurisce tutte le volte che un dettaglio, un particolare, una locuzione, potrà riportare indietro e chiedere, ancora una volta di perdonarsi. Perdonarsi ritorna.

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Salut, Stephane

Ce n’est pas facile d’écrire. De ce petit fort tu regardais où? Tu regardais quoi? Tu as choisi de partir. D’avance, comme un peu toute ta vie.

On t’aimais. Peut-être pas assez. Mais tu sais on est jamais assez aimé, même si on a de la chance et on est beaucoup aimé. On voudrait en tous cas être aimé par des autres personnes. Personnes que peut-être ne savent même pas de notre desir. Ou alors, on voudrait pas être aimé, (ou pas si fort), par ceux qui nous sont à côté.

C’est alors peut-être ce manque d’amour qui nous eloigne de tout et de tous.

La sagesse c’est peut-être prendre l’amour qui nous arrive et chercher de vivre avec c’è lui qu’on a. Ce n’est pas une consolation, je sais. Et d’abord on n’est pas obligés à être sages. Grandir, mûrir, c’est des fois une question de conquête ou de renonce. Et des fois on a pas envie de conquerir, c’est tout. Je n’ai pas de conseilles à te donner. Je n’ai plus de conseilles à te donner.

Tu as eu une vie difficile, comme la notre, d’ailleurs. On a pas vécu assez, ensemble, pour avoir des tas de souvenirs. Je dois me contenter de ce que j’ai: des flash, des images lointaines, quelque apres-midi passé en Italie, ton habilité à faire des choses avec les mains, ton obstination pour les pompiers, pour la peinture. Tes bouteilles de coca-cola. L’accumulation. Et puis ta phrase sans aucun sens, prononcée en pleine nuit il-y-a longtemps, et de laquelle on riait jusqu’aux larmes: “La discipline de la science!”

Un jour on se reverra, tu m’expliquera, tu me pardonnera, je te pardonnerai. On pardonnera nos parents, nos voisins, nos proches, et tous les torts qu’on a subi. Celle-ci me semble d’ailleurs une des rares choses qui puisse rendre supportable l’idée de la mort et l’idée de ton départ.

Certes, ton sourire me manquera toujours, petit.

Riflessioni sul voto

Matteo Renzi paga da una parte un tratto caratteriale che gli italiani non gradiscono, e che dopo Berlusconi hanno visto reincarnarsi in lui: strafottenza, promesse non mantenute. Da sinistra gli hanno fatto una guerra che lui non è riuscito a arginare: D’Alema, Bersani, Grasso, e altri, hanno tutti cercato di depotenziarlo. E ci sono riusciti. Coloro che non hanno votato Renzi si sono buttati su LEU in parte e molti, pur di non votare Berlusconi, sono andati dai 5stelle. Una parte della campagna elettorale è stata basata sull’antifascismo, e non era un problema fondamentale, oggi.

Silvio Berlusconi è stato meno convincente del solito. E a mio avviso è contato molto il fattore età anagrafica. Anche a volergli ancora dare fiducia, dietro di lui non vi era un candidato serio e credibile, dopo che lo stesso Berlusconi ha in passato divorato tutti i suoi figli: Alfano, Toti, ecc. La disponibilità di Tajani è stata a mio avviso tardiva. Il suo nome e la sua designazione chiara, anticipata di qualche buona settimana, avrebbe portato molti più voti. A ottanta anni passati, chiedere agli italiani un consenso personale era troppo.

La Lega ha intercettato una buona parte della “pancia” dell’Italia. Nulla da dire: ha capito i disagi di una parte della popolazione e le ha fornito una proposta, magari emozionale, magari non tutta percorribile. Soprattutto mi è parsa una compagine che si è messa all’ascolto, senza trattare l’elettore come colui che non riesce a capire quali sono i suoi veri problemi.

A ciò si lega una cultura e una devozione per l’incompetenza che è un fenomeno sociologico anora tutto da studiare. Non stiamo già più nell’epoca della post-verità: stiamo nell’epoca della pre-verità. Prima della verità, a prescindere dalla verità.

