SUAP in variante al PRG – Rapporto tra norma regionale e norma statale e titolarità a presentare l’istanza

Recentemente, per motivi professionali, ho dovuto affrontare l’argomento del progetto di un’attività commerciale in variante al PRG vigente in un comune umbro. Le difficoltà erano date dal rapporto gerarchico tra la norma nazionale (DPR 160/2010) e quella regionale (LR 1/2015 e RR 2/2015). In questo breve scritto tento di dare un contributo di chiarezza operativa.

Innanzi tutto il rapporto tra la normativa nazionale e quella regionale. Benché sia nata una querelle tra coloro che vedono la norma del DPR molto incisiva (perché emanata ai sensi del DLgs. 112/1998), ritengo che in Umbria il rapporto sia stato inteso in maniera pienamente concorrenziale. In ogni caso, non ne voglio fare una questione dei principi di diritto (non ne ho le competenze), e fletterò la norma secondo una visione molto quotidiana, prosastica. La normativa nazionale si limita a indicare alcuni punti fissi, elencati all’art. 2 del DPR 160/2010. In alcun punto si esplicita in maniera chiara la prevalenza e la prescrittività della norma nazionale rispetto a quella regionale. Anzi, in più punti viene esplicitamente ribadita la salvezza (“fatta salva …”) della relativa disciplina regionale. In estrema sintesi, il Decreto dice quali sono le finalità e richiama i termini entro i quali il procedimento si deve chiudere. E sono quelli incardinati nella L. 241/1990. Per il resto si lascia ampia autonomia a Regioni, Camere di Commercio e Comuni al fine di promuovere la realizzazione, la modifica, l’ampliamento di attività produttive (in senso ampio).

L’autonomia della disciplina regionale è ribadita nei fatti (e nel diritto, ovviamente), anche dalla LR Umbria 1/2015 vigente (e mai impugnata dal Governo per questi aspetti). L’art. 32 co. 11 della legge regionale elimina per esempio l’esclusione del procedimento dell’art. 8 che il Decreto aveva posto per le medie e le grandi strutture di vendita. Dunque queste sono possibili in Umbria. E sono state già realizzate, anche in applicazione della LR 1/2015.

Detto ciò, vediamo chi ha titolo a presentare l’istanza ex art. 8 DPR 160/2010. La lettura “stretta” dell’ultima frase dell’art. 8 del citato decreto presidenziale potrebbe trarre in inganno. La frase è questa: “Gli interventi relativi al progetto, approvato secondo le modalità previste dal presente comma, sono avviati e conclusi dal richiedente secondo le modalità previste all’articolo 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.” Sembrerebbe dunque che l’interessato debba avviare e concludere i lavori relativi al progetto. E la cosa ha un suo senso. Tuttavia la frase non finisce dopo la parola “richiedente”, ma continua dicendo “secondo le modalità previste dall’art. 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.” Cioè secondo le modalità con cui normalmente si realizzano gli interventi sottoposti a Permesso di Costruire.

Ora, l’art. 15 del DPR 380/2001 è rubricato: “Art. 15 (R) – Efficacia temporale e decadenza del permesso di costruire”. Tra l’altro la lettera R messa tra parentesi affievolisce ancora l’incisività della norma poiché la porta a livello regolamentare e non legislativo (e infatti anche in questo caso la regione Umbria ha legiferato diversamente, seppure per fasi transitorie). In ogni caso, come è chiaro leggendo tutto l’articolo, questo intende solo fissare i termini di inizio e di fine dei lavori, e non disciplinare la titolarità a presentare l’intervento, che si trova in altra sede.

Che cosa ha voluto fare il decreto presidenziale con l’ultima frase dell’art. 8? Ricondurre a mio avviso l’esito della conferenza dei sevizi (la determinazione dirigenziale finale), a un istituto tipizzato e ben noto qual è quello del Permesso di Costruire, per fissare dei termini certi di inizio e di fine lavori.

Questo perché si erano verificati dei casi in cui era stata approvata la variante urbanistica e la convenzione allegata al progetto aveva disposto dei termini assimilabili a quelli di un piano attuativo (10 anni), per realizzare l’intervento, differendo nel tempo quindi l’attuazione di un progetto che era stato chiesto in deroga al PRG per evidenti e dimostrate necessità imprenditoriali impellenti (nuova attività o ampliamento dell’attività esistente), insinuando più di un dubbio sulla reale necessità di un procedimento acceleratorio e derogatorio.

L’ultima frase dell’art. 8 del DPR 160/2010 non ha secondo me innovato nulla rispetto alla titolarità di chi può presentare l’istanza e di come si conducono i lavori. Né ha espunto dall’ordinamento vigente l’istituto della volturazione del Permesso di Costruire. Né ha espunto dall’ordinamento vigente la possibilità di firmare congiuntamente un’istanza di Permesso di Costruire. Né ha espunto dall’ordinamento vigente la possibilità di firmare un’istanza di PdC a chi abbia diritto reale su un terreno. Si noti che il DPR parla tra l’altro di richiedente: nemmeno di “chi abbia titolo”, che è la formula generalmente usata per indicare chi deve realizzare un intervento edficatorio.

La lettura così stretta della norma si presterebbe poi a un effetto curioso in caso di variazione del soggetto giuridico. Se infatti il richiedente facesse acquisizioni, cessioni di ramo d’azienda, fusione, ecc., esso non sarebbe più (a rigore), lo stesso soggetto. Quindi una norma derivata da un Decreto presidenziale impedirebbe a una società, per un tempo stimabile di 4 anni, di fare alcun movimento societario (fusioni, cessioni, ecc.).

L’effetto paralizzante della interpretazione letterale di questa norma è aumentata poi dal caso (astrattamente sempre possibile), di fallimento della ditta che ha fatto istanza e ha avviato i lavori, ma che, ovviamente, non li ha conclusi. Non si capisce come il richiamo all’art. 15 del DPR 380/2001 del DPR 160/2010 potrebbe risolvere tutti questi casi.

Se il legislatore avesse voluto stringere così fortemente sul soggetto interessato, avrebbe ben potuto farlo all’art. 9 del decreto 160/2010, dove ha previsto una disciplina del collaudo piuttosto puntuale e incisiva. In quell’occasione avrebbe potuto controllare e sanzionare. Ma non lo ha fatto.

