Liberi di costruire

Trascrivo qui di seguito un estratto brevissimo dall’ultimo libro di Marco Romano, Liberi di costruire. Non piacerà sicuramente a molti, anche se a me pare invece molto fertile.

“La diffidenza per la libertà del singolo cittadino e per i suoi desideri, che costituisce la piattaforma concettuale della pianificazione, fa sì che venga data molta rilevanza al <>, una categoria astratta che misura la felicità cittadina in metri quadrati senza alcuno scrupolo per superfici anche molto estese sottratte all’agricoltura per un loisir molto problematico – prati e boschetti spesso deserti – mentre riserva il proprio disprezzo per gli orti e i giardini che attorniavano lietamente le case del Petrarca come le ville suburbane di oggi, considerate da qualcuno, invece che vera e propria espressione della libertà (e del chilometro meno che zero), lebbra del paese.”

La manomissione delle parole

Gianrico Carofiglio, La manomissione delle parole, a cura di Margherita Losacco, Rizzoli, Milano 2010, 188 p., ISBN 978-88-17-04368-7, 13 €,

Il testo si compone di un’introduzione, di 10 brevi capitoli numerati, di un epilogo, di una breve sezione intitolata Le parole del diritto, di una nota dell’autore, delle note a firma della curatrice, di un indice dei nomi e di un indice.

Come dice lo stesso autore, il testo è costituito da due parti distinte: la prima – La manomissione delle parole -, è lo sviluppo di una conversazione al Salone del Libro di Torino del 2009; la seconda – Le parole del diritto – è la rielaborazione di un dialogo con Gaetano Savatteri al Festival del Diritto di Piacenza nel 2008. Le note di Margherita Losacco (ricercatrice di Filologia classica all’Università di Padova), sono impostate seguendo i temi principali del testo e secondo l’ordine delle pagine.

Lo scritto si legge molto bene, e bisogna riconoscere che Carofiglio adotta quel linguaggio “piano” che vorrebbe informasse anche la lingua dei giuristi. Vi sono molti riferimenti etimologici e culturali, il che rende il discorso profondo e attuale allo stesso tempo. Ecco: forse i riferimenti all’attualità, nella parte centrale del libro, mi paiono troppo piegati ad una critica di Berlusconi. Legittima ovviamente la critica a Berlusconi, anche se, a mio avviso, questa indebolisce, in questa sede,  la chiarezza e la validità generale dei concetti espressi. Opportuna anche in questo senso la nota dell’autore, che chiarisce la genesi ed il contesto dei due contributi.

La parte Le parole del diritto è ancora più interessante, laddove si mette a nudo la capacità dei giuristi di escludere il popolo sovrano (in nome del quale si pronunciano le sentenze), dalla comprensione piena delle stesse sentenze.

L’architettura del tempo presente*

Premessa: non sono uno storico, quindi chiedo scusa innanzi tutto al Prof. Pisani se le mie considerazioni saranno forse banali, sotto il profilo disciplinare. Cercherò quindi di flettere “furbescamente” e per quanto possibile il discorso su lidi a me leggermente più congeniali.

Nel proporre alcune riflessioni sul libro del prof. Pisani, devo partire dalle considerazioni iniziali di Franco Purini, che ha stilato la prefazione del libro, sperando solo di poter aggiungere qualche nota marginale. Perché se Purini è concordemente bravo nel disegnare (realizza mostre di soli disegni, scrive saggi sul disegno), io gli riconosco una capacità di scrittura almeno pari. Ciò significa che egli è in grado di sintetizzare un testo in poche righe ed è altresì in grado di contestualizzare perfettamente un lavoro nell’ambito della cultura contemporanea, e non solo architettonica.
Prenderò dunque per buona dunque la sua tripartizione della modernità in architettura.

La prima, quella più nota, quella su cui anch’io (come generazione), mi sono formato, è quella di Pevsner e Giedion, e poi anche Tafuri: la modernità della Bauhaus. Tutto procede quasi secondo una progressione lineare: le avanguardie, la Bauhaus, il Movimento Moderno, l’Internationale Style.

La seconda, che si contrappone alla (ma io vorrei dire: che integra la) prima, è quella definita da Semerani come altra modernità: Tessenow, per esempio. Noto tuttavia, en passant, che questa altra modernità non ha avuto finora una narrazione e descrizione sistematica come la prima.

C’è poi una “terza via”, sostenuta da Portoghesi, che invece negherebbe lo schematismo duale precedente per consentire una distinzione basata sulla scrittura piuttosto che sull’appartenenza a schieramenti.

