Prime riflessioni sulla DGR Umbria 41/2018

Si tratta della preadozione di un testo normativo che è volto a  consentire la ricostruzione delle zone terremotate.

Propongo qui alcuni primi spunti di riflessione, postando il disegno di legge con a fianco alcune notazioni.  In questa piccola premessa fuori dal testo invece avanzo due riflessioni generali. La prima è che forse il testo potrebbe prevedere un Titolo per la modifica di alcune leggi e regolamenti regionali in urbanistica, edilizia e materie correlate. Due piccoli argomenti potrebbero essere trattati. Il primo è la possibilità di ripristinare distanze inferiori ai 10 m tra edifici in caso di piani attuativi con previsioni planovolumetriche. E ciò in armonia con l’ultimo comma dell’art. 9 del DM 1444/1968, che lo ha sempre consentito. Il secondo è sulla procedura prevista in questo disegno di legge al co.12 dell’art. 13. Vi si prevede la procedura di contestuale variante sia per la parte strutturale che per la parte operativa del PRG per varianti che attengano sia allo strutturale che all’operativo. Ora, a meno di non limitarsi a varianti che riguardano esclusivamente lo Spazio Rurale, tutte le varianti allo strutturale hanno ricadute anche sull’operativo, essendo legate da un nesso di consequenzialità e di conformità. Mi chiedo dunque se ormai non sia il caso di riportare il PRG a un unico livello di articolazione (come conosciuto con la L. 1150/1942), o allora di mantenere una certa articolazione, riducendo però a UNO il procedimento di approvazione. Si tratta insomma di “plasticizzare” il PRG costruendo già degli elementi più rigidi e degli elementi cedevoli. Non credo di dire cose straordinarie. La LR 1/2015 già prefigura infatti, a fronte di un PRG articolato su due livelli, tre tipi di varianti:

  1. La variante al PRGS ordinaria
  2. La variante al PRGS “semplificata” attraverso procedura ex art. 32 co. 3
  3. La variante al PRGO

Credo che allora sarebbe forse più semplice avere un unico procedimento del PRG, dove si disegna tutto il piano, dove si fa una unica valutazione ambientale e di incidenza (nel caso). Dove si lascia la plasticità del piano su tre livelli e procedimenti differenti. Alcune varianti seguono il procedimento originario di formazione del PRGS: DP, VAS, Conferenza istituzionale. Queste sono limitate a alcuni casi tipizzati, come ad esempio: aumento della superficie occupata dall’insediato, riperimetrazione di vincoli, ecc. Alcune altre hanno un procedimento semplificato ex art. 32 co. 3 e sono limitate ad alcuni casi. Altre ancora sono solo di competenza comunale. In questo modo le previsioni “statutarie” possono resistere un po’ meglio alle consuete esigenze di modificare il PRG, e potrebbero essere poste e approvate con l’aiuto conoscitivo della Regione, senza avere la solita ipertrofia (spesso ridondante), di Quadri Conoscitivi, molto costosi in termini di tempo e soldi per i Comuni, specie per quelli più piccoli.

Infine sarebbe comodo ai fini della lettura evidenziare da subito, nella rubrica, gli articoli che si applicano a tutti i Comuni e quelli che invece restano riservati a Comuni particolari.

DGR n. 41 del 15 gennaio 2018 bmb

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Nonostante i governi

Credo che se stiamo uscendo da questo tunnel lungo ormai dieci anni, lo dobbiamo non ai governi che si sono succeduti in questi anni, ma nonostante i governi che si sono succeduti. La mia non è un’affermazione oppositiva: è un’affermazione che deriva dalla percezione di un distacco ormai sempre più evidente tra la società civile e la politica (nel senso nobile della parola). Sì Renzi ha fatto delle buone cose, è un riformista moderato, ma ormai la sua spinta innovatrice ha perso potenza. Roma ha “digerito” anche lui, lo ha metabolizzato, lo ha de-renzizzato. Sicuro, c’è Grillo e i suoi cinquestelle, incapaci di governare seriamente, e quando dico seriamente penso fare i conti con la politica estera e con vincoli di bilancio. Berlusconi che ritorna e che vincerà le prossime elezioni, senza tuttavia capire come fare il governo e con chi dopo di lui. E poi i governi tecnici, che hanno fatto i tagli che dovevano fare, senza nemmeno darci la motivazione di qualche buon ideale. Come se fossero storie già viste.

Ecco, in questi dieci anni c’è stata gente (eroica), che ha tenuto in piedi il sistema Italia. Si tratta di commercianti, di artigiani onesti, di liberi professionisti portati alla fame, di piccole imprese che fanno salti mortali per dare gli stipendi a fine mese ai propri dipendenti, di funzionari e impiegati pubblici responsabili, di contadini che nonostante li facciano restare in casette (le chiamano così: ci sarà un motivo), si alzano alle 5 e vanno a mungere le loro pecore. Tutta gente che ha continuato a pagare le tasse, lamentandosi sì del “governo ladro” (fa parte del business), ma che ha continuato a lavorare, a risparmiare, a pagare gli studi ai figli. Gente che non è fuggita all’estero perché oramai la famiglia è qui o perché non ha avuto il coraggio di farlo. Gente che però ha avuto il coraggio di restare. Gente che è restata con il timone a diritta.

Certo: c’è qualche imprenditore disonesto che non ha pagato alcune tasse, qualche impiegato pubblico che non è un campione di lavoro, qualche contadino che ti vende l’agnello e la ricotta in nero.

Tuttavia, nel complesso si è andato consolidando un tessuto, una rete operosa, che lavora silenziosamente e che riesce a tenere in piedi anche una classe politica in cui forse non si riconosce più, non perché la reputa particolarmente malandrina, quanto invece incapace da una parte di proporre delle visioni e dall’altra di tenere banalmente i conti in ordine. Un tessuto che vede la politica come un male necessario, un’incrostazione sociale, un fenomeno che bisogna sopportare.