E’ evidente allora, che nulla è innovato rispetto alla disciplina ordinaria del Permesso di Costruire.Tra l’altro tutto l’art. 8 non si applica alle strutture di vendita, come recita il comma 3, facendoci tornare alla normativa regionale. Che infatti con l’art. 102 co. 1 lett. g) del RR 2/2015, risolve definitivamente la materia. “g) interventi relativi ai procedimenti di cui al decreto del Presidente della Repubblica 7 settembre 2010, n. 160 (Regolamento per la semplificazione ed il riordino della disciplina sullo sportello unico per le attività produttive, ai sensi dell’articolo 38, comma 3, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.).”E’ evidente dunque che il Comune, in caso di istanza da parte di un’impresa che voglia realizzare un’attività in variante al PRG, debba limitarsi a verificare se ci sono le condizioni urbanistiche e edilizie per consentire l’intervento, e non entrare nel ginepraio delle questioni societarie. Deve a mio avviso verificare tre condizioni: 1. se il PRG soddisfa o meno le intenzioni dell’impresa, 2. se l’impresa è veramente un’impresa (se sia in attività e al massimo se il suo oggetto sociale comprenda l’attività), 3. se l’impresa ha titolo per un intervento su quel terreno (o in caso di diversità di soggetti se il proprietario del terreno acconsente). Restando come sempre fermi i diritti di terzi.****

Art. 8 DPR 160/2010

Raccordi procedimentali con strumenti urbanistici

1. Nei comuni in cui lo strumento urbanistico non individua aree destinate all’insediamento di impianti produttivi o individua aree insuffi cienti, fatta salva l’applicazione della relativa disciplina regionale [neretto mio] l’interessato può richiedere al responsabile del SUAP la convocazione della conferenza di servizi di cui agli articoli da 14 a 14 -quinquies della legge 7 agosto 1990, n. 241, e alle altre normative di settore, in seduta pubblica. Qualora l’esito della conferenza di servizi comporti la variazione dello strumento urbanistico, ove sussista l’assenso della Regione espresso in quella sede, il verbale è trasmesso al Sindaco ovvero al Presidente del Consiglio comunale, ove esistente, che lo sottopone alla votazione del Consiglio nella prima seduta utile. Gli interventi relativi al progetto, approvato secondo le modalità previste dal presente comma, sono avviati e conclusi dal richiedente secondo le modalità previste all’articolo 15 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.

[….]

3. Sono escluse dall’applicazione del presente articolo le procedure afferenti alle strutture di vendita di cui agli articoli 8 e 9 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, o alle relative norme regionali di settore.

Art. 32 co. 6 LR 1/2015

6. Nel caso di procedimenti per i quali è previsto il ricorso a conferenze di servizi che comportano variazione degli strumenti urbanistici generali, le conferenze medesime tengono luogo dell’adozione della variante ed assolvono anche alle funzioni previste dagli articoli 23, 24, 25, e 29 per la conferenza di copianificazione e per la conferenza istituzionale. La potestà provvedimentale degli enti interessati si esprime nell’ambito della conferenza, in base alle competenze previste dal presente TU, nel rispetto dei tempi del procedimento previsti dalla l.r. 8/2011. I tempi di deposito e pubblicazione delle relative varianti e di tutti i procedimenti previsti dal presente TU sono ridotti della metà. Entro tali termini i soggetti di cui all’articolo 24, comma 3, possono presentare valutazioni e proposte in merito alla variante. Per i procedimenti di cui all’articolo 8 del d.p.r. 160/2010 il comune, entro e non oltre venti giorni dalla presentazione della proposta progettuale di intervento, si esprime sull’insufficienza delle aree previste dallo strumento urbanistico generale, o sull’eventuale inadeguatezza delle previsioni medesime rispetto alle esigenze localizzative e dimensionali dell’impianto produttivo o per servizi rappresentate nella proposta stessa.

Art. 32 co. 11 LR 1/2015

11. I procedimenti di cui all’articolo 8 del d.p.r. 160/2010, come disciplinati al comma 6, si applicano a tutte le attività produttive e per servizi.

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Le periferie vanno peggiorate*

Le periferie non vanno migliorate: vanno peggiorate. Inizio subito con una provocazione, registro su cui tornerò alla fine di questo breve testo.

È vero che non dobbiamo cadere nello schematismo dei centri storici contrapposti alla periferia, come dice la presidente dell’INU Silvia Viviani.

È vero anche che dovremmo essere sufficientemente intelligenti da capire quando lo schematismo è utile, perché le generalizzazioni non sono sempre e tutte da buttare, e hanno normalmente qualcosa di buono da dirci. In questo caso il  buono è che periferie e centri storici sono in concorrenza, per alcuni aspetti. Lo vedremo meglio dopo.

Ben venga l’analisi, dunque. Con due premesse.

La prima è che l’analisi non è mai neutra. Anche le più raffinate griglie di analisi tipo SWOT, ecc., presuppongo uno sguardo orientato. Un fatto in sé non è mai un’opportunità o una minaccia. Lo diventa solo nei confronti di un altro fenomeno. Solo in una relazione, in un contesto, in un progetto, in un’idea, noi possiamo qualificare un fatto come un punto di forza o una debolezza.

La seconda è, come dice sempre la presidente dell’INU Silvia Viviani, che abbiamo un’ipertrofia di quadri conoscitivi. Io dico che abbiamo una “quadrite cronica”.

Ormai l’analisi delle periferie e dei centri storici l’abbiamo fatta. Adesso occorrono visioni politiche (nel senso più nobile della parola) e decisioni politiche.

L’analisi, la lettura e la conoscenza devono consentirci di uscire dallo schematismo, per poterlo eventualmente usare quando fa comodo.  È evidente che la periferia di Roma non è la periferia di Foligno. È evidente che già tra Perugia e Spoleto o tra Perugia e Terni ci siano delle differenze. Tra le varie periferie di Perugia ci sono differenze. Occorre dunque studiarle.. Alla tripartizione  (che condivido), che l’arch. Bastiani faceva al tavolo di lavoro aggiungerei forse una quarta parte: gli insediamenti sparsi nelle zone agricole. Se ci si sposta sulle pendici del Subasio si noterà come tutta la pianura sia occupata da case un tempo coloniche, piccoli opifici, agriturismi, centri di benessere, cantine “griffate”, ecc., che non possono più definirsi astrattamente come edifici produttivi o agricoli. Siamo in presenza di una costellazione di edifici, strade, orti, piscine, maneggi, ecc.