Questa tripartizione prenderebbe corpo e nutrimento dall’asse epistemologico definito dalla coppia innovazione-tradizione. Il punto, a mio avviso, è centrale, e lo riprenderò dopo.

Anche per quanto riguarda i meriti del libro del Prof. Pisani non posso che ripartire da Purini.
Primo, certamente abbiamo in questo agile volume una mappa attendibile ed estesa della terza via indicata prima. Veramente, la produzione architettonica contemporanea è così variegata che era difficile categorizzare e dunque l’operazione di mappatura è epistemologimente e metodologicamente più adeguata a fotografare la situazione attuale.
Secondo, certamente abbiamo un approfondimento del fenomeno post-modern, aperto da Charles Jencks e poi da Portoghesi. Esistono delle differenze tra Charles Moore di Piazza Italia, il Robert Venturi di Learning from Las Vegas ed il Portoghesi della Strada Novissima. E infine l’evoluzione del pensiero di Portoghesi in questi ultimi trent’anni.

Terzo, pur nella obbligata sinteticità dovuta del lavoro, Pirani riesce a dare conto dei diversi linguaggi e teorie, anche se sul termine “teorie” ho qualche dubbio. Ho qualche dubbio cioè sul fatto che dietro a molti fenomeni architettonici attuali ci siano delle teorie forti.

Il sommario mi sembra comunque emblematico, eloquente, soprattutto il secondo capitolo, distinto in:
L’architettura high-tech
La nuova classicità
Il Postmoderno
Il Minimalismo
Il Decostruttivismo
Le nuove generazioni
Architettura e natura

Completano il libro una “stimolante” bibliografia essenziale ed un opportuno indice dei nomi. Dico “stimolante” perché troviamo testi diversi rispetto a quelli su cui anche qui ci siamo formati: soprattutto monografie, numeri monografici di riviste. In questa mappatura (anche qui), in fondo troneggia solo una Storia dell’architettura contemporanea di De Fusco.

Come dicevo in premessa, non sono uno storico dell’architettura, anche se mi piace ovviamente l’architettura e quindi anche quella che costituisce la nostra storia. Mi sono per un attimo messo nei panni del prof. Pisani: cosa scriverei io dell’architettura di oggi? Qual è l’architettura oggi? Cos’è l’architettura oggi? Quali gli schemi ed i valori entro cui collocare le innumerevoli esperienze architettoniche recenti? Di che cosa può parlare oggi uno storico ed un critico? Perché non credo ad una divisione netta tra storico e critico, ed anche il prof. Pisani, seppure in una generale oggettività del discorso, si consente alcuni giudizi personali, tra l’altro anche gustosamente narrati. Qual è la miglior architettura contemporanea? Che cosa dobbiamo salvare? Qual è il giusto taglio? La professoressa Conforti, circa un mese fa, ci ha illuminato (almeno a me ha colpito moltissimo): ogni 90 ore viene inaugurato nel mondo un edifico progettato da SOM (Skidmore, Owen, Merrill). La storia dell’architettura deve tener conto di questo fenomeno? O nasconderlo dietro alla minima produzione di Gropius?

E ancora: che peso dare alla natura, paragrafo con cui si chiude il libro?
Nella “terza via” indicata da Purini nella prefazione e sostenuta in questi ultimi anni da Portoghesi, il tema della natura ha un peso notevole. Ma c’è un ma: che l’aderenza sic et simpliciter ad alcune soluzioni solo di moda faccia perdere la bussola. Che l’ambiente sia diventato il mainstream. Che l’ambiente sia diventato, con troppa facilità e superficialità, la nuova ideologia, o meglio ancora un ideologismo, che copre la nostra “debolezza”.
Faccio qualche esempio. Realizzare una casa interamente in cemento armato e poi ricoprire la sua facciata nord con un giardino verticale non può dirsi ecologica.
Il grande centro commerciale che ricopre qualche ettaro di superficie prima libera con edifici e parcheggi non può dirsi ecologico solo perché ricoperto di un manto di terreno e di siepi od alberelli.
Siamo più ecologici noi od era più profondamente ecologica l’umiltà e l’intensità di sguardo di Plinio dell’Historia Naturalis?

L’architettura del tempo presente, questo il titolo del libro, presuppone almeno due passaggi essenziali: il primo, una selezione; il secondo, una sintesi. La sintesi è forse più semplice: si tratta di una capacità tecnica. Il primo, invece, obbliga a dei giudizi di valore che, per quanto personali, devono affrontare il mare magnum della produzione architettonica attuale con dei criteri non dico scientifici, ma almeno condivisibili.