Le ragioni di un pannello*

Innanzi tutto grazie a Tecla srl per aver sostenuto questa iniziativa. Oggi non è scontato che un’azienda investa in pubblicità. È ancora meno scontato, e anzi è piuttosto singolare che un’azienda investa in un simile evento, in Umbria. Grazie poi alla segreteria tecnica dell’evento e al prof. Paolo Belardi per la curatela scientifica.
Quando sono stato invitato a questa iniziativa mi sono chiesto chi oggi era il duca, il signore, il principe, l’imperatore. Perché lo studiolo così come lo conosciamo, è riconducibile a una precisa finestra temporale:  l’umanesimo del centro Italia. All’epoca la società era diversa, più piramidale e strutturata di quanto non sia oggi. Per semplificare, vi era un signore, un duca illuminato, colto, carismatico, una piccola corte e poi via via una platea molto meno colta, molto meno sensibile e versata nelle arti, nella letteratura, nella musica ecc. E oggi? Oggi è difficile trovare intorno a noi un duca colto, un signore edotto. C’è un libro molto recente, in realtà, che dimostra come la storia del l’Occidente non sia altro che la storia della perdita del potere, della sua frantumazione, da una o poche persone, a una moltitudine di persone. Dunque il principe siamo noi. E dunque lo studiolo doveva essere portato a noi, a tutti, evitando un suo isolazionismo. Parlando una lingua semplice, fondamentale, o presentando diversi livelli di lettura.
Credo che in quest’epoca la maggior parte di noi sia confusa, che abbia perso molti punti di riferimento, che veda sbriciolarsi intorno a sé istituzioni complesse che magari pensava imperiture. E che quindi abbia bisogno di tornare ai fondamentali. Natalini dice che abbiamo uno straordinario bisogno di normalità, e anche io concordo. E abbiamo bisogno di tempo. Ecco, lo studiolo di una cosa non può fare a meno: di tempo. Lo studiolo necessita e postula la volontà di prendersi un po’ di tempo. Tempo per farsi delle domande, per riflettere, per meditare.

Nel merito: l’Uomo trova il proprio studiolo dopo aver vagato per un po’ nella foresta: una foresta fatta di canne, e quindi di altri uomini. In questa foresta c’è una piccola radura e per terra c’è un pannello con delle fasce colorate, coperto dalla pioggia, o dal troppo sole, da un tetto leggero: giusto un velo. Questo bosco l’ho chiamato “Le bois des pas perdus”: il bosco dei passi perduti. I passi perduti è una bellissima invenzione francese, sociale prima che architettonica. Per semplificare anche in questo caso, diciamo che è un luogo di filtro, di attesa, di sospensione. Ma giocando sul francese, è anche il bosco di coloro che non sono persi, di coloro che non sono più persi.
Le fasce colorate sono disposte ordinatamente una accanto all’altra, una sopra l’altra, una dopo l’altra. Vi è dunque un ordine, che è l’azione propria dell’uomo, o quella che lui almeno crede tale: trovare un ordine, ritrovare un ordine, inventare un ordine.
I colori delle fasce hanno un significato. Poiché occorre ritrovarsi (siamo confusi, erranti, persi), bisogna innanzi tutto capire dove siamo. Siamo qui, proprio qui, in Umbria, al centro dell’Umbria (il pannello non può stare dappertutto: in questo senso non è un oggetto di design, insomma). I colori sono diversi perché sono fasce di legno nostro: quercia, ciliegio, pero, carpine, olmo, orniello, salice, pioppo … Le fasce sono larghe un pollice, nell’idea progettuale. Il pollice fa saltare il metro decimale e ci riporta a una dimensione umanistica della misura, a una precisione confusa, come dice Valéry. È un ritorno al Modulor di Le Corbusier e attraverso di lui a tutta l’antropometria che nasce (o rinasce), nell’Umanesimo.
In realtà, dunque, il pannello non è altro che il nostro mondo. È la rappresentazione e la ri-presentazione del nostro mondo. La differenza sta nel fatto che lo sguardo dell’uomo lo trasforma da semplice territorio a giardino. Le fasce di questo giardino surrealista e distillato sono interrotte da tre eccezioni: delle fasce di colore verde, una fascia di colore rosa, e un cerchio nero.
Le fasce verdi sono disposte secondo un ritmo e secondo una matrice geometrica, forse anche facile a leggersi: partendo dal basso la prima fascia verde definisce un quadrato che ha come lato la base del nostro giardino. La seconda fascia è in ragione di radice di 2, e cioè la diagonale del quadrato. La terza fascia è in ragione di Phi, della Sezione Aurea. La quarta è in ragione del doppio. Tutto nasce dall’uno, come dice l’Alberti, e a questo punto le altre fasce potrebbero essere interminabili, gemmando da queste semplici regole.
La fascia rosa è per riportarci ancora più qui: mi sembra che se c’è un’architettura umbra, se dovessimo fare un pericolosissimo esercizio di sintesi e ricondurre l’architettura umbra a una sola figura, a un solo periodo, direi che l’Umbria è l’architettura romanica. Piccole o grandi costruzioni, ma sempre con un alto valore di massa, di volumi stereometrici, di luce e ombra. Un’architettura di pietra: di pietra rosa. Dalla chiesa di Monteluce di Perugia alla basilica di San Domenico di Spoleto, passando per Santa Chiara ad Assisi, per San Feliciano a Foligno, dalla cattedrale di Todi a Gubbio, io vedo una frequenza della pietra rosa che non trovo più in altre parti d’Italia.
La terza eccezione in questa costruzione di colori è l’occhio nero che ci guarda e ci disturba. È l’imperfezione, è il punto di yin nello yang, è l’incompletezza, il peccato originale. È posto in un luogo che sfugge a qualsiasi ragione topologica e geometrica. Ci guarda, ci ammonisce: in questo è il monumento del nostro giardino.
Le fasce colorate, oltre a essere proprie della nostra palette molto locale, sono anche un ricordo e un tributo ai nostri grandi pittori e artisti, che magari hanno scelto questa terra per lavorarvi. Senza andare troppo indietro, penso a Dottori, a Dorazio, a Tisato. Sopratutto a quest’ultimo, ai suoi legni, alle sue tele tessute, alla sua “umbritudine”. Infine il tetto che copre il nostro giardino. Una semplice lastra con un buco, che lascia passare un solo raggio di sole, un raggio che sul pannello dovrebbe disegnare le sue traiettorie, come una meridiana inversa, così come funziona il Pantheon. Il raggio di luce ci costringerà a seguirlo, e risalendolo si scopre che l’intradosso della copertura è il labirinto della cattedrale di Amiens, al cui centro ho posto quest’oculo.  Ho voluto simboleggiare così un paradosso che mi ha sempre affascinato fin da bambino e che non smette di farlo ancora oggi, soprattutto in estate. Il paradosso, lo choc, la meraviglia è questa: che il Cielo, così limpido, così chiaro, in realtà nasconde misteri insondabili. Questo velo, così leggero,  nasconde più di quanto non riveli. Questa cosa non smette di sorprendermi.