Berlusconi ha fatto delle promesse, Renzi ha fatto delle promesse. Come in amore, molte di queste sono state tradite da chi le ha fatte. I Cinque stelle hanno fatto un “upgrade” delle promesse, portando alcune di queste (lo dico senza fare una facile battuta), nel regno delle favole. E infatti, o tuttavia, queste favole hanno fornito sufficiente energia, emozioni e motivazioni per spingere milioni di italiani al voto.

Spoleto #2

Monteluco era l’estate, i cocomeri, le rincorse con le pistole a acqua.

Monteluco era l’estate interminabile, le lunghe camminate per arrivarci, con mio zio Claude. Salendo ci faceva cantare un ritornello francese: “Un kilometre à pieds ça use, ça use les souliers; deux kilometres à pieds ça use ça use ….”. Una canzoncina che non aiutava affatto, e che faceva venire solo una gran sete. Ma a lui piaceva e credo si divertisse a farcela cantare a lungo.

Spesso portavamo con noi un cocomero, comprato il giorno prima. Partivamo molto presto: alle 5, alle 5,30. Una volta arrivati in cima lo mettevamo a bagno nella fontanella proprio all’inizio del bosco. Un’acqua freschissima, allegra, che cancellava in un attimo la fatica fatta per arrivare. Più tardi lo avremmo divorato insieme a qualche panino. Appena finito ci si bagnava tirandoci le scorze del cocomero, o allora con le pistole a acqua. Piccole pistole che bisognava ricaricare troppo spesso e che, immancabilmente, schizzavano di sghembo un filo d’acqua, sicché era inutile prendere la mira. Poi c’era il prato, dove giocare al pallone, guardare le prime ragazze, capire il gioco reciproco degli sguardi e dei sorrisi, il rito dei primi approcci: il pallone che inevitabilmente andava a finire in quel gruppetto, la loro maniera goffa di rendercelo, la nostra maniera goffa di fare qualche complimento.

Poi, però, c’era il bosco. A Monteluco c’era, e c’è, un bosco di lecci che ha sempre avuto un grande fascino per me, legato a un non so che di misterioso.

Era sempre pulito, e questo gli dava un senso di ampiezza e di grandiosità. Quel senso di maestoso l’avrei ritovato molti anni dopo, salendo sul Monte Cucco, e fermandomi sotto i suoi faggi.

Era una cosa solenne e sacra, diversa da quella macchia a cui eravamo abituati e che si poteva incontrare subito fuori. Una macchia fatta di carpini, ornielli, corbezzoli, ginestre, e qualche roverella. Entrare in quel luogo (c’è un muro di pietra che lo delimita, con un portale d’ingresso), voleva dire fare un salto nello spazio e nel tempo. Nello spazio inteso come misura. Gli alberi erano più grandi, gli spazi tra gli alberi erano più grandi, l’ombra era più cupa e verde. Nel tempo perché si intuiva che gli alberi erano lì da molto tempo, da prima che noi arrivassimo, e che sarebbero restati lì anche dopo che noi li avremmo lasciati. Ci torno spesso anche d’autunno, anche d’inverno, e ne sono geloso. Come se quel bosco l’avessi capito solo io, come se quel bosco capisse solo me.