Se posso per esempio esprimere una mia personalissima idiosincrasia (mia moglie è del Lago Maggiore), mi sarebbe piaciuto, nell’estenuante fatica della modulazione e calibrazione che un simile testo richiede, vedere un posto migliore per Vacchini, Snozzi, Reihnart, Campi, Pessina: insomma tutta quella scuola ticinese (escludendo Botta), che ha prodotto discreti edifici di qualità in Svizzera.

Tutto questo per dire che scrivere oggi un libro di storia dell’architettura è molto difficile. Sull’architettura di oggi ancora più difficile. Se infatti un libro di storia fino agli anni ’70 poteva risultare impegnativo a causa di un certo schematismo (anche ideologico), lo stesso schematismo poteva tuttavia aiutare nel improbo compito. E’ evidente invece oggi che, in assenza di forti ideologie che facciano da “collante”, e con un imperante e pervasivo atteggiamento relativistico, nichilistico, scrivere un tale libro significa fare un salto nel vuoto. Significa dover ricreare tutto un campo di valori: distinguere tra istanze autentiche e fuochi di paglia.
Con la caduta delle ideologie e l’atteggiamento “debolistico” verso la cultura tutta sono saltati gli schemi.
Fino a qualche tempo fa si poteva ancora parlare di volontà-di-forma, per riprendere una famosa locuzione. Adesso?

Ormai l’unica volontà di forma rintracciabile è quella che mira alla distruzione della forma. La “nuvola” di Fuksas è prossima all’assunzione in cielo, insomma. Sono blasfemo ed iconoclasta, ma la nuvola di Fuksas tende alla propria autodissoluzione. La tendenza alla smaterializzazione, alla mutevolezza, alla fluidità, all’interfaccia, porterà ad una critica radicale della forma in quanto essere.

Lo Zeigeist, adesso, è questo: dissoluzione della forma. E anche la formula, l’etichetta “decostruzionismo” non è del tutto adeguata, perché fa venire in mente una distruzione sintatticamente e morfologicamente rispettosa (Meier, Eisenman, dei primi tempi). Ormai siamo oltre questa fase, ormai è caduta anche questa tensione intellettuale di una ricerca linguistica, oltre che ideologica, ed è rimasta una volontà di dissoluzione tout court. La volontà di forma si è trasformata in volontà-di-forma-originale. Questa iper-originalità si nutre di costosissimo high-tech. Questa iper-originalità ovviamente esclude a priori qualsiasi colonna, qualsiasi fregio: abbiamo già dato, è già visto: già consumato. Questa iper-originalità, questa “ansia del nuovo”, come diceva Montanelli, impedisce qualsiasi storia, a mio avviso: qualsiasi storicizzazione.

Ed ecco che torno al binomio innovazione-tradizione a cui avevo fatto cenno in apertura. Come dicevo è l’asse intorno al quale possiamo schematicamente suddividere la storia dell’architettura dal ‘900 in qua. Il che mette in gioco un concetto fondamentale anche per l’architetto compositore e non solo per lo storico: lo Zeitgeist: lo Spirito dei Tempi. Anzi: lo spirito del tempo presente.
Se mi fosse commissionato, come architetto, un palazzo del governo, ed io azzardassi, azzardassi solo, a realizzare un edificio simile al Campidoglio americano, ritengo che ci sarebbe una sollevazione intellettuale ed anche l’Ordine degli Architetti mi radierebbe dall’albo. Perché?
Lo so: viene da ridere. Ma al di là del giudizio di merito: perché l’operazione appare così insensata? Così folle? Così passatista, anacronistica?
Finora la storiografia canonica, nella sua “dogmaticità”, consentiva la costruzione personale ma condivisa, dello Zeitgeist. Se facevi case bianche, con il tetto piano, senza ornamento alcuno, eri moderno, dunque progressivo, progressista, democratico, ecc.

Ma “ora tutto questo è perduto”, per citare Georg Trackl, ed il libro del prof. Pisani lo dimostra chiaramente. E allora, di fronte a quest’assenza di riferimenti, di teorie forti, di estetiche dominanti, ogni architetto compositore deve ricrearsi il proprio “filo d’Arianna”, come diceva un mio maestro, il prof. Leoncilli. Un filo rosso che non deve essere per forza corretto sotto l’aspetto cronologico e attributivo, ma che deve rappresentare una guida sicura per il proprio operare. La storia dell’architettura diventa allora la nostra amica, il porto in cui possiamo sempre riparare, ma anche l’avversario che ci scegliamo.
E poi, in fondo (non so se sarete d’accordo), ma a me pare che il committente vero dell’architetto non sia il generico cliente, ma la storia dell’architettura tutta: lì sta il vero giudice delle nostre creazioni.