* Traccia per la presentazione del pannello “Lo Studiolo del III° millennio”, a Bastia Umbra, il 5 marzo 2017

Le parole, i generi, la lingua.

Credo che uno dei concetti maggiormente in crisi, nel contemporaneo, sia quello di identità. Da una parte ne abbiamo paura, e vogliamo fonderci con altri, abbattere muri, distinzioni. Dall’altra vogliamo invece sempre più connotare una nostra diversità, che la pubblicità intercetta benissimo. Da una parte vogliamo essere tutti aperti verso lo straniero, il profugo, l’immigrato. Rinunciamo a parti della nostra identità per accoglierlo nel miglior modo possibile. Dall’altra la Boldrini (e altri con lei), ci chiedono di parlare una lingua che io non capisco: ministra, sindaca, presidenta. L’abolizione della differenza sessuale porta, porterà, a una torsione della lingua, a una rincorsa di ciò che succede nella vita. L’abolizione del genere sessuale, anche attraverso una sua moltiplicazione, porterà a una difficoltà della lingua, che investirà pian piano tutto il dicibile. Il genere maschile e il genere femminile avevano senso in un mondo dove noi vedevamo il mondo diviso naturalmente in maschi e femmine. Ma in un mondo in cui questa distinzione così netta non ci sarà più, che significato avrà? Per essere politicamente e “genericamente” corretti useremo solo il genere neutro?

C’è nessuno?

L’emergenza, prima o poi, finirà. E allora bisognerà ricostruire.
Penso soprattutto ai paesi completamente distrutti, e non solo alle singole case, ai singoli fabbricati solo danneggiati, per i quali è possibile immaginare un’operazione di restauro, di recupero, di cura, di manutenzione straordinaria, di innesto, di protesi (le categorie di intervento della L. 457/1978 non colgono più, detto en passant, la complessità degli interventi di oggi).

So che in questo momento occorre lavorare per l’emergenza. Allo stesso tempo occorre anche pensare: pensare a come ricostruiremo.
Ora, a me pare che prima di partire lancia in resta con ruspe e betoniere, sia necessario dotarsi di un progetto (parrebbe quasi ovvio), e soprattutto di un metodo e di una teoria. Non c’è nulla di più pratico di una buona teoria, diceva Kurt Lewin, parafrasando autori più antichi (Leonardo, Seneca, ecc.).
Ho sentito dire da alcuni, riprendendo frasi estrapolate dai media, che il criterio dominante sarà: “Dov’era com’era”.  Questo criterio, applicato implacabilmente, costringerà per esempio a ricostruire anche i bagni in aggetto, sui retri delle case, nei borghi più poveri.
Sarà possibile, poi, replicare tale e quale queste costruzioni? So benissimo che la qualità delle nostre piccole città deriva da una quaroniana “qualità diffusa”, ma sarebbe possibile oggi replicare (clonare) quelle costruzioni? O la veste materica sarebbe solo una pelle, un rivestimento, di una ben più solida struttura in cemento armato o in legno?
La distribuzione interna dei vani, la loro ampiezza, la loro altezza, dovrà essere replicata tale e quale? Ma se dovrà essere modificata, come è possibile pensare che le aperture esterne, e quindi i prospetti, rimarranno tali e quali? Quale modello di città? Quale modello di borgo? Che relazione con un’accessibilità sempre più richiesta? Prenderemo quest’occasione anche per migliorare il comportamento energetico di questi fabbricati? Ricostruiremo i fabbricati industriali alla stessa maniera?

E se dunque ricostruire DECE (Dov’era com’era), non sarà possibile, chi e come deciderà in quale modo ricostruire? Quale sarà la governance? Quali saranno i procedimenti amministrativi? Come verrà ripartita la responsabilità di un’operazione così complessa? Che grado di partecipazione sarà attribuito ai cittadini? Che grado agli enti? Quale sarà l’apporto delle Soprintendenze? Quale il rapporto tra Soprintendenza Regione  Chiesa, Comune? Cosa abbiamo imparato dall’Irpinia? Dal Friuli? Dal sisma del 1997? Da L’Aquila?

Ecco, su questi interrogativi (e sono solo alcuni), dovrebbe riflettere la nostra cultura oggi. Penso ovviamente in prima istanza agli architetti, diventati muti. A parte un’idea approssimativa e generale di Renzo Piano e un coinvolgimento fiduciario di Boeri (coinvolgimento che sembra risolversi nell’approntamento di un modello di scuola), non emerge nulla dal nostro mondo culturale e professionale. Se quest’ultimo è forse ormai stremato dalla crisi e ipnotizzato dall’apparizione di eventuali incarichi, la nostra migliore cultura dov’è? L’Università, le nostre Facoltà (ops!: Dipartimenti)? Gli storici della città, i giornalisti, i sociologi, gli scrittori, i poeti?