Il BIM e l’evoluzione della professione*

1. Grazie all’azienda COLMEF, nelle sue varie articolazioni, il che dà la misura di una notevole dinamicità e questo è sicuramente positivo, oggi. Grazie allo studio Botta-Panfili che mi ha voluto chiamare per questa relazione.
2. Il BIM è a mio avviso uno dei campi di battaglia, uno dei teatri di un più vasto e profondo fenomeno che sta modificando profondamente la nostra professione (tutta la filiera) da qualche decennio. Nel campo del BIM, che è un campo di battaglia, io sono un osservatore neutrale. Ho iniziato molto presto a interessarmi del disegno digitale. Sono stato tra i primi caddisti in umbria, nel 1989 su workstation Unix. Poi sono entrato in uno studio di un ingegnere strutturista, dove disegnavo 10 ore al giorno sull’Olivetti M24, con lo schermo a fosfori verdi. Quando uscivo, per 20 minuti tutto il mondo era rosa, a causa dell’effetto Chevreul. Poi abbiamo migliorato un po’ con lo schermo a colori. Autocad era alla versione 2.3. Poi siamo passati a un altro software che si chiamava Gbc. A un plotter con i pennini a inchiostro su un carosello di 8 posizioni. All’università ho conosciuto versioni successive di Autocad e poi Archicad, RadarCh, e poi nel 97 Allplan, ecc.
3. Il rilievo. Oggi parliamo tutti di rilievo, di riuso, di riqualificazione, di rigenerazione. Poi andiamo alle fiere, alle demo e i migliori software sono quelli che ti fanno vedere una villetta da costruire su un lotto nuovo nella pianura padana. Mi piacerebbe che ci fosse un software che partisse dal rilievo. E parlo di un rilievo non a nuvole di punti e basta, ma un rilievo che consentisse poi un editing completo dell’oggetto architettonico. Un software che riconoscesse una scatola di derivazione da un rubinetto e un rubinetto da una finestra. Un rilievo già molto “bimmico” se posso dire così. Invece ancora il rilievo è ancora molto geometrico. Ormai quasi 16 anni fa scrivevo un pezzo su una rivista online su come di lì a poco il rilievo sarebbe cambiato, dovendo integrare il satellite, il gps, la fotografia, il laser. Non avevo previsto il drone, che a dire il vero non è tanto un’innovazione telematica quanto l’insieme del controllo elettronico su un apparecchio semovente. Nel settore del rilievo abbiamo ancora molto da fare. Dobbiamo portare il tablet nel rilievo. O un visore come quelli dei piloti da caccia che puntano e sparano. Immagino un software e dei dispositivi che consentano di avere il rilievo completo di un fabbricato in forma vettoriale in un giorno di lavoro. 

4. Il disegno. Noi abbiamo vissuto un periodo, come dice Franco Purini, in cui ci siamo ubriacati di CAD. Speriamo di essere guariti. Certo, il CAD ha aiutato a migliorare alcune fasi della progettazione, ha consentito l’evoluzione verso il 3D e verso il rendering. Di contro ci ha “schiacciati” su un modo di disegnare poco architettonico, poco professionale. Se ci pensate bene, magari i meno giovani in sala se lo ricordano personalmente, i grandi architetti, i grandi costruttori (penso per esempio anche al geom. Guglielmi di Spoleto), a parte la primissima fase ideativa, figurativa, cominciavano subito a disegnare in maniera integrata. Voglio dire che non c’era tutta la dissociazione che il CAD ha consentito tra la geometria e la materia, disegnando prima una forma e poi differendo al dopo la materia. i grandi professionisti disegnavano subito forma e materia: questo pilastro sarebbe stato in c.a., questa balaustra in ferro, questa soglia in pietra rosa, e così via. Il CAD 2D consentiva anche di non disegnare tutto: disegnare solo alcune parti (questo in analogia con il disegno manuale: si disegna solo ciò che serve). Oggi il 3D ma soprattutto il BIM richiedono il disegno integrale dell’oggetto, se ne vogliamo sfruttare al pieno le caratteristiche. Altrimenti ci limitiamo a fare un cattivo 3D e basta. Oggi il BIM ci riavvicina in qualche modo al vecchio modo di disegnare: a una sapienza costruttiva. Certo tra lo schizzo a mano e il BIM la distanza è ancora molta. Anche qui speriamo che qualche software possa aiutare un giorno. Una piccola digressione sui dispositivi di input. Noi siamo ancora fermi al mouse e alla tastiera. Che non sono strumenti per il disegno. La tastiera è per i testi, e paradossalmente per andare più piano (i primi tasti della macchina da scrivere si inceppavano). Il mouse migliora un po’, ma insomma ancora manca di qualche sensibilità. Con la penna e la tavoletta grafica abbiamo migliorato molto. A mio avviso si può ancora lavorare molto sui comandi vocali e sulla visione. 

