La città nel pozzo – Spoleto 11 luglio 1996*

Un discorso sulla città che voglia essere profondo è anche, per forza di cose, complesso.

Ho deciso di articolare il mio in quattro punti.

Nel primo punto, farò alcune riflessioni sulla città odierna e sulla “fuga” dal centro. Nel secondo, leggerò la città antica in modo da trarne qualche insegnamento. Nel terzo cercherò di individuare i maggiori fattori che influenzeranno la città futura. Nel quarto evidenzierò le conseguenze di queste riflessioni e avanzerò delle proposte che spero avranno il vostro consenso.

1) Analisi della città contemporanea.

Nel parlare della città contemporanea, partiamo quasi sempre dall’assunto che essa, con la sua ormai immancabile periferia, sia brutta. Quali sono i segni di questa brutta città, i suoi caratteri distintivi? Provo ad indicarne, senza alcuna pretesa di esaustività, alcuni.

Le nuove espansioni e le periferie sono a dimensione di automobile.
I tipi di traffico sono coesistenti. Le nostre pavimentazioni non distinguono né per quote né per disegno né per materiali, l’automobile, la bicicletta, i pedoni.
Spesso le periferie sono monotematiche: in alcune si vive solo in certe ore: quartieri dormitorio, zone industriali, centri direzionali, ecc.
Non ci sono monumenti rappresentativi per la collettività, ma solo anonimi “centri” di servizi, attrezzature collettive.
Ci sono barriere per gli handicappati, per i bambini e per gli anziani.
I trasporti collettivi non sempre sono soddisfacenti e spesso sono pericolosi in particolari fasce orarie.
C’è un grosso inquinamento: olfattivo, visivo, acustico, elettromagnetico.
Nessun valore viene dato alla durata della costruzione.
Se guardiamo il dato quantitativo, in periferia vi è più verde che in centro, ma funziona un po’ come il pane grattugiato sui pomodori al forno: come farcitura.
Paradosso: c’è una differenza notevole tra periferia e centro storico della stessa città. Differenza fatta di materiali, di geometrie, di ritmi dell’edificato, mentre esiste una forte somiglianza tra tutte le periferie d’Italia.
Si costruiscono anche le più umili “palazzine”, o i peggiori “blocchi” in mezzo al lotto di terreno, come se fossero tutte dei palazzi rinascimentali. Questi “blocchi”, nei casi in cui sono addensati, sono tutti uguali: si arriva all’assurdo di non riconoscere più la propria abitazione.

Fuga dal centro

Non deve stupire che il centro storico si stia svuotando. Le cause sono molteplici e complesse, interdipendenti.

Da un punto di vista economico, il prezzo delle abitazioni è alto, se raffrontato con quello delle nuove costruzioni in periferia. Prendo qui il parametro del prezzo per sintetizzare gli altri aspetti. La manutenzione di un edificio storico, o quanto meno vetusto, è cara, e va a sommarsi ad altre spese e disagi. Il parcheggio non c’è. Spesso, in particolari periodi dell’anno o in concomitanza a particolari festività, è impedito anche l’accesso pieno. Per gli anziani (e non ci sarebbe bisogno di ricordare che la popolazione si sta sempre più invecchiando) questi disagi si aggiungono a quelli di avere un appartamento al terzo piano senza ascensore, magari con delle barriere architettoniche pressoché insormontabili. Servizi assistenziali, ospedali e negozi si stanno trasferendo in periferia ed è difficile raggiungerli. Trovare un angolo di verde, una panchina o un piccolo circolo dove giocare a carte è difficile. Il cimitero è lontano e per andarci bisogna prendere l’autobus. Molti di questi problemi sono condivisi anche dalle giovani coppie con figli: i servizi sono decentrati, le barriere architettoniche per chi ha un passeggino sono come il Mare dei Sargassi per una nave, l’angolo di verde non c’è e il bambino (vista l’altezza del passeggino) si fa una tale mangiata di smog che andare al parco non ha più senso. Il negozio sotto casa non è più competitivo sui prezzi e quindi bisogna andare al grande centro commerciale a fare la spesa, ma occorre un’auto …

Le vecchie abitazioni sono allora occupate a vario titolo da emarginati, da immigrati illegali, da senza-casa (homeless), da lavoratori in mobilità o in situazioni precarie. Questo porta (non bisogna essere ipocriti o fare gli struzzi) ad aree di degrado sociale ancora più che urbano. La convivenza diventa difficile tra vecchi nonni in pensione e giovani che provengono da culture diverse.