Pensare ancora alla  forma urbis, alla “forma” da dare a questi grandi spazi mi sembra ormai una battaglia di retroguardia. Per due motivi: il primo è che ciò è concettualmente curioso, in un mondo che va verso il rurbanesimo, il secondo è che il territorio è talmente vasto che è impossibile controllarlo sotto il profilo formale, a meno di non rivoluzionare la governance istituzionale e i sistemi di regolazione del costruito.

Se dunque in alcune periferie perugine (come veniva detto da più parti, su quel tavolo di lavoro), si vive molto bene, non si vede perché gli abitanti di quelle dovrebbero tornare in centro. Avendo abitato anche io in una di queste periferie, posso confessare che il rapporto con il centro storico si perde poco a poco, quotidianamente. Si riacquista solo in occasione di qualche manifestazione (festival, palio, fiera, ecc.), ma per il resto dell’anno lo si può completamente trascurare. La spesa si fa nei piccoli centri commerciali di quartiere o in quelli più grandi, a scuola si va in quei prefabbricati di quartiere, al cinema si va nei multisala di periferia, in palestra lo stesso, in Comune idem, alle Poste idem. Restano veramente pochi motivi per andare in centro. Io amo i centri storici (sono forse uno degli ultimi resistenti-residenti), ma la battaglia per i centri è persa. Il centro storico si avvia ormai a essere “la scena fissa” di spettacoli musicali, di spettacoli in costume, di eventi di marketing, di sagre, di palii,   Una aldorossiana “scena fissa” senza residenti.

Se vogliamo far vivere i centri storici, dobbiamo farci vivere delle persone, prima. Le persone devono trovare motivi estetici e economici per tornare in centro. Perché per il centro storico non conta solo l’accessibilità, ma occorre anche l’appetibilità. Non prendo il tram o il mini metro per andare in un luogo insignificante.

Radicalizzo il mio ragionamento. Vedo due strade, al momento. Le periferie vanno in alcuni casi rottamate. In altri vanno densificate.

Nel primo caso la tassazione deve essere alzata, non devono esserci mezzi di trasporto verso il centro. Deve essere reso poco piacevole vivere in queste aree.  Dobbiamo limitare al massimo di investire nelle periferie e tornare a investire nei centri. Deve essere possibile demolire in periferia e ricostruire nel centro storico. Io dico sempre che non bisogna costruire sul costruito, ma bisogna costruire nel costruito. Nel tessuto vivo della città. Ma chi lo farà? Chi ha il coraggio di sostenere queste che sembrano provocazioni? Chi oggi può mantenere una tale posizione, mentre vanno aumentando le possibilità di avere delle abitazioni isolate e intelligenti, che consumano pochissimo, in cui ci sarà la possibilità di lavorare, in cui ci sarà il sole tutto il giorno, un garage coperto, in cui ci potrà essere un orto a portata di mano, una piscina? In cui le case saranno raggiungibili da piccoli e individuali veicoli elettrici? In cui sarà possibile avere merci con droni o con una logistica capillare? In cui una parte dello shopping si farà on-line?

L’altra strada è densificare la periferia: farla cioè assomigliare alla città che abbiamo sempre conosciuto. Costruire delle città per gemmazione, per filiazione, per margotta. Aumentare e convalidare cioè il sistema reticolare delle medie città umbre che conosciamo. Degli studi americani mostrano che la metropoli (addirittura) è la città ecologica per eccellenza, che consuma meno risorse.

Occorrono presto decisioni, in un caso o nell’altro. Rimanere nel guado, come si sta facendo con la ricostruzione post-sisma (a cui manca ancora un modello concettuale e culturale di riferimento), non aiuta.

  • Riflessioni a margine di un Tavolo di lavoro sulle periferie in occasione dell’incontro organizzato dal PD Umbro a Gubbio il 23/09/2017

Il BIM e l’evoluzione della professione*

1. Grazie all’azienda COLMEF, nelle sue varie articolazioni, il che dà la misura di una notevole dinamicità e questo è sicuramente positivo, oggi. Grazie allo studio Botta-Panfili che mi ha voluto chiamare per questa relazione.
2. Il BIM è a mio avviso uno dei campi di battaglia, uno dei teatri di un più vasto e profondo fenomeno che sta modificando profondamente la nostra professione (tutta la filiera) da qualche decennio. Nel campo del BIM, che è un campo di battaglia, io sono un osservatore neutrale. Ho iniziato molto presto a interessarmi del disegno digitale. Sono stato tra i primi caddisti in umbria, nel 1989 su workstation Unix. Poi sono entrato in uno studio di un ingegnere strutturista, dove disegnavo 10 ore al giorno sull’Olivetti M24, con lo schermo a fosfori verdi. Quando uscivo, per 20 minuti tutto il mondo era rosa, a causa dell’effetto Chevreul. Poi abbiamo migliorato un po’ con lo schermo a colori. Autocad era alla versione 2.3. Poi siamo passati a un altro software che si chiamava Gbc. A un plotter con i pennini a inchiostro su un carosello di 8 posizioni. All’università ho conosciuto versioni successive di Autocad e poi Archicad, RadarCh, e poi nel 97 Allplan, ecc.
3. Il rilievo. Oggi parliamo tutti di rilievo, di riuso, di riqualificazione, di rigenerazione. Poi andiamo alle fiere, alle demo e i migliori software sono quelli che ti fanno vedere una villetta da costruire su un lotto nuovo nella pianura padana. Mi piacerebbe che ci fosse un software che partisse dal rilievo. E parlo di un rilievo non a nuvole di punti e basta, ma un rilievo che consentisse poi un editing completo dell’oggetto architettonico. Un software che riconoscesse una scatola di derivazione da un rubinetto e un rubinetto da una finestra. Un rilievo già molto “bimmico” se posso dire così. Invece ancora il rilievo è ancora molto geometrico. Ormai quasi 16 anni fa scrivevo un pezzo su una rivista online su come di lì a poco il rilievo sarebbe cambiato, dovendo integrare il satellite, il gps, la fotografia, il laser. Non avevo previsto il drone, che a dire il vero non è tanto un’innovazione telematica quanto l’insieme del controllo elettronico su un apparecchio semovente. Nel settore del rilievo abbiamo ancora molto da fare. Dobbiamo portare il tablet nel rilievo. O un visore come quelli dei piloti da caccia che puntano e sparano. Immagino un software e dei dispositivi che consentano di avere il rilievo completo di un fabbricato in forma vettoriale in un giorno di lavoro. 