5. La simulazione. E’ evidente che il BIM, sotto un profilo geometrico, non è altro che un 3D. Se lo incrocio con lo sviluppo degli ologrammi, dei visori, dei guanti con sensori, le connessioni sono tutte positive per il settore della simulazione. Potremo finalmente simulare un po’ meglio e abbandonare gli or-rendering che spesso ci vengono richiesti. Sono or-rendering perché la luce è falsa, l’ottica è falsa, i materiali sono falsi, i colori sono falsi, il contesto è falso: quello è veramente un mondo virtuale: che non esiste. La computistica. Non la approfondisco nemmeno. Una volta che ho etichettato tutto e che ho popolato il mio database, il minimo che mi aspetto è che il mio software faccia un report. Servirebbe una procedura di verifica per vedere se ho etichettato tutto: non se è prevista nelle ultime versioni dei software. Una delle forme del report è il computo metrico. Da cui deriva la contabilità in fase di costruzione, le possibili varianti. Il flusso è biunivoco. Dal computo potrei teoricamente anche modificare il disegno. Consiglio sempre di vedere qual è il risultato perché non è sempre convincente. Va da sé che anche la preventivazione è facilitata. La simulazione aiuta anche, ovviamente, la fase di autorizzazione e di validazione del progetto. Se abbiamo la possibilità di leggere dei dati completi relativi alla costruzione, una bella pre-istruttoria è già pronta: altezze, distanze, volumi di terra movimentati SUC comportamento energetico, comportamento acustico, vigili del fuoco, ecc. Di passaggio, la trasmissione del modello BIM consentirebbe il popolamento del SIT comunale, con tutto ciò che ne consegue in materia di tributi …
6. La costruzione. Oggi è molto di attualità la stampa 3D. Al momento non mi sembrano case molto confortevoli a causa del materiale usato, ma è evidente che lo scenario indicato è quello giusto. Quello che so è che la maggior parte dei nostri cantieri è ancora simile a quelli di 50 anni fa. E che invece sono destinati a diventare sempre più dei cantieri dove si stampano (o si consegnano), degli elementi da assemblare: elementi di qualità certificata. Tra poco riusciremo ad automatizzare la costruzione, avremo dei robot, e quindi delle “grubot”: le gru come le conosciamo andranno in pensione. Questi robot leggeranno il disegno BIM e lo costruiranno secondo fasi ottimizzate. Se non baro, il disegno (il modello) As-built sarà già bell’e pronto. Certo, i fornitori di oggetti e di pezzi, di componenti per la costruzione sono costretti a fare un passaggio tecnologico e produrre un catalogo bimready, come si dice. Vado ancora avanti, e incrocio lo sviluppo dell’IOT con i componenti edilizi più importanti. Ancora un passo: dotare chi sta sul cantiere di speciali occhiali in cui si può vedere tutta la costruzione, secondo i vari tematici che interessano: impianti, strutture, infissi, ecc. La realtà aumentata a servizio della costruzione, insomma.

7. La gestione. Il BIM aiuta nella manutenzione programmata, ovviamente. Aiuta per la redazione del fascicolo del fabbricato. In caso di calamità, poi, pensiamo a come sarebbe utile ai vigili del fuoco avere tutte le informazioni circa quella casa, quell’albergo, quello stadio: incendio, alluvione, frana, sisma …

8. Quali sono le ombre, a fronte di tutte queste luci? a) Costo dei software non proprio ininfluente. b) Curva d’apprendimento un po’ piatta. c) Necessità della filiera bimready. d) Organizzazione e gestione delle revisioni dei file del lavoro in rete. La dimensione media dello studio di architettura in Italia è 1,5: difficile implementare una nuova organizzazione in una realtà così polverizzata. L’architetto è costretto a gestire un nuovo modello con nuove figure. La prima a cui penso è il “bimmista”, poi un bim manager, bim analyst.

Chiudo con una frase volutamente a effetto. L’impatto di questa tecnologia è così forte che il professionista può solo decidere se vuole gestirlo o se vuole subirlo.