La carta è norma. Brevi note a margine di uno scritto di Freyrie.

L’architetto Freyrie, già presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, ha pubblicato sul proprio blog il resoconto di un’avventura capitata a un suo amico, dal quale dice di aver ottenuto l’autorizzazzione a raccontare l’accaduto. Tuttavia, poiché non ci sono nomi o situazioni del tutto esplicite attraverso le quali sia possibile risalire ai soggetti principali, la precauzione appare eccessiva. In ogni caso l’intervento è qui e vi consiglio di leggerlo prima di scorrere le mie note. http://fregisfregi.blogspot.it/2016/09/non-e-un-paese-per-architetti2-la-carta.htm
E’ grave che un noto architetto, come egli è, e soprattutto un ex Presidente del Consiglio Nazionale sembri avallare un’interpretazione diversa da un principio di buon senso che vige in Italia (e in tutto il mondo occidentale): la carta è norma.
Ci mancherebbe che non lo fosse! Dobbiamo deciderci: vogliamo la certezza del diritto? Sì? Ebbene, la certezza passa dalla carta. Se bastasse la parola di un architetto (di un ingegnere, di un geometra, di un assessore), a dire che lì non c’è un fiume ma solo un parcheggio, o viceversa, saremmo davvero un paese straordinario. E avremmo un paese che non esiste, fatto solo di aree vergini pronte alla lottizzazione, tutte in pianura, senza rischi idrogeologici, senza rischi sismici. Mi fermo perché è troppo semplice continuare con gli esempi.
Non sono così sciocco da non capire che ci sia un punto che non va: c’è un disallineamento tra lo stato di diritto (la carta) e lo stato di fatto (la realtà). Il fatto è che questo disallineamento non può essere risolto facendo saltare il nostro affidamento sulla carta.
So che il problema è anche  il tempo che occorre perché uno stato di fatto trovi corrispondenza poi in uno stato di diritto. Un tempo che ci sembra insopportabilmente lungo. E che la vulgata comune lega a una generica burocrazia. Spesso è vero. Voglio solo aggiungere un elemento a quest’opinione diffusa: il tempo è molto lungo perché spesso i procedimenti amministrativi che portano a colmare questo disallineamento prevedono  delle ampie tutele partecipative a favore dei cittadini che vogliono o possono entrare nel procedimento, apportando le loro istanze e valutazioni.
Nel caso in esame il PRG dovrebbe essere aggiornato con il nuovo stato di fatto (e di diritto), e quindi cancellare quelle case. Ma chi può decidere di cancellare? L’Ingegnere Capo (figura mitica e forse da aggiornare un po’)? Il Sindaco? I proprietari di quelle case? Tutti insieme? Solo alcuni? E se qualcuno non è più reperibile? E il terreno deve rimanere ancora edificabile? Quindi le case potrebbero tornare? E’ diventato invece inedificabile? Tutti i proprietari ne hanno avuto conoscenza?
Il tempo che ci sembra inevitabilmente lungo serve a districare, in forma democratica e partecipativa, queste e altre domande, che ho omesso. Il tempo serve a costruire una variante urbanistica di rettifica (se va bene), o una variante urbanistica tout-court.
Questo è il modo (il progetto), con cui la nostra società cerca di risolvere questi problemi.
Il prof. Leoncilli, che ho avuto il piacere per qualche tempo, diceva sempre che un progetto si critica sempre con un altro progetto. C’è?