4. Il disegno. Noi abbiamo vissuto un periodo, come dice Franco Purini, in cui ci siamo ubriacati di CAD. Speriamo di essere guariti. Certo, il CAD ha aiutato a migliorare alcune fasi della progettazione, ha consentito l’evoluzione verso il 3D e verso il rendering. Di contro ci ha “schiacciati” su un modo di disegnare poco architettonico, poco professionale. Se ci pensate bene, magari i meno giovani in sala se lo ricordano personalmente, i grandi architetti, i grandi costruttori (penso per esempio anche al geom. Guglielmi di Spoleto), a parte la primissima fase ideativa, figurativa, cominciavano subito a disegnare in maniera integrata. Voglio dire che non c’era tutta la dissociazione che il CAD ha consentito tra la geometria e la materia, disegnando prima una forma e poi differendo al dopo la materia. i grandi professionisti disegnavano subito forma e materia: questo pilastro sarebbe stato in c.a., questa balaustra in ferro, questa soglia in pietra rosa, e così via. Il CAD 2D consentiva anche di non disegnare tutto: disegnare solo alcune parti (questo in analogia con il disegno manuale: si disegna solo ciò che serve). Oggi il 3D ma soprattutto il BIM richiedono il disegno integrale dell’oggetto, se ne vogliamo sfruttare al pieno le caratteristiche. Altrimenti ci limitiamo a fare un cattivo 3D e basta. Oggi il BIM ci riavvicina in qualche modo al vecchio modo di disegnare: a una sapienza costruttiva. Certo tra lo schizzo a mano e il BIM la distanza è ancora molta. Anche qui speriamo che qualche software possa aiutare un giorno. Una piccola digressione sui dispositivi di input. Noi siamo ancora fermi al mouse e alla tastiera. Che non sono strumenti per il disegno. La tastiera è per i testi, e paradossalmente per andare più piano (i primi tasti della macchina da scrivere si inceppavano). Il mouse migliora un po’, ma insomma ancora manca di qualche sensibilità. Con la penna e la tavoletta grafica abbiamo migliorato molto. A mio avviso si può ancora lavorare molto sui comandi vocali e sulla visione. 

5. La simulazione. E’ evidente che il BIM, sotto un profilo geometrico, non è altro che un 3D. Se lo incrocio con lo sviluppo degli ologrammi, dei visori, dei guanti con sensori, le connessioni sono tutte positive per il settore della simulazione. Potremo finalmente simulare un po’ meglio e abbandonare gli or-rendering che spesso ci vengono richiesti. Sono or-rendering perché la luce è falsa, l’ottica è falsa, i materiali sono falsi, i colori sono falsi, il contesto è falso: quello è veramente un mondo virtuale: che non esiste. La computistica. Non la approfondisco nemmeno. Una volta che ho etichettato tutto e che ho popolato il mio database, il minimo che mi aspetto è che il mio software faccia un report. Servirebbe una procedura di verifica per vedere se ho etichettato tutto: non se è prevista nelle ultime versioni dei software. Una delle forme del report è il computo metrico. Da cui deriva la contabilità in fase di costruzione, le possibili varianti. Il flusso è biunivoco. Dal computo potrei teoricamente anche modificare il disegno. Consiglio sempre di vedere qual è il risultato perché non è sempre convincente. Va da sé che anche la preventivazione è facilitata. La simulazione aiuta anche, ovviamente, la fase di autorizzazione e di validazione del progetto. Se abbiamo la possibilità di leggere dei dati completi relativi alla costruzione, una bella pre-istruttoria è già pronta: altezze, distanze, volumi di terra movimentati SUC comportamento energetico, comportamento acustico, vigili del fuoco, ecc. Di passaggio, la trasmissione del modello BIM consentirebbe il popolamento del SIT comunale, con tutto ciò che ne consegue in materia di tributi …
6. La costruzione. Oggi è molto di attualità la stampa 3D. Al momento non mi sembrano case molto confortevoli a causa del materiale usato, ma è evidente che lo scenario indicato è quello giusto. Quello che so è che la maggior parte dei nostri cantieri è ancora simile a quelli di 50 anni fa. E che invece sono destinati a diventare sempre più dei cantieri dove si stampano (o si consegnano), degli elementi da assemblare: elementi di qualità certificata. Tra poco riusciremo ad automatizzare la costruzione, avremo dei robot, e quindi delle “grubot”: le gru come le conosciamo andranno in pensione. Questi robot leggeranno il disegno BIM e lo costruiranno secondo fasi ottimizzate. Se non baro, il disegno (il modello) As-built sarà già bell’e pronto. Certo, i fornitori di oggetti e di pezzi, di componenti per la costruzione sono costretti a fare un passaggio tecnologico e produrre un catalogo bimready, come si dice. Vado ancora avanti, e incrocio lo sviluppo dell’IOT con i componenti edilizi più importanti. Ancora un passo: dotare chi sta sul cantiere di speciali occhiali in cui si può vedere tutta la costruzione, secondo i vari tematici che interessano: impianti, strutture, infissi, ecc. La realtà aumentata a servizio della costruzione, insomma.

7. La gestione. Il BIM aiuta nella manutenzione programmata, ovviamente. Aiuta per la redazione del fascicolo del fabbricato. In caso di calamità, poi, pensiamo a come sarebbe utile ai vigili del fuoco avere tutte le informazioni circa quella casa, quell’albergo, quello stadio: incendio, alluvione, frana, sisma …

8. Quali sono le ombre, a fronte di tutte queste luci? a) Costo dei software non proprio ininfluente. b) Curva d’apprendimento un po’ piatta. c) Necessità della filiera bimready. d) Organizzazione e gestione delle revisioni dei file del lavoro in rete. La dimensione media dello studio di architettura in Italia è 1,5: difficile implementare una nuova organizzazione in una realtà così polverizzata. L’architetto è costretto a gestire un nuovo modello con nuove figure. La prima a cui penso è il “bimmista”, poi un bim manager, bim analyst.