2) La città antica.

La città ci delude: non funziona ed è brutta. Ma mentre il giudizio sul primo parametro è abbastanza facile, sul secondo abbiamo bisogno di soffermarci più attentamente. Bisogna comprendere qual è il termine di paragone, che ritengo sia la città antica nella maggioranza di noi. Ora, credo che essa possa insegnarci ancora qualcosa. Per farlo, però, ha bisogno di essere letta in modo storico-contestuale. Sono costretto dunque a guardare impietosamente la città e forse a dare qualche “scossone” alle idee mitiche di essa che l’immaginario collettivo ancora coltiva.

Noi diciamo che le vecchie città sono belle. Penso però che spessissimo formuliamo un giudizio “romantico”, facendoci aiutare dalla “lontananza” e dalla “vaghezza” leopardiana. Così, spariscono le capanne e vediamo solo i bei palazzi, le cattedrali, i municipi. Spariscono gli intonaci, colorati (ebbene sì, la maggior parte delle case erano intonacate e la maggior parte degli intonaci erano colorati), ed ecco la pietra, esibita all’incuria e all’inclemenza del tempo. Sparisce la puzza degli uomini e degli animali ed ecco l’aria fresca e pulita delle città medievali. Spariscono gli emarginati e gli handicappati, gli straccioni, ed ecco comparire tutti sovrani vestiti di seta e mazzocchi sul capo. Spariscono le fogne a cielo aperto ed ecco il fiume della cittadella pulito come un torrente del Trentino. Questa città, fatta tutta di strade pulite, di gente ben vestita, di palazzi di pietra e di aria tersa, non è mai esistita. Questa è la nostra idea di città, frutto di letture parziali, di passeggiate fatte in quello che è rimasto ora delle antiche città, frutto di dipinti che ci mostrano generalmente sposalizi, annunciazioni, miracoli, prediche. Ma dietro le tele vi era però tutto un mondo di epidemie, di carestie, di incendi, di soprusi, di violenze. Vi era un mondo in cui la vita media era di 40-50 anni. Tanto per restare a Spoleto, il borgo che nasce sulla strada che si dirige verso Carsulae (Borgo S. Matteo), assume negli anni il toponimo “borgaccio”, e non credo come vezzeggiativo. Pensiamo ancora ai toponimi come Casacce, Capanne, ecc.

Ora, non solo generalmente rimuoviamo tutto ciò dalla coscienza, ma sempre per “lontananza” (o ignoranza) tendiamo ad assimilare città altomedievali, città trecentesche e città rinascimentali, mentre le differenze sono molte ed importanti, non solamente dal punto di vista urbanistico e architettonico, ma anche da quello giuridico-morale. Quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare, poiché non si può concepire una città come sola entità materiale, fisica, come somma di case, cioè. La città è prima di tutto un’organizzazione sociale, un’istituzione morale, appunto, dove il cittadino di distingue dal selvaggio (dall’abitante dei boschi): la città è civiltà.

La città antica (quale?) non era così bella e perfetta. Era un tessuto vivo di attività produttive (generalmente inquinanti), culturali, politiche, ricreative. Se non erro, già verso il 1200 Firenze sposta le concerie sull’altra riva dell’Arno e più a valle perché altamente inquinanti: puteolenti. La prima domanda provocatoria che intendo porre è questa: siamo sicuri che se i nostri antenati avessero avuto che so, il cemento armato, il vetro e le automobili non avrebbero fatto anche loro delle periferie squallide?

