Grammatica Emotiva #2

“Abracadabra”. E’ una parola aramaica che approssimativamente vuol dire: “Mentre parlo, creo.”

Mi sembra l’esempio perfetto per mettere in luce il rapporto tra la parola e il mondo. Le parole sono importanti perché sono l’etichetta che mettiamo alle cose del mondo.

Possiamo inventarci un lessico che affievolisce le cose brutte ed esalta quelle belle.  Se segno un gol in coppa dei campioni e sussurro “gol” non fa lo stesso effetto che se corro come Tardelli e grido “Goooaaallll!!!!”. Se dico “Sono furioso, incazzatissimo” posso avere la stessa esperienza emozionale che se dico “Sono leggermente stizzito”?

Le parole modificano il nostro umore, la nostra psiche, la nostra anima. Le parole sono il nutrimento del nostro pensiero. Se ci alimentiamo di cose belle e buone, forse pensiamo e facciamo cose belle e buone. Quindi Buon Anno a tutti i buoni!

P.S. Non ho trovato nulla di così aulico per “Sim Sala Bim”. 🙂

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Grammatica Emotiva #1

Prendo spunto da un titolo di Goleman che quasi venti anni fa ha inaugurato tutto un filone di ricerca e di pubblicistica con l’uso del termine “emotiva”.  La piccola intuizione che ho avuto riguarda l’uso delle parole che facciamo, sia verso gli altri, sia verso noi stessi. Sono convinto anche io che alla fine si diventa ciò che si pensa, e poiché spesso pensiamo dicendoci delle cose (o ascoltando delle cose), forse è utile usare le parole con cura. La mia intenzione è di osservare le parole che frequentiamo e di capire che senso hanno e che effetto possono avere. Questa avventura inizia con una piccola battaglia personale (gli amici che mi conoscono meglio ne rideranno di sicuro), contro la locuzione “Sì, ma …” o del simile “Sì, però …”.
Usate dopo aver ascoltato (poco), il nostro interlocutore, hanno l’effetto formale di esprimere un assenso, quando in realtà esprimono un dissenso o almeno una diversità di veduta rispetto a quanto ci viene detto. L’effetto profondo è sicuramente negativo. “Sì, ma …” vuol dire (nella testa dell’altro): “Non c’hai capito niente: adesso ti dico io come stanno realmente le cose.” Lo stesso messaggio transita ovviamente con il “Sì, però …”.
Qualche guru della psicologia o qualche maestro della PNL suggerisce di sostituire queste locuzioni con “Anche se …” “Sebbene …” “Seppure …”. Va già meglio, sicuramente. C’è comunque il pericolo che la locuzione sia solo una formula di facciata per poi comunque rovesciare sul tavolo, poco dopo, la nostra tesi. Credo che se queste formule vengono usate con questa intenzione finiscono per avere un effetto non dissimile dal “Sì, ma …”. A quel punto sarebbe meglio un cordiale e sereno: “Non sono d’accordo con quello che dici per questo e questo.” Il tema non è dunque la formula colloquiale che si usa, quanto la nostra reale intenzione d’ascolto. Se facciamo silenzio riusciamo meglio a capire perché l’altro ha una visione così diversa dalla nostra. E forse riusciamo a prendere qualche elemento positivo su cui trovare un terreno comune. Forse l’altro ha ragione solo sul 10% di quello che dice. 10% è meglio di 0%, no? Se non riusciamo a trovare un argomento valido nel suo ragionamento o una motivazione delle sue tesi è probabilmente perché non stiamo ascoltando: stiamo solo aspettando il tempo giusto per propinargli la nostra idea.