Chiudo con una frase volutamente a effetto. L’impatto di questa tecnologia è così forte che il professionista può solo decidere se vuole gestirlo o se vuole subirlo.

* Traccia dell’intervento tenuto il 01/06/2017 alla CESF di Perugia

Norme di salvaguardia in Umbria: qualche dubbio.

Ritengo che con l’articolazione del PRG su due livelli, comunemente detti Strutturale (PRGS) e Operativo (PRGO), l’istituto delle norme di salvaguardia debba subire un raffinamento logico e forse anche giuridico. Si veda già, qui di seguito, come varia e si articola il semplice istituto in considerazione i due livelli del PRG.

Sfioro appena l’argomento, con l’intenzione di tornarci in un’altra sede: mi sembra che, data l’autonomia procedimentale e l’assenza dell’obbligo di provvedere ad approvare anche il PRG Operativo una volta approvato il PRG Strutturale, questi due livelli della pianificazione debbano intendersi come due strumenti urbanistici con autonoma valenza giuridica. Se così non fosse, anche l’istituto delle norme di salvaguardia in presenza di varianti al PRG operativo ne uscirebbe completamente stravolto, anzi: espulso.

PRGS VIGENTE

PRGO VIGENTE

PRGS IN PROGRESS

PRGO IN PROGRESS

NOTE

No

No

Prima configurazione stabile

No

Adozione nuovo PRGS – Configurazione A

No

No

Approvazione nuovo PRGS – Configurazione B

No

Adozione nuovo PRGO – Configurazione C

No

No

Nuova configurazione stabile

Se si eliminano le configurazioni di partenza e di arrivo, “stabili”, la matrice si semplifica come segue.

PRGS VIGENTE

PRGO VIGENTE

PRGS IN PROGRESS

PRGO IN PROGRESS

NOTE

No

Configurazione A

No

No

Configurazione B

No

Configurazione C

Questa matrice fa comprendere come la nuova articolazione su due livelli del PRG (PRG Strutturale e PRG Operativo), conduca ad avere almeno tre regimi di salvaguardia differenti.

Infatti l’adozione del PRGS (Configurazione A), fa scattare un primo livello di salvaguardia. In questo caso si ha la presenza contemporanea di due livelli strutturali del PRG. I titoli abilitativi devono essere conformi al PRGS vigente (che è ancora quello “vecchio”), e al PRGO, quest’ultimo ancora pienamente efficace. Inoltre (i titoli) non devono essere in contrasto con il PRGS adottato. Tutto ciò si desume dall’art. 120 della LR 1/2015. A me pare di cogliere subito una possibile area di frizione, laddove le previsioni del PRGS appena adottato non corrispondano con quelle del PRGO vigente, soprattutto se con le norme del PRGS non viene chiarita la prevalenza dell’uno o dell’altro. Per fare un esempio: l’adozione del PRG Strutturale potrebbe aver eliminato del tutto un’area che nel PRG Operativo è destinata a insediamenti residenziali. O abbassato delle altezze massime in un’area. Mi sembra insomma che una variante al PRG Strutturale implichi automaticamente anche una variazione del PRG Operativo. Questa, che sembra una banalità, potrebbe invece avere ricadute sul piano del procedimento e della partecipazione non del tutto banali.

Ancora: passati i tre anni di efficacia della salvaguardia, le previsioni urbanistiche del PRG mantengono invece la loro efficacia? Dunque l’efficacia delle previsioni adottate può permanere sine die? E può darsi dunque il caso di un rilascio del PdC difforme dalle previsioni urbanistiche adottate, dato che i tre anni di salvaguardia sono trascorsi?

La Configurazione B scatta invece quando entra pienamente in vigore il PRG Strutturale prima solo adottato, e quindi con la sua pubblicazione al BUR. Nel momento in cui il nuovo PRGS acquista efficacia, il vecchio PRGS deve uscire di scena. Abbiamo un PRG Stutturale nuovo e un vecchio PRG Operativo, che potrebbe non essere più allineato. Anzi: questo è il caso più probabile. Teoricamente non siamo più in regime di salvaguardia, poiché non ci sono strumenti urbanistici adottati, ma solo approvati ed efficaci. Anche in questo caso, e in modo ancora più più incisivo che nella Configurazione A, occorre che il PRG Strutturale dica cosa si può fare o non fare nelle aree non più “allineate”, non più conformi. Il PRG Operativo dice cose diverse dal PRG Strutturale: che tipo di valutazioni deve fare chi rilascia il PdC? Per quanto tempo può (r)esistere questo modello che prevede contemporaneamente cose diverse?

La Configurazione C scatta invece quando viene adottato un nuovo PRGO. In questo caso siamo in una variante al PRG Operativo. Poiché si presume che la variante al PRGO sia comunque conforme al PRGS, i titoli abilitativi devono essere conformi al PRGO vigente e non in contrasto con il PRGO adottato. E’ il caso più conosciuto e semplice.

A questa prima facile disamina (purché nelle NTA si districhi la matassa della prevalenza), si aggiungono due elementi di complessità: a) il tempo che può passare tra l’approvazione di un nuovo PRG Strutturale in presenza di un PRG Operativo “vecchio” (non allineato); b) il ruolo della salvaguardia nel caso in cui il vecchio PRG non sia articolato su due livelli, ma sia un PRG costruito su un unico livello, approvato ai sensi della L. 1150/1942.

a) Si pone un problema di tempi. Infatti l’approvazione di un PRGS è sempre asincrono rispetto all’approvazione del PRGO. Ma non esiste alcuna norma che imponga di approvare un PRG Operativo “allineato” al PRGS entro un certo termine. Ne deriverebbe che la durata della “salvaguardia” viene artatamente protratta per un tempo insostenibile. Non si tratta infatti di una salvaguardia attivata dall’adozione di un nuovo strumento urbanistico: qui abbiamo l’approvazione di un livello del PRG che non collide con le previsioni di dettaglio che gli “stanno sotto”. Che tipo di valutazioni tecniche e legislative è tenuto a fare il responsabile dell’ufficio PdC? Non solo il rilascio del titolo è a mio avviso problematico: lo è anche l’approvazione di un piano attuativo. Infatti e per esempio, se il PRG Strutturale ha abbassato le altezze o ridotto le capacità edificatorie di tutta un’area, queste modifiche non sono ancora recepite dal PRG operativo, che è quello “vecchio”. Il piano attuativo deve essere conforme ai due strumenti?