Paesaggio incontaminato

Esiste una differenza tra il paesaggio stellato e le colline umbre? E qual è la differenza tra una stella cadente e la foto delle particelle sub-atomiche?
A me sembra che il cielo stellato rappresenti la prima dimensione  iper-estetica (contemplativa), del paesaggio.  I primi uomini hanno guardato le stelle con un sentimento di stupore, forse di paura. E sicuramente con un senso di impotenza. Rispetto alla realtà che ha intorno a sé l’uomo stabilisce subito una distinzione tra ciò su cui ha potere e ciò su cui non ha potere. E tra ciò che ha potere su di lui e ciò che non ha potere: tra ciò che influisce con la nostra vita e ciò che non influisce. Il sole è un astro: noi non possiamo niente su di esso ma lui si di noi ha molto potere. Il nostro sguardo è da subito non più innocente. Ma le stelle sono tutte innocenti. Non avevano senso per noi, non influiscono sulla nostra vita. Sono dunque elemento meramente estetico, nel senso più soggettivo del termine. Le nuvole hanno influssi diretti su di noi, con la pioggia, la grandine la neve, l’ombra. Le stelle sono lontane. L’unico esercizio possibile è dargli un senso propiziatorio. La dimensione iper-estetica è insomma questa lontananza, questa impossibilità a trasformare l’oggetto in un oggetto di progetto. Le stelle si pongono allora come primo paesaggio iper-estetico. Per i romantici o gli integralisti dell’ambiente, forse le stelle sono l’unico (ancora per poco) paesaggio incontaminato.
Desiderare. Sembra che nel linguaggio degli auguri significasse “notare la mancanza di stelle”. E cioè delle costellazioni necessarie per trarre gli auspici. Quindi sentire la mancanza di qualcosa.
Galimberti, al Festival della Filovia del 2003 dice che “l’etimologia della parola desiderio ci rimanda al De Bello Gallico. I desiderantes erano i soldati che stavano sotto le stelle a aspettare quelli che dopo aver combattuto durante il giorno, non erano ancora tornati. Da qui il significato del verbo desiderare: stare sotto le stelle ad aspettare”.
La dimensione estetica è invece  quella che riesce a portare l’oggetto dal campo della astrazione a quello della potenza e che riesce a pensare a un progetto su di esso. La dimensione estetica carica di senso l’oggetto e lo rende disponibile alla conoscenza. La dimensione estetica riesce a stabilire dei valori e a evitare che sia tutto territorio. La dimensione estetica del paesaggio rende possibile l’idea di disegno per un territorio. Uso consapevolmente la parola “disegno” e non “progetto” per marcare una differenza: si progetta una vacanza, si progetta una fuga: non si disegna una vacanza, non si disegna una fuga. La parola disegno introduce una componente in più rispetto alla prosa del progetto. La dimensione estetica sottrae al mondo la visione solo territoriale e la qualifica come paesaggistica. Mentre infatti l’uomo guarda al paesaggio che ha intorno a sé come territorio (si dice territorio di conquista e non paesaggio di conquista), è solo la dimensione estetica che riesce a integrare la lettura prosaica, “territoriale”, del paesaggio con quella semantica, con quella significativa, con una lettura di progetto.
Lo sbarco sulla Luna ha comportato allora due cose, tra le altre.
La prima, aver acquistato una conoscenza della Terra come paesaggio intero in sé. Quando Apollo 11 torna dalla Luna, o meglio ancora quando Armstrong guarda la Terra dalla Luna, la fa diventare oggetto di paesaggio. La Terra intera diventa paesaggio.  Ne discende che è la finalità dello studio a determinare quale sia l’ambito geografico da considerare per definire una Unità di Paesaggio (operativa). La porzione delimitata di territorio della CEP diventa IL problema: problema di pertinenza, problema di scala.
La seconda conseguenza è che lo sbarco sulla Luna ha ampliato i confini dell’Uomo e ha reso il firmamento un vero e proprio territorio. Da paesaggio iper-estetico le stelle sono diventate territorio (anche di conquista). Posso fare dei disegni su di esse: posso immaginare dei viaggi, delle modifiche, dei ritorni …
Le stelle cadenti mi hanno sempre fatto pensare, per una sorta di simmetria adimensionale, alle foto di collisioni di particelle sub-atomiche. C’è differenza tra i due fenomeni, a parte l’essere l’una (per noi), una rappresentazione e l’altra no? Dico che la rappresentazione è solo per noi perché magari qualche scienziato ha la possibilità reale di vedere questo fenomeno. E quindi è solo per noi che esso si dà per rappresentazione.
L’altra differenza è forse quella che in un caso noi la produciamo e nell’altra no. Ma anche questa differenza sembra sfumare. Infatti e probabilmente, queste collisioni accadono continuamente nel mondo e siamo forse noi incapaci di vederle.  Riusciamo a vedere solo quelle che riusciamo a produrre.
Andando di questo passo, insomma, anche il mondo sub-atomico sembra avviarsi ad essere paesaggio.
Il che porta a un’ultima domanda, per ora: esiste qualcosa che non sia paesaggio?
Così come siamo sempre, da sempre, immersi in una lingua, così siamo sempre, da sempre, immersi in un paesaggio. Non è possibile uscire dal paesaggio. Da questo punto di vista noi non siamo NEL paesaggio: noi siamo (anche) IL paesaggio.

Valorizzare ancora?

Tutto quello che ho detto finora sulla bellezza del paesaggio non ha molto senso, per Assisi. Il paesaggio assisiate ha già un alto valore. Non ha bisogno di essere ulteriormente valorizzato, se non al prezzo di un rapporto costi/benefici molto duro. La necessità è, semmai, capitalizzare questo valore. Monetizzare, direbbe qualcuno più prosaico di me. La difficoltà sta nel far venire più persone, nel farle restare più tempo, nel farle spendere più soldi, nel far lasciare a queste persone 100 euro sul territorio, piuttosto che 50.
Bisogna dunque rendere questo paesaggio accessibile, sia in termini fisici che virtuali. Più cose si sanno di un paesaggio e più si ha voglia di andarci. Si dice che noi abbiamo il 50% dei beni culturali del mondo. Io non ci credo. Ma anche se fosse vero che ne abbiamo il 30%, vogliamo scommettere che non fatturiamo il 30% del complessivo?
Non voglio prendere esempi facili, ma occorre partire da delle banalità. A fronte di questi mari,
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quello di Rimini è brutto, per rimanere in tema. Ma è evidente che vi è qualcosa che travalica e travolge il solo valore ecologico e ambientale e che fa sì che in Riviera vadano ogni anno milioni di turisti. La Riviera ha valorizzato al meglio le proprie opportunità.
Prendo l’esempio opposto, anzi due. Sono andato due domeniche fa a Collodi con la mia famiglia. Mi sono allontanato un po’ prima della partenza per andare a vedere che cosa potesse offrire il bookshop. A dispetto del nome c’erano pochi libriccini in vendita (non libri), qualche piccola cosa e dei Pinocchio di legno. Non c’era molto altro. Ora, com’è possibile che non vi sia qualcosa d’altro da legare al mondo di Pinocchio? Possibile che a fronte di un parco fatto da Porcinai, da Michelacci  di statue di Marco Zanuso, di Emilio Greco, non vi fosse una pubblicazione su questi autori, su come è stato fatto il Parco? Possibile che non vi siano altri prodotti da legare emotivamente al mondo di Pinocchio? Scarpe, libri, alberi, frutta, formaggio, balene, magia, pesca, giostre dedicate, un parco dell’avventura che sia un parco di Pinocchio e non il percorso vita di Ponte Felcino?
Altro esempio, più vicino a noi. Il Tempietto del Clitunno a Campello. Oggi Patrimonio UNESCO.  Provate a fare una ricerca su internet e vedrete come i risultati siano non sistematici. Provate a fare una ricerca dei testi sul Sistema Bibliotecario Nazionale (OPAC SBN) e vedrete quante poche pubblicazioni ci sono. E la situazione è migliorata di molto in questi ultimi anni. Prima era un problema anche solo visitare il sito. E non mi si dica che le pubblicazioni si rivolgono a un target specialistico. O meglio: lo si dica, perché è vero. Come è vero che chi va a vedere il Tempietto ci va perché è abbastanza interessato. Non è una meta di una famiglia che vuole fare il picnic. Non so quanti rilievi architettonici approfonditi ci siano in Soprintendenza. E quanto questi possano essere accessibili facilmente allo studioso.
Vedo in sintesi due problemi principali:
1. Spesso non conosciamo appieno quello che abbiamo. E non si può valorizzare ciò che si ignora. Lo so, la conoscenza costa. Inutile e stupido dire il contrario. Si tratta di fare una scelta strategica (questa sì una scelta da assoggettare a VAS), culturale prima e politica poi. Noi sappiamo che il nostro sottosuolo è ricco di petrolio, di gas, di litio, ma non vogliamo spendere per sapere dove scavare con maggiore efficienza. O per sapere quali minerali troveremo. Questo è il punto.
2. Non abbiamo focalizzato la nostra intelligenza sul come far fruttare questo giacimento culturale. Finora ci siamo impegnati sulla tutela, credendo che la bellezza in sé avrebbe attirato persone e reddito. Per mantenere la metafora di prima: abbiamo trovato il petrolio, ma non vogliamo fare gli oleodotti. Lo lasciamo lì ad adagiarsi a formare un piccolo lago. Abbiamo trovato il litio, e lo lasciamo lì all’aria aperta, confidando che la sola visione di esso ricaricherà le nostre batterie. Ma non è così. E’ ora forse di allargare l’ottica, di percorrere anche un altro sentiero, di intonare un altro canto. Bisogna vendere (vendere bene), questa ricchezza. Anche in questo campo occorre investire per rendere accessibile questo patrimonio: accessibile sia in senso fisico che virtuale. E poi bisogna metterlo e integrarlo in un sistema in cui i nodi principali della nostra economia vengano toccati. So che apparentemente sto ripercorrendo la filiera T-C-A Turismo Cultura Ambiente. Credo che la differenza stia solo nel cambio di prospettiva: dal focus sulla “produzione” a quello sulla distribuzione (oggi condivisione?), sulla vendita, insomma. Una volta restaurato l’edificio, dobbiamo farlo sapere a tutti. Altrimenti sarà stato uno sforzo vano.