* Traccia dell’intervento tenuto il 01/06/2017 alla CESF di Perugia

Professioni tecniche, ricostruzione, governance*

  1. Il ruolo dei professionisti nella società e la loro volontà di partecipazione alla ricostruzione.

Dai decreti e dalle ordinanze sin qui emanate pare di percepire una non corretta considerazione del contributo che i tecnici professionisti della nostra regione, in virtù della conoscenza del territorio, della sua storia e per le esperienze già maturate nell’ambito della ricostruzione post-sismica, sono in grado di fornire. Esperienze e conoscenze apprezzate peraltro in altri contesti regionali colpiti da recenti terremoti.

Limitare il contributo che proviene da tale patrimonio di conoscenze posseduto dal corpus tecnico regionale, sia interno alle Amministrazioni pubbliche sia proprio del mondo dei liberi professionisti, sembra avvalorare un modello di governance che:

  • ha centralizzato le principali funzioni tecniche creando strutture che, mancando del raccordo e della conoscenza dei luoghi in cui esse operano, a oggi riescono a fatica a svolgere le basilari operazioni volte a favorire la ricostruzione con la dovuta efficacia e rapidità;
  • amplifica la distanza fra società civile regionale e mondo professionale, inducendo nella cittadinanza il convincimento che i tecnici dell’Umbria, operanti sia nelle pubbliche amministrazioni sia in ambito libero professionale privato, manchino delle capacità, conoscenze ed esperienze utili alla ricostruzione del proprio territorio.

Si ha la percezione che sull’altare della trasparenza amministrativa, peraltro finalizzata a produrre forme di “legalità burocratica” sia stata immolata anche la più stretta e concreta collaborazione con gli Ordini Professionali Tecnici dell’Umbria che, deve essere ricordato, sono un ente pubblico. A fronte dell’ennesimo atto di disattenzione/noncuranza dello Stato nei confronti dello Stato, non deve sorprendere il crescere di quel clima di sfiducia nei rapporti fra società civile, pubblica amministrazione e mondo libero professionale che, in momenti tanto delicati, dovrebbe invece segnare una decisa inversione di tendenza volta ad assumere, quale prima preoccupazione, la soluzione dei problemi umani, sociali ed economici che il terremoto ha prodotto.

E se poi si pensa di risolvere il problema attraverso l’investitura a deus ex machina della ricostruzione un unico professionista, pur competente, sfruttandone l’appartenenza al novero delle archistar nazionali come paravento giustificativo della scelta compiuta, è evidente l’intenzione di ridurre, al di là delle dichiarazioni pubblicistiche, la partecipazione attiva delle competenze e intelligenze locali a favore di un approccio monocratico, sensibile solo alla spendibilità mediatica della scelta compiuta. Ora, è pur vero che l’architetto incaricato si è subito premunito e ha dichiarato che cercherà la massima collaborazione con il mondo delle professioni. Tuttavia, ad oggi questa collaborazione è ancora tutta da costruire. Sarebbe stato meglio (e sintomatico), che questa dichiarazione di intenti fosse pervenuta direttamente dal Commissario Errani. Questa collaborazione avrebbe dovuto essere cercata con forte determinazione e tempestività operativa, cercando una capillarità di mobilitazione, coinvolgendo ope legis anche i professionisti più giovani, per i quali quest’occasione avrebbe potuto costituire una grande palestra, una grande lezione, sia sotto il profilo meramente tecnico che culturale ed etico. Riteniamo che questa occasione avrebbe lasciato una traccia profonda nel senso etico che i giovani professionisti devono formarsi, del ruolo e dell’importanza del loro contributo per la rinascita della società civile.

Riteniamo che, nell’emergenza attuale, si debba operare affrontando con coraggio, spirito costruttivo e fiducia, la ricostruzione di un rapporto corretto, trasparente ed equilibrato fra amministratori ed amministrati: solo ricostruendo tale rapporto sarà garantita una ricostruzione partecipata, condivisa, efficace e coerente alle necessità e alle disponibilità.