b) PRG vigente ex L. 1150/1942. In questo caso non è possibile operare un discorso sulla prevalenza tra i due livelli. Il PRGS che si adotta non può incidere completamente sul PRG vigente. In poche parole: se il PRGS non ha detto nulla nel dettaglio, a mio avviso le previsioni del PRG vigente (ex L. 1150/1942), mantengono la loro efficacia fino all’approvazione del nuovo PRGO, che contiene appunto nuove previsioni di dettaglio. Il PRGS non contiene (non può contenere, secondo la LR 1/2015), elementi e contenuti che appartengono al PRGO. Di conseguenza, dobbiamo accettare che ci sia un PRGS ex LR 1/2015 e un PRG ex L. 1150/1942. Anche in questo caso, si badi bene, non vi è alcuna norma esplicita che, che obblighi ad approvare un PRG Operativo entro un certo termine dall’approvazione del PRG Strutturale.

C’è nessuno?

L’emergenza, prima o poi, finirà. E allora bisognerà ricostruire.
Penso soprattutto ai paesi completamente distrutti, e non solo alle singole case, ai singoli fabbricati solo danneggiati, per i quali è possibile immaginare un’operazione di restauro, di recupero, di cura, di manutenzione straordinaria, di innesto, di protesi (le categorie di intervento della L. 457/1978 non colgono più, detto en passant, la complessità degli interventi di oggi).

So che in questo momento occorre lavorare per l’emergenza. Allo stesso tempo occorre anche pensare: pensare a come ricostruiremo.
Ora, a me pare che prima di partire lancia in resta con ruspe e betoniere, sia necessario dotarsi di un progetto (parrebbe quasi ovvio), e soprattutto di un metodo e di una teoria. Non c’è nulla di più pratico di una buona teoria, diceva Kurt Lewin, parafrasando autori più antichi (Leonardo, Seneca, ecc.).
Ho sentito dire da alcuni, riprendendo frasi estrapolate dai media, che il criterio dominante sarà: “Dov’era com’era”.  Questo criterio, applicato implacabilmente, costringerà per esempio a ricostruire anche i bagni in aggetto, sui retri delle case, nei borghi più poveri.
Sarà possibile, poi, replicare tale e quale queste costruzioni? So benissimo che la qualità delle nostre piccole città deriva da una quaroniana “qualità diffusa”, ma sarebbe possibile oggi replicare (clonare) quelle costruzioni? O la veste materica sarebbe solo una pelle, un rivestimento, di una ben più solida struttura in cemento armato o in legno?
La distribuzione interna dei vani, la loro ampiezza, la loro altezza, dovrà essere replicata tale e quale? Ma se dovrà essere modificata, come è possibile pensare che le aperture esterne, e quindi i prospetti, rimarranno tali e quali? Quale modello di città? Quale modello di borgo? Che relazione con un’accessibilità sempre più richiesta? Prenderemo quest’occasione anche per migliorare il comportamento energetico di questi fabbricati? Ricostruiremo i fabbricati industriali alla stessa maniera?

E se dunque ricostruire DECE (Dov’era com’era), non sarà possibile, chi e come deciderà in quale modo ricostruire? Quale sarà la governance? Quali saranno i procedimenti amministrativi? Come verrà ripartita la responsabilità di un’operazione così complessa? Che grado di partecipazione sarà attribuito ai cittadini? Che grado agli enti? Quale sarà l’apporto delle Soprintendenze? Quale il rapporto tra Soprintendenza Regione  Chiesa, Comune? Cosa abbiamo imparato dall’Irpinia? Dal Friuli? Dal sisma del 1997? Da L’Aquila?

Ecco, su questi interrogativi (e sono solo alcuni), dovrebbe riflettere la nostra cultura oggi. Penso ovviamente in prima istanza agli architetti, diventati muti. A parte un’idea approssimativa e generale di Renzo Piano e un coinvolgimento fiduciario di Boeri (coinvolgimento che sembra risolversi nell’approntamento di un modello di scuola), non emerge nulla dal nostro mondo culturale e professionale. Se quest’ultimo è forse ormai stremato dalla crisi e ipnotizzato dall’apparizione di eventuali incarichi, la nostra migliore cultura dov’è? L’Università, le nostre Facoltà (ops!: Dipartimenti)? Gli storici della città, i giornalisti, i sociologi, gli scrittori, i poeti?

Vasche di recupero dell’acqua piovana

E’ un indicatore che si può facilmente misurare. Tuttavia voglio anche in questo caso fare un approfondimento. Le vasche di recupero per i piccoli interventi edilizi sono un costo oggettivo per piccole operazioni e a mio avviso non portano a grandi risultati. Tra l’altro, come potete immaginare, le vasche sono generalmente vuote  d’estate, quando l’acqua farebbe comodo per innaffiare il verde pertinenziale. D’inverno sono piene ma la loro utilità è scarsa e si riduce quindi a livellare i picchi di flusso in caso di pioggia molto intense sulla rete delle acque chiare. Quant’è la loro reale incidenza su questo fenomeno?  Quanta ne intercettano i tetti rispetto a strade e marciapiedi? Quanti nuovi tetti si faranno, infine, nei prossimi anni? Poiché infatti vedremo sempre meno nuove costruzioni, ho paura anche in questo caso che l’indicatore si muoverà molto poco. Nella città costruita sarà molto difficile insomma obbligare i proprietari a scavare per mettere nuove vasche.  Ovviamente, poi, obbligare al recupero delle acque per gli edifici posti nelle zone agricole mi sembra un controsenso. La legge oggi non discrimina e quindi teoricamente anche fienili e rimesse attrezzi delle aziende agricole dovrebbero prevedere delle vasche di recupero. Nei grandi insediamenti produttivi, che hanno superfici significative (sopra i 2000 mq), invece, il recupero mi sembra utile.
Sarebbe poi altrettanto utile (se non più utile), sostituire alle vasche di recupero il tetto verde. Il tetto verde, infatti, non solo “polmona” il flusso idrico come una vasca, ma consente allo stesso tempo una migliore efficienza energetica della casa, un microclima urbano migliore e anche, nei casi migliori, un microhabitat per piccoli animali e insetti. Forse andrebbe insomma incentivata questa pratica, piuttosto che quella della vasca di recupero.