Sul Paesaggio

Grazie agli organizzatori per questa bella giornata di approfondimento. *

A me è stato chiesto di prospettare qualche idea innovativa, brillante, intelligente, su come valorizzare il paesaggio, in 15 minuti, possibilmente 12. Ma vista l’importanza del tema, se avessi avuto idee così brillanti, nuove e trasmissibili in 15 minuti mi sarei candidato anch’io come sindaco. Battuta a parte, il taglio  sarà quindi molto essenziale e forse a tratti anche grossolano.
Ho trovato tre temi che ho riassunto in tre grandi frasi. Non credo di riuscire a svilupparli tutti, quindi qualcuno rimarrà solo come un sasso lanciato nello stagno.
Le frasi sono queste:
La Grande Bellezza
Valorizzare senza conoscere.
Valorizzare sì, ma non il paesaggio

La Grande Bellezza
Incrementare il valore di un  paesaggio è semplice: basta fare cose belle e togliere cose brutte. E’ semplicistico, è naif, ma già qui capite che si apre un abisso di senso, una voragine di convegni, dibattiti, pubblicazioni, ecc. Il richiamo all’attualità (la Grande Bellezza) implica che si possa fare una distinzione tra più gradi di bellezza. Il problema è sempre quello, noto, di come sezionare un continuo, di come si possa valutare un qualcosa di molto concreto e anche allo stesso tempo di molto fluido sfuggente (il tempo, la suono, una curva …). Per praticare questa distinzione ci sono due domande formidabili a cui bisogna saper rispondere. O almeno tentare di rispondere. La prima: come si fa a distinguere il bello dal brutto. La seconda: chi è autorizzato a fare questa distinzione. Chi è autorizzato sia in termini di autorevolezza che in termini di autorità. Capite da soli che la faccenda si complica sempre di più e che trascinano sé molte altre domande, quali ad esempio: noi non siamo più capaci di produrre il bello? O non siamo più capaci di riconoscerlo, di giudicarlo?
E vi faccio subito capire come sia difficile riconoscere la realtà è accettare alcune conseguenze.
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Amalfi

Mentre sulle prime tre vedo un giudizio quasi unanime, sulla quarta qualcuno di voi comincia già ad avere qualche tentazione, qualche dubbio, qualche pausa.

Per togliervi d’impaccio vi faccio vedere come si può rovinare una collina intera, nel centro Italia, con una lottizzazione di centinaia di migliaia di metri cubi, perpetrata scientemente nel tempo, in sfregio alla VAS e alla VIA, realizzando edifici senza fare caso a zone urbanistiche, mischiando edifici specialistici a residenze, intervenendo più volte sugli stessi edifici, e così via.

Questa è la collina prima dell’intervento dell’Uomo ….

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E questa è la collina dopo l’intervento dell’Uomo.

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È una trappola? Una provocazione? Solo in parte. Solo in parte perché io non so se oggi saremmo in grado di valutare serenamente una cosa simile, e soprattutto quel piccolo edificio in primo piano e se avremmo il coraggio di approvarlo in tutte le sedi competenti: Commissione edilizia, Comune, Regione, Soprintendenza, ecc.
Perché se non abbiamo il coraggio, noi ci precludiamo automaticamente il fatto che in futuro potremo avere cose simili. Inutile provare a pensare di fare cose simili, insomma. Bisogna allora guardarsi e dirsi che soffriamo di una sorta di complesso di Edipo architettonico collettivo e generale che ci impedisce di fare cose altrettanto belle. Bisogna guardarsi e dirsi che oggi abbiamo raggiunto il massimo, il climax, come civiltà come cultura, in termini di paesaggio, e che è impossibile aggiungere altro a questo paesaggio. Perché se non ce lo diciamo stiamo mentendo a noi stessi e stiamo mentendo ai nostri figli.
Nel caso della Basilica di Assisi è forse semplice dire che non saremo più in grado. Ma sull’esempio che segue è più difficile.