Pertanto il primo tema da affrontare è il seguente.

  1. La ricomposizione della frattura tra pubblico e privato.

Ci sembra che questa frattura, sempre più approfondita anche da politiche populistiche, sia un grave problema. Siamo in una crisi profondissima (lo diciamo tutti), e già da prima del terremoto iniziato il 24 agosto 2016. Dopo tale data ci troviamo, in una sola parte d’Italia, certo, in una situazione simile al dopoguerra. Ora, aldilà delle tecniche e delle tecnologie, ci sembra di cogliere, rispetto a quegli anni, l’assenza di quei sentimenti di solidarietà, reciprocità e coesione sociale che costituirono di fatto il cemento dell’unità nazionale e che tanto aiutarono all’epoca la ripresa della vita civile ed economica. Bisogna dunque ricomporre innanzi tutto questa frattura, questa distanza, in forma strategica e in forma tattica. Occorre ricreare o creare dei meccanismi (che non possono limitarsi alla sola condivisione di progetti localistici) che aiutino, incentivino e ricreino un sentimento di partecipazione sociale attiva e consapevole. Noi rischiamo di ricostruire delle piccole città, dei paesi, dei borghi, dove nessuno, comunque, vorrà più abitare tra 5-10 anni. Il punto non è più, oggi, ricostruire le case, ma ricostruire il perché delle case: le condizioni per cui un giovane del terzo millennio deve abitare Amatrice, Arquata, Norcia, Preci. Il tema delle cosiddette “Aree interne”, se ritenuto ancora strategico e valido, deve essere declinato subito attraverso la costruzione di un dialogo fecondo e sinergico fra tutti i soggetti istituzionalmente competenti e il corpus sociale, di cui i liberi professionisti tecnici sono espressione operante, così che si possa giungere rapidamente, prima dell’avvio della ricostruzione, alla definizione di strumenti di operatività tattica in cui i principi condivisi possano essere agilmente declinati luogo per luogo, realtà per realtà, caso per caso.

Ciò a partire dalla definizione degli obiettivi da assegnare ai piani di ricostruzione.

3. I nuovi piani di ricostruzione: integrali, integrati e integranti.

Nel merito più tecnico, i nuovi “Piani”, dovrebbero comporsi tenendo a mente (in maniera ingenuamente sloganistica) tre “I”.

Integrali: i piani devono riguardare, magari con una scalarità e con una modularità intrinseca, tutto il territorio e tutte le sue componenti (sociali, ambientali, economiche). Occorre elaborare prima una visione politica strategica del territorio, che potrà poi essere declinata nelle sue componenti, anche con piani di settore. Il tema della ricostruzione fisica, del com’era dov’era, non può essere più eluso e non deve essere trattato “in sé” in quanto tali termini, per essere significativi, devono essere posti in relazione alla struttura complessiva dello spazio e del tempo nella quale si intende collocarli. Ricostruire in zone franose è ancora sostenibile? Ricostruire edifici di modesta qualità architettonica, con prestazioni statiche ed energetiche bassissime o nulle è ancora possibile? Che ruolo deve avere l’accessibilità, l’infrastrutturazione, nella ricostruzione? Che tipo di valutazioni paesaggistiche devono essere fatte nella delocalizzazione delle attività produttive? Può esistere una delocalizzazione a termine? Possiamo pensare a delle nuove città, o l’esperimento dell’Aquila deve essere buttato integralmente? Chi abita nelle nostre aree interne? Chi vi lavora? Chi vi abiterà tra 10/20 anni?

Integrati: devono prevedere forme di comunicazione e di fertilizzazione interna. Devono riguardare il modo di funzionamento, il rapporto con i privati e la costruzione di nuovi iter procedimentali, integrando, fin da subito, il contributo della Soprintendenza. La catena del comando e delle decisioni deve essere chiara. Non possiamo più permetterci pareri contrastanti dello stesso Ente su un’iniziativa imprenditoriale. Non possiamo più avere veti reciproci, sovrapposizioni di competenze amministrative. La necessità di avere chiarezza e fluidità dei procedimenti potrebbe condurre a un ripensamento dell’architettura istituzionale che oggi, nella sua disarticolazione e decentramento, mostra forti criticità. Il federalismo del 2001 è già in un momento di forte ripensamento anche nella gestione ordinaria: con l’emergenza e la ricostruzione ci sembra in forte difficoltà.