Terremoto e ricostruzione

Vorrei fare  alcune considerazioni sul terremoto e sugli effetti che ha sui piccoli borghi del Centro Italia. Avanzerò poi qualche proposta,  solo abbozzata e perciò sicuramente perfettibile. Parto come sempre da cose semplici, su cui convenire e su cui dunque poter fondare almeno una parte del discorso.

Primo: i centri storici del Centro Italia, a parte qualche eccezione, si stanno spopolando. Ciò avviene per una serie di ragioni convergenti che tratteggio così: difficoltà nel poter modificare anche di poco l’aspetto della casa, difficoltà di parcheggi vicini all’abitazione, difficoltà per chi abita ai piani alti e è anziano o genitore con passeggini, assenza di sole, rumorosità, scarsa pulizia, scarsa sicurezza urbana, lontananza dai migliori esercizi commerciali, ecc. Occorrono oggi forti motivazioni per abitare nel centro storico. Il sisma potrebbe essere allora un forte incentivo a abbandonare il centro storico. Se mi trovassi in un piccolo borgo rurale umbro, marchigiano o laziale, in condizioni economiche di sostentamento o poco più, coglierei probabilmente l’occasione anche per un cambio di vita e di lavoro, spostandomi verso Roma o verso l’Adriatico. Se vogliamo impedire questa desertificazione, questo fatto (io lo considero tale, oramai), bisogna riorganizzare e ri-orientare tutte le nostre politiche insediative e sociali.

Secondo: mi sembra che una grande assente, nelle discussioni che si fanno in questi primi tempi sulla ricostruzione, sia la Soprintendenza. Non è questa la sede per infilarsi nel ginepraio della tutela generalizzata o meno dei centri storici dopo le modifiche del 2008 al Codice dei Beni Culturali. Tuttavia il ginepraio c’è e non sarà facile ignorarlo. Resta infatti comunque del tutto impregiudicata la questione dei beni tutelati con provvedimento esplicito, molti dei quali ricadono nei centri storici. Per i beni tutelati il Codice prevede solo la manutenzione ordinaria, quella straordinaria e il restauro conservativo. L’ipotesi della ricostruzione a seguito di un sisma non è contemplata in maniera esplicita. Chi oggi dunque volesse ricostruire un edificio tutelato dovrebbe (al limite), procedere con una fedele ricostruzione o concordare con la Soprintendenza un progetto più ambizioso. Ma la fedele ricostruzione implica attenersi all’ultimo titolo abilitativo (all’ultima licenza, all’ultima concessione), depositato in Comune e in Soprintendenza. E qui, come ben sa chi frequenta queste pastoie, si aprono subito vari problemi: spesso i due titoli (i due progetti), depositati uno presso il Comune e uno presso la Soprintendenza non sono allineati. Spesso nessuno dei due progetti è allineato con la realtà, con lo stato di fatto ormai consolidato da anni e anni. Immagino che potrebbero sorgere poi dei problemi circa la prevenienza di chi ha costruito prima rispetto a quello che vorrebbe farlo dopo, con la coda velenosa delle distanze legali da rispettare. La faccio breve: questa strada autonoma è quasi impercorribile. Bisognerà procedere a dei Piani di Ricostruzione, da concordare quindi con la Soprintendenza. Prevarrà il criterio del DECE (dov’era com’era), o si coglierà l’occasione per migliorare la qualità di questi borghi? Si dirà fin d’ora che è impossibile migliorare la qualità di questi borghi? Si valuterà caso per caso? E con quali mezzi e uomini il MIBACT farà fronte a questa mole di lavoro? Con quali tempi?

Terzo: il sisma,  è chiaro ormai, deve entrare a far parte della nostra condizione ordinaria. Ha tempi di ritorno così brevi che è meglio considerarlo sempre presente.

Alcune proposte.

Primo: la prevenzione in casa e  nei luoghi di lavoro. Bisogna abituarsi a prevedere un minimo kit di sopravvivenza in questi luoghi. Spesso il terremoto viene di notte o comunque richiede di passare delle notti in situazioni veramente difficili. Forse potrebbe essere utile abituarsi a tenere un minimo sacco con un vestito comodo, dell’acqua, una torcia, un trasmettitore radio, altri sistemi di trasmissione di segnali, ecc. Bisogna abituarsi a buone pratiche di sopravvivenza, automatizzate attraverso simulazioni costanti e verosimili. E questo a casa, a scuola, al lavoro, nei luoghi destinati a pubblici spettacoli.

Secondo: costruire nuove case con criteri antisismici e adeguare quelle esistenti. La prima parte della frase è banale , forse. Chi oggi costruisce senza seguire la normativa sismica sta facendo un abuso edilizio, è un pericolo per sé e per gli altri ed è probabilmente un evasore fiscale. La seconda parte della frase è probabilmente più interessante. A questo proposito l’idea di Renzo Piano mi pare modesta perché non tiene in conto il fattore finanziario. Tutti farebbero lavori di adeguamento sismico se avessero abbastanza soldi, e non so che tipo di incentivi sistemici e programmati si possono mettere in piedi lasciando la tempistica in mano ai privati. Attendere il passaggio di proprietà per cercare di obbligare a fare simili lavori avrebbe come effetto quello di rallentare le transazioni.  Il punto più interessante sarebbe “ingegnerizzare” un procedimento finanziario che consentisse da una parte di mettere in sicurezza il patrimonio immobiliare e dall’altra facilitare le transazioni immobiliari, senza influire troppo sulle loro tasche.

Terzo: la ricostruzione dei borghi. La mia proposta,  di medio termine, è che i borghi a più alto rischio sismico vengano svuotati scientemente e preventivamente dai propri abitanti per poter procedere all’adeguamento sismico e alla ricostruzione dei centri. Eliminando il tabù o la pregiudiziale del DECE. Ipotizzando anche delle demolizioni.  E’ vero che i centri storici hanno spesso una loro “qualità diffusa”: è vero anche che questa qualità può essere mantenuta o aumentata, con un buon progetto. Questo piano complesso deve prevedere la partecipazione dei cittadini, della Regione, del MIBACT, a vario titolo e con varie modalità. Lo Stato dovrebbe ingegnerizzare e costruire un procedimento finanziario che consenta operazioni di rigenerazione con un effetto salutare sull’economia locale e non solo, facendo leva sulla possibilità di programmare lavori significativi e facendo leva su economie di scala. Il cittadino dovrebbe essere comunque chiamato a collaborare finanziariamente o patrimonialmente al l’attuazione di questo piano complesso.