Casa Malaparte8 Malap

 

 

 

 

E’ una casa deliziosa di Adalberto Libera per lo scrittore Curzio Malaparte fatta a Capri. E’ una casa che vorrei aver fatto. Ma se oggi penso di fare una cosa così il grande occhio orwelliano della Soprintendenza invia subito un elicottero con la SWAT e una camicia di forza. Ma qui non parliamo di cose fatte nel 1230 ma nel 1930: ieri, in termini di paesaggio.

Ancora. Se è impossibile aggiungere e se vogliamo comunque migliorare il paesaggio l’unica strada è “per via di togliere”, come avrebbe detto Michelangelo.
Ma anche togliere si rivela subito irto di difficoltà. Togliere a chi? Per ridare a chi, eventualmente? Togliere con quali strumenti? Con l’esproprio? Con le casse attuali dei comuni? Con strumenti negoziali? Negoziando cosa, oggi? E, punto fondamentale: togliere cosa?
Perché alla fine il problema principale, quello del giudizio, quello della comparazione Albertiana, quello intorno al quale stiamo girando, quello del giudizio sulla Bellezza, rimane integro e inviolato. E invece il punto è lì.
Per cercare di evitare il punto molti colleghi architetti, naturalisti, agronomi, hanno fatto assumere al paesaggio, nel tempo, una vocazione sempre più naturalistica, sempre più ambientalistica, sempre più ecologica. Il paesaggio è stato confuso con il territorio. Il paesaggio è diventato un fornitore di servizi ecologici, che mi sembra una delle più brutte definizioni che si possano dare del paesaggio, in special modo del paesaggio assisiate, del paesaggio umbro toscano, del paesaggio italiano, infine. Perché non dobbiamo dimenticarci che il paesaggio è una nostra invenzione. Se puntiamo il compasso su Perugia con un raggio di 100 km in linea d’aria c’è tutto quello che abbiamo donato alla cultura occidentale in termini di paesaggio: da Giotto a Piero della Francesca, Urbino, il Perugino, Benzolo Gozzoli, Siena, … Ma l’abbiamo dimenticato. Si è voluta marginalizzare la componente estetica del paesaggio. Paradossalmente, tra l’altro, poiché se ammiriamo Assisi, oggi, se ammiriamo la Roma della Grande Bellezza è grazie alla componente estetica e non per i servizi ecosistemici, non per la biodiversità.
E, ancora più importante per noi, si è costruito un discorso disciplinare, scientifico,  sul paesaggio, tutto incentrato sugli indicatori: indicatori di stato, indicatori di pressione, indicatori di risultato, indicatori di risposta. Perché questo?
Primo, perché questo è legittimamente un modo scientifico corretto di avvicinarsi a un fenomeno.
Secondo, anche perché ciò consente di differire, di attenuare la responsabilità culturale, politica, sociale e, in ultima istanza, culturale, della decisione. Se riesco a sezionare quel continuo, se riesco a linearizzare il problema, se riesco a avere delle misurazioni scientifiche, la mia decisione è psicologicamente più semplice, socialmente più facile da far transitare in ogni sede.
Ma questo tentativo riduzionistico sul paesaggio riesce molto male. Il paesaggio infatti integra una dimensione estetica che è impossibile espungere, rifiutare, ignorare. Questa dimensione è impossibile da cogliere con indicatori scientifici. Se il paesaggio integra una componente estetica come ritengo, esso è assimibilabile, per certi aspetti a un’opera d’arte. Come la Divina Commedia o la Flagellazione di Piero. Ma se ancora non siamo riusciti a definire degli  indicatori per stabilire la bellezza della Divina Commedia o della Terza Sinfonia di Brahms forse c’è un motivo. E il motivo è che è molto difficile farlo.
Insomma, di fronte alla bellezza siamo tutti un po’ nudi.
Alla bellezza ci si arrende, quando la si incontra. Come la piratessa  si arrende all’ammiraglio Kwu Lang nel film Cantando dietro i paraventi di Ermanno Olmi.
La bellezza richiede responsabilità, innanzi tutto: bisogna avere il coraggio di giudicare di valutare, di soppesare, la bellezza. Non c’è nessuna rete a salvarci, nessun Piano B, nessun indicatore a cui delegare il compito. La bellezza va difesa. Ognuno deve sentire in sé questa necessità.
Questa componente soggettiva della bellezza ha però bisogno di un riconoscimento sociale, intersoggettivo, di un convenire, per diventare cultura condivisa.
Dobbiamo convenire su alcune cose, sul valore di alcune cose e dobbiamo farlo insieme, spostando la decisione su una nuova architettura istituzionale. Non possiamo più demandare al tiranno, al principe illuminato la scelta, né al dittatore.
Attenzione: non sono un fanatico della partecipazione. Spesso i miei colleghi architetti declinano questa partecipazione in forma di  abdicazione. La partecipazione “dal basso”, sic et simpliciter,  non porta sempre a buoni risultati. Se volete, visto che siamo a Assisi, mi concedo un esempio blasfemo, Ponzio Pilato ha fatto un grande esercizio di partecipazione dal basso, e abbiamo visto come è andato a finire. Occorre dunque una partecipazione “ben temperata”, per evitare di accontentare l’ottica di breve periodo che generalmente contraddistingue la massa. Ben temperata da organismi in cui ci siano persone di alto profilo culturale.