Integranti: devono prevedere, al loro interno, le forme di partecipazione necessarie tra popolazione, mondo delle associazioni e del terzo settore, imprenditoria in ogni sua forma e pubblica amministrazione. La partecipazione deve essere veramente tale e quindi non dovrà limitarsi alla sola informazione e successiva automatica ratifica dei progetti già predisposti dall’amministrazione pubblica promotrice. Devono essere previsti strumenti e forme di partecipazione attiva sin dalla fase di individuazione degli obiettivi, attraverso la definizione di una nuova governance. Ci sarebbe piaciuto, come già detto in precedenza, vedere la nascita di un “pensatoio”, in questi mesi, di un centro di elaborazione culturale, accademica, scientifica, che tracciasse le linee strategiche principali della ricostruzione, prima delle tecnicalità. L’occasione deve essere insomma colta anche per cercare di ricostruire un tessuto sociale oltre che un tessuto urbano.

4. Il ruolo dei professionisti nell’elaborazione di una visione di lungo periodo per la Regione Umbria.

Noi crediamo che sia necessario (oramai imprescindibile) elaborare una forte idea di sviluppo della Regione Umbria. Ci sembra che l’immagine dell’Umbria (e le sue ambizioni) si siano appiattite sulla filiera T.A.C. Turismo-Ambiente-Cultura: i buoni risultati prodotti sinora rischiano di essere insufficienti nel prossimo futuro e ciò ci espone a rischi fortissimi.

Se non vogliamo rilanciare l’industria e il manifatturiero come li abbiamo conosciuti e che, all’epoca, hanno costituito il volano per la maggiore crescita economica e sociale avuta dalla Regione Umbria dal primo dopoguerra, occorre forse rivolgersi all’indietro e trovare ispirazione indagando nelle radici della nostra storia. Pensiamo per esempio al fatto che l’Umbria ha dato i natali agli ordini monastici forse più importanti della cristianità, e che per esempio fare dell’Umbria il luogo del ben-vivere e del ben-essere fisico e mentale, potrebbe essere un atout. Sempre da queste radici potrebbe svilupparsi il tema della cultura e soprattutto della ricerca: ricerca di alto profilo. Pensiamo a dei centri di ricerca, da collegare fortemente alla nostra università. Anche qui, forse, pensare all’eccellenza nella medicina e nella cura potrebbe essere vincente. Puntare fortissimamente insomma sull’intelligenza e sulla creatività, senza dimenticare la manualità, innovativa e di tradizione.

Nella costruzione dei prossimi grandi temi di sviluppo ci piacerebbe che anche il mondo professionale fosse chiamato a fornire un contributo, con una considerazione di stretta attualità e una premessa metodologica.

La considerazione di stretta attualità è legata al fatto che, piaccia o meno, tutta la comunità europea e il mondo occidentale ormai considerano le professioni tecniche delle piccolissime imprese. Se, da un punto di vista, ciò fa perdere quell’aura di intellettualità che contraddistingue le nostre professioni, da un altro punto di vista ci chiama a rivedere la professione alla luce di tutti gli strumenti manageriali e finanziari che la stessa Comunità europea ci mette a disposizione. Se a questo si aggiunge il jobs act degli autonomi, ci si rende conto che lo statuto delle nostre professioni è in un momento di grande elaborazione identitaria.