* Traccia della presentazione al testo di Mario Pisani, L’architettura del tempo presente, tenuta presso la Facoltà di Ingegneria di Perugia, 11 novembre 2008

Franco Purini. Disegnare architetture

Franco Purini. Disegnare architetture, a cura di Stefano Milani, Editrice Compositori, Bologna 2007, 20 €
Il piccolo testo (formato 15 x 21 cm), curato da un giovane ricercatore di Milano, nasce a seguito di una lezione tenuta da Purini a Deft, come dice Umberto Barbieri nella presentazione. Esso è inoltre suddiviso in un’introduzione, a firma di Stefano Milani, un saggio di Purini, una selezione di disegni, un’altra sequenza di disegni (Inizi), un piccolo testo di Peter Eisenman, ed uno conclusivo di van Bergeijk.
Ho precisato le dimensioni del volume perché ovviamente i disegni di Purini, riprodotti in bianco e nero ed in formati piccoli, non rendono giustizia all’autore.
Su Purini mi sono già soffermato in un altro intervento,per cui non tornerò sopra alle cose già dette. Sottolineo solo alcuni passaggi. I primi due sono del curatore: “In realtà in Purini il segno esce quasi di getto. Sulla base di un’idea o di uno schizzo, le tavole vengono realizzate in una sorta di action drawing, attraverso una progressione di gestualità meccaniche riconducibile alle tecniche della scrittura automatica.” (p. 28)
Il passaggio è interessante perché spesso studenti (ma anche studiosi, appassionati), si chiedono come vengano alla luce le tavole puriniane.
“Questi disegni non hanno un rapporto diretto con la progettazione né si propongono di elaborare metodologie progettuali, ma si inseriscono in un ambito più problematico e concettuale.” (p. 28)
Il punto è chiarissimo: l’autonomia del disegno rispetto alla costruzione. Eppure mi piace pensare che queste tavole, oltre a poter avere un qualche valore estetico autonomo (come quadri), siano invece fondanti sia per la riflessione teorica dell’architetto, sia per la costruzione. Questi disegni, insomma, diventano (dovrebbero), la linfa vitale a cui attinge il disegno costruttivo.

Una vita da architetto

Una vita da architetto è il titolo dell’ultima pubblicazione di Giorgio Grassi, architetto che ho sempre ammirato per la coerenza, la lucidità, il coraggio delle scelte.

Il testo è edito da Franco Angeli, costa 25 euro, e si compone di tre parti: la prima, come lo stesso autore dice, è una sorta di guida ragionata al proprio lavoro; la seconda è una raccolta in ordine cronologico delle sue opere e dei progetti; la terza è una “incompleta” galleria di fotografie che lo riguardano in compagnia di alcuni suoi amici.
Io lo trovo un testo straordinario. Dopo il bellissimo libro sull’Alberti, Giorgio Grassi ci regala un’altra testimonianza di rara, rarissima sincerità personale e professionale. Solo i grandi possono veramente mettersi a nudo, come Grassi fa in questo scritto, e confessare i propri dubbi, le paure, ma anche le preferenze ed i giudizi conseguenti.

Il titolo è ripreso dalla canzone di Ligabue “Una vita da mediano”, e già il fatto che sia lo stesso Grassi a dirlo è emblematico riguardo alla freschezza dell’autore, a dispetto dell’età anagrafica. L’architetto di Grassi è ovviamente il mediano di Ligabue, e cioè il giocatore che più di altri si adopera con saggezza ed equilibrio per far funzionare la squadra, contemperando gli istrionismi dell’attaccante all’ottusità del difensore. Giorgio Grassi è evidentemente un altro tipo di architetto rispetto alle tante archistar del momento: lo è per scelta etica prima e (di conseguenza), per linguaggio e risultati formali. Trascrivo un passaggio che impietosamente marca la distanza tra lui ed altri:
“Tutto il resto, le forme più diverse e fascinose, quelle di cui è chiaro che il principale obiettivo è di attirare l’attenzione, quelle forme che puntano tutto sulla loro originalità e diversità, quell’ansia che esprimono così evidente di conquistare a tutti i costi per rentrare a far parte del grande circo della nuova architettura contemporanea, tutto questo mi disgusta e mi mette a disagio. Per questo la tentazione più forte è sempre quella di tirarmi fuori, di prendere le distanze, perché mi vergogno, mi vergogno per loro e mi vergogno per me, per come sono loro senza vergogna e per essere uno di loro mio malgrado.”