Il Comune dovrebbe fare un piano di alloggi-parcheggio dove sistemare temporaneamente i cittadini, nel patrimonio invenduto e sfitto della prima periferia o pianificando delle piccole espansioni con case prefabbricate. Le case prefabbricate devono essere standardizzate (in questo concordo con renzo Piano), e quindi a basso costo o riciclabili. Per eventuali espansioni il Comune dovrebbe fare un piano di esproprio dell’eventuale terreno agricolo a prezzo agricolo o perequando con capacità edificatorie o detassazioni. Le espansioni dovrebbero essere consentite in deroga alle leggi sul consumo di suolo e in deroga alle leggi e patti sui vincoli di bilancio del Comune. I centri più grandi possono attuare questo piano per stralci, in modo da far continuare la vita all’interno della città.
Il piano può prevedere anche demolizioni. Chi non vuole rientrare nel borgo deve dichiararlo al momento dell’approvazione del piano. In questo modo egli ha diritto a vedere cristallizzato il proprio diritto a edificare lì dove era stato sistemato transitoriamente, continuando a vivere nella casa prefabbricata o trasformando la stessa come più gli aggrada. In questo modo egli acconsente che la sua proprietà all’interno del borgo passi al Comune, che ne può disporre come meglio crede. Il Comune può destinare l’immobile a verde, a piazza o ricostruirlo e affidarlo gratuitamente a persone bisognose.
Nel caso in cui il cittadino assegnatario della casa prefabbricata intenda rientrare nel borgo una volta realizzati gli interventi, egli deve lasciare senza ritardi la casa prefabbricata, che ritorna nella piena proprietà del Comune, che la può riassegnare o demolire.

E’ evidente che un Piano simile può funzionare solo con la cabina di regìa e con la potenza finanziaria dello Stato. Ritengo che un Piano così ambizioso potrebbe essere in grado di produrre ricchezza più di quanta ne consumi. Potrebbe ambire a ricostruire un tessuto sociale e identitario, capace anche di integrare buona parte del flusso migratorio a cui siamo e saremo sottoposti.

Regolamento Edilizio Unico a “geometria variabile”

La Conferenza Unificata Stato Regioni ha approvato lo Schema per il Regolamento Edilizio Unico (leggi: Tipico).

Buone le intenzioni. A mio avviso rimane più di una perplessità nel gioco di specchi tra Stato, Regioni, Comuni.

 

regolamento_edilizio_allegato_a_definizioni

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La carta è norma. Brevi note a margine di uno scritto di Freyrie.

L’architetto Freyrie, già presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, ha pubblicato sul proprio blog il resoconto di un’avventura capitata a un suo amico, dal quale dice di aver ottenuto l’autorizzazzione a raccontare l’accaduto. Tuttavia, poiché non ci sono nomi o situazioni del tutto esplicite attraverso le quali sia possibile risalire ai soggetti principali, la precauzione appare eccessiva. In ogni caso l’intervento è qui e vi consiglio di leggerlo prima di scorrere le mie note. http://fregisfregi.blogspot.it/2016/09/non-e-un-paese-per-architetti2-la-carta.htm
E’ grave che un noto architetto, come egli è, e soprattutto un ex Presidente del Consiglio Nazionale sembri avallare un’interpretazione diversa da un principio di buon senso che vige in Italia (e in tutto il mondo occidentale): la carta è norma.
Ci mancherebbe che non lo fosse! Dobbiamo deciderci: vogliamo la certezza del diritto? Sì? Ebbene, la certezza passa dalla carta. Se bastasse la parola di un architetto (di un ingegnere, di un geometra, di un assessore), a dire che lì non c’è un fiume ma solo un parcheggio, o viceversa, saremmo davvero un paese straordinario. E avremmo un paese che non esiste, fatto solo di aree vergini pronte alla lottizzazione, tutte in pianura, senza rischi idrogeologici, senza rischi sismici. Mi fermo perché è troppo semplice continuare con gli esempi.
Non sono così sciocco da non capire che ci sia un punto che non va: c’è un disallineamento tra lo stato di diritto (la carta) e lo stato di fatto (la realtà). Il fatto è che questo disallineamento non può essere risolto facendo saltare il nostro affidamento sulla carta.
So che il problema è anche  il tempo che occorre perché uno stato di fatto trovi corrispondenza poi in uno stato di diritto. Un tempo che ci sembra insopportabilmente lungo. E che la vulgata comune lega a una generica burocrazia. Spesso è vero. Voglio solo aggiungere un elemento a quest’opinione diffusa: il tempo è molto lungo perché spesso i procedimenti amministrativi che portano a colmare questo disallineamento prevedono  delle ampie tutele partecipative a favore dei cittadini che vogliono o possono entrare nel procedimento, apportando le loro istanze e valutazioni.
Nel caso in esame il PRG dovrebbe essere aggiornato con il nuovo stato di fatto (e di diritto), e quindi cancellare quelle case. Ma chi può decidere di cancellare? L’Ingegnere Capo (figura mitica e forse da aggiornare un po’)? Il Sindaco? I proprietari di quelle case? Tutti insieme? Solo alcuni? E se qualcuno non è più reperibile? E il terreno deve rimanere ancora edificabile? Quindi le case potrebbero tornare? E’ diventato invece inedificabile? Tutti i proprietari ne hanno avuto conoscenza?
Il tempo che ci sembra inevitabilmente lungo serve a districare, in forma democratica e partecipativa, queste e altre domande, che ho omesso. Il tempo serve a costruire una variante urbanistica di rettifica (se va bene), o una variante urbanistica tout-court.
Questo è il modo (il progetto), con cui la nostra società cerca di risolvere questi problemi.
Il prof. Leoncilli, che ho avuto il piacere per qualche tempo, diceva sempre che un progetto si critica sempre con un altro progetto. C’è?