La premessa metodologica è che, anche con il contributo delle professioni tecniche, occorre forse integrare il nostro modello di pianificazione/programmazione, troppo ottimistico e regolativo con un modello che abbandona alcune certezze e che invece consente al sistema in sé di rispondere con più sensibilità, sensitività e velocità ai mutamenti che ci saranno. Noi non sappiamo quali saranno i lavori più remunerativi tra 10/20 anni, non sappiamo se avremo ancora un’agricoltura (di nicchia) o se diventeremo solo un grande giardino, non sappiamo in che modo la robotica occuperà la parte manufatturiera della produzione, non sappiamo in che modo i flussi migratori imporranno un loro modello produttivo e di consumo. Ecco, a fronte di questi semplici esempi, sarebbe forse meglio costruire un sistema meno predittivo ma più intelligente, piuttosto che uno più predittivo ma rigido.

  • Scritto con il contributo di Alessio Burini per Confprofessioni Umbria

Il nostro piccolo contributo al consumo di suolo

Questa piccola nota che segue intende mettere in evidenza il rapporto che c’è tra le nostre azioni e il fenomeno del cosiddetto consumo di suolo.
Partirò da alcune semplici e banali premesse, sulle quali occorre convenire per poter arrivare a una conclusione sensata.

1. Il nostro comportamento quotidiano influenza le tendenze generali. Se non si è d’accordo, inutile andare avanti. C’è gente che non compra certi biscotti perché contengono olio di palma. Altri boicottano Israele o esercitano il loro potere di spesa in modo da favorire o sfavorire determinate marche. Dunque credono che la loro azione possa cambiare qualcosa. Anch’io lo credo. Penso che nel piccolo ognuno possa fare qualcosa.

2. Le politiche insediative e localizzative di un Comune sono fatte spesso “a valle” delle dinamiche imprenditoriali e non viceversa. Il Piano regolatore di un Comune, oggi più che mai, è indirizzato a cogliere e favorire le iniziative economiche. Ikea orienta lo sviluppo del territorio più di quanto faccia il Comune con la sua pianificazione ordinaria. Se Ikea vuole stabilirsi su un territorio, riesce a far modificare il Piano regolatore, vuoi con procedure ordinarie, vuoi con procedure derogatorie (tutte legittime). Gli imprenditori edili che vogliono realizzare un insediamento residenziale spingono (legittimamente) affinché una certa zona diventi edificabile e un’altra, invece, no. Le infrastrutture, le strade, che consumano molto suolo (leggere bene il Rapporto ISPRA), vengono realizzate anche per servire nuove aree commerciali, artigianali, miste.

3. Ne deriva che il consumo di suolo è frutto del nostro comportamento. Se vogliamo una politica che occupi meno suolo occorre certo votare quel partito che si impegna a legiferare in materia. Dovremmo votare quel partito, quella coalizione che si impegna a impedire ulteriori politiche espansionistiche in tema di suolo. Ma c’è un ma. Se vogliamo difendere il suolo dobbiamo evitare di andare a abitare in quella casa nuova costruita 10 anni fa al limitare della campagna. Se vogliamo difendere il suolo dobbiamo tornare a vivere nel centro storico e nel tessuto adiacente. Dovremmo quindi vendere la nostra casa e cercare di densificare la città esistere. La stessa cosa va detta per chi fa acquisti nelle grandi strutturali, nate con procedimenti in variante al PRG, negli ultimi 20 anni. Ikea, Decathlon, Ipercoop, Leroy Merlin, vanno tutte boicottate. Gli acquisti vanno fatti nei negozi di vicinato. Il nostro comportamento porterà il legislatore a vietare nuovi insediamenti in aree agricole. Chi è contro il consumo di suolo dovrebbe astenersi dal passare per la variante di valico e un giorno non prendere l’Alta Velocità Torino Lione. Chi chiede di votare o di aderire a una petizione dovrebbe dare subito il buon esempio. 

PRG su due livelli: alcuni profili

Rilancio qui uno scritto molto chiaro del Prof. Paolo Urbani che ho colpevolmente riscoperto solo ora. Ci sono alcuni passaggi veramente illuminanti su alcuni temi che ho cercato di trattare in post precedenti. E’ stato pubblicato sulla Rivista Giuridica dell’Urbanistica 4/2007, ma è ancora molto attuale. Buona lettura.

inu