Alla necessità di modificare  la governance necessaria all’oggetto paesaggio arrivo anche da un’altra parte.
Probabilmente molti di voi conoscono la definizione di paesaggio  data dalla Convenzione Europea del Paesaggio firmata da vari stati europei e ratificata dall’Italia nel 2006: “Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;”
La definizione dice ovviamente delle cose culturalmente importanti, così come molto interessante è il preambolo della CEP, mai citata.
Una “determinata parte del territorio” non coincide con i confini amministrativi del singolo Comune. Una banalità, forse. Ma la conseguenza che ne  discende lo è forse meno: le azioni che si fanno sul paesaggio non possono essere fatte da un singolo Comune, nell’ambito del dominio operativo e concettuale di un singolo Comune. O possono essere fatte, ma in maniera molto parziale. Ecco dunque l’esigenza di creare e coordinare nuove forme di governo, di governance, adeguate all’oggetto che si intende governare. Questa necessità di scardinare la governance appiattita sui confini amministrativi è stata sempre sentita e si sono provate altre forme. Da ultimo siamo approdati ai Piani Strategici, e oggi ai Contratti di Fiume e i Contratti di Paesaggio.
Questi contratti si fondano su accordi tra pubbliche amministrazioni, ai sensi di un certo articolo del testo unico degli enti locali che non vi sto a raccontare. Sono accordi volontari. Non hanno in genere garanzie sugli impegni che si prendono. Né hanno scadenze perentorie o penali di qualunque tipo. Non prevedono clausole in caso di rescissione del contratto. Sono dunque impegni politici, programmatici. Producono generalmente degli ottimi risultati in termini di conoscenza cosiddetta “dal basso” e in termini di partecipazione (Quadri conoscitivi, Mappe di Comunità, ecc.). Devono poi essere declinati in progetti operativi e qui incontrano sempre tipicamente dei problemi: soldi e procedure. Devono tradursi in istruttorie, pareri, varianti al PRG, procedimenti amministrativi, bandi a evidenza pubblica, ecc. E qui mi sembra che mostrino una battuta d’arresto. Mi sembra che manchi l’anello finale e conclusivo a questi strumenti.

Se vogliamo continuare a usare questi strumenti, anche per provare a scardinare i limiti dei singoli Comuni, i Contratti di Paesaggio dovrebbero forse trovare una formalizzazione giuridica più stringente, con degli effetti operativi. Mi chiedo se queste forme di Contratto non possano accogliere queste proposte:
Comprendere al tavolo istituzionale e tecnico la Soprintendenza. Oggi la Soprintendenza è il convitato di pietra. Ma essa è ineludibile. Io ritengo che negli anni passati abbia svolto un buon lavoro di tutela, spesso, di argine. Inutile fare battute da Bar Sport. In Soprintendenza lavorano poche persone che si impegnano con grande spirito e con grande passione. Altrettanto spesso si è arroccata su posizioni indifendibili, e qui c’ è poco da fare. E’ comunque, in un momento in cui tutto si sgretola, un’istituzione con una sua solidità. Con essa bisogna concertare il discorso sul paesaggio. Escluderla mi sembra un errore di strategia.
Darsi dei tempi perentori entro cui arrivare a un quadro conoscitivo non ridondante e darsi dei tempi per arrivare a un progetto, a un risultato.
La VAS dovrebbe essere fatta a questo punto sul Contratto di Paesaggio, senza scaricare sui singoli Comuni singole e defatiganti procedure.
Il Contratto dovrebbe essere approfondito fino ai progetti definitivi. O a un livello tale da consentire l’espressione dei pareri urbanistici e paesaggistici.
Il progetto dovrebbe avere la forza dell’Accordo di Programma ex art. 34 TUEL e consentire contemporaneamente varianti al PRG. In modo da poter essere subito operativo.

Come potete constatare, ho finito il mio tempo a disposizione, e quindi mi fermo qui.

* Traccia di un intervento fatto in seno all’incontro Assisi e La Grande Bellezza, tenutosi a Assisi il 1° giugno 2016

Norme e partecipazione alle norme

Nonostante la Convenzione Europea del Paesaggio fondi la nozione di paesaggio sul coinvolgimento della popolazione locale, mi sembra che le forme di questo coinvolgimento si fermino spesso alla costruzione del quadro conoscitivo o, ancora peggio, a una sorta di “ratifica” di decisioni prese dagli esperti. Ciò accade soprattutto per quanto riguarda la normativa prodotta in sede di piani regolatori. La normativa è molto importante, negli strumenti di rango urbanistico o territoriale. Molto più importante degli schemi grafici che spesso si vedono allegati alle NTA (Norme Tecniche di Attuazione). Ma mentre sugli apparati grafici (carte, foto, schemi, concept, …), la collettività è facilmente chiamata a partecipare, sulle norme il discorso si fa più difficile. Questo fatto è facilmente verificabile con il conteggio delle osservazioni al PRG, che normalmente pervengono durante il periodo di pubblicità, se solo ci si mette a distinguere tra quante attengono al disegno di piano e quante attengono alla normativa.

Occorre dunque essere più onesti (intellettualmente onesti) e far partecipare la collettività locale alla costruzione delle norme e alla loro incisività. Occorre far capire alla collettività come funziona la normativa, come è articolata, qual è la sua reale incisività (perentoria, indicatoria, aperta, tassativa, ecc.) e il meccanismo amministrativo in cui questa norma è inserita (chi la userà, chi la verificherà, chi la potrà mettere in dubbio, quali sarebbero le conseguenze di una violazione, ecc.). Ciò significa uno sforzo di comunicazione non ordinario da parte dei saperi esperti a favore della collettività generica.

Solo partecipando attivamente alla costruzione delle regole la collettività può comprendere come l’attribuzione di valori debba essere una fase molto molto attenta e come questi valori possano essere poi gestiti nel tempo.

Il giudizio complessivo sulla qualità dell’architettura e del paesaggio può essere dato solo da una collettività “educata”.

In assenza di questa partecipazione attiva, tutto si riduce appunto a una “ratifica” (più o meno consapevole), di riflessioni e giudizi fatti da esperti, estranei al territorio e che soprattutto, spesso, non ne condividono i valori.

Fatte le debite proporzioni, il meccanismo si ripete anche nelle Commissioni Edilizie (in Umbria: Commissioni Comunale per la Qualità Architettonica e per il Paesaggio). Il parere, che deve limitarsi solo agli aspetti compositivi, è dato da esperti, sulla scorta di personali criteri, che a volte non coincidono con i valori che la collettività locale  sostiene. Ancor meno, ovviamente, detto parere può concorrere alla creazione di un nuovo paesaggio.