Prendiamo per esempio il fenomeno dell’inurbamento. Dopo l’anno mille e fino alle grandi carestie del Trecento, le città subiscono un processo di accrescimento che potremmo paragonare, sebbene con ritmi diversi, a quello dei nostri anni 1955-80 (in Umbria). Ebbene, qual è la risposta strategica delle amministrazioni? Delle cinte murarie più grandi e dei grossi interventi (monasteri, ospedali, concerie, molini, ecc.), nelle nuove “periferie”. Cambiavano forse le dimensioni temporali (il tempo era più lento) e quelle spaziali, ma la qualità del problema rimaneva.

Nonostante tutto, reputo comunque le città antiche, in modo particolare le città italiane trecentesche (anche perché la città ideale, frutto puro del Rinascimento, non si è mai inverata), migliori delle attuali. Ho cercato di sintetizzare le mie preferenze in sei motivi. Che sono anche sei lezioni che la città antica ci offre.

Le città erano fondate in luoghi sani, prestando un’attenzione fortissima ai caratteri ambientali del sito (vento, sole, pioggia). Lo “sviluppo sostenibile”, il “bilancio energetico”, tanto di moda oggi, sono invenzioni lontane. Si fondava una città perché quel luogo era sano, se non terapeutico: oggi si fugge dalla città. E infine i materiali e le tecnologie erano locali. Solo per alcune grandi opere si ricorreva a materiali che venivano da lontano, ma questo non deve trarre in inganno: la norma era di usare elementi del luogo e magari portare le possibilità di questi materiali al limite del virtuosismo.

Le città erano limitate, e quindi avevano un’identità.I muri non solo sancivano un limite fisico e simbolico del territorio, ma davano anche una dimensione della città. Le città erano misurabili: si potevano attraversare a piedi in mezz’ora, al massimo un’ora. Il muro separava due modi diversi di vivere: città contro campagna, ma anche produzione primaria contro consumo, produzione contro commercio, isolamento contro vita collettiva e, infine, città contro città. Le mura non sono solo un apparato difensivo, o meglio, questo non è l’unico loro significato. L’atto del recintare (e quante suggestioni provengono dall’etimologia della parola “templum”), è una costante antropologica che si ritrova nella stragrande maggioranza delle culture terrestri. Atto sacro e razionale allo stesso tempo, il delimitare è l’inizio della città. La città medievale si definisce e si individua dunque in rapporto ad un territorio con il quale intrattiene rapporti economici ben precisi, evidenziati per esempio dai mercati mattutini (le piazze “delle erbe” di molte delle nostre città), mensili e annuali.

La “macro-pianificazione” era ridotta al minimo, e affiancata invece da un controllo intenso,per le possibilità di allora.Non esisteva, per intenderci, il PRG e tutto uno strascico di norme prescrizionali al seguito. Certo, la pianificazione non era ignota agli antichi, ma c’è piano e piano. Immaginate per un attimo che esso fissi anche le dimensioni delle stanze o delle finestre! Eppure è a questo livello di analiticità che siamo giunti! Dall’antichità in poi, il rito delle nuove fondazioni o degli ampliamenti prevedeva la delimitazione di un’area attraverso templi, cippi, mura; il tracciamento di una rete viaria; la suddivisione in lotti della stessa e il posizionamento delle maggiori istituzioni della collettività (mercati, tribunali, templi, circhi e quant’altro). L’edificazione di base, all’interno di ogni lotto, era spesso lasciata a discrezione del proprietario. Lo stabilirsi di un monumento (intendendo qui per monumento le chiese, i mercati, i teatri), fungeva da “attrattore”: nell’intorno si formavano subito attività produttive indotte e, ovviamente residenze.

La residenza era quasi sempre associata alla produzione. Sembra un aspetto banale, ma finalmente ricerche urbane e sociologiche hanno dimostrato che l’unità di vicinato non è un fattore da urbanista romantico, ma piuttosto elemento che consente un presidio sul luogo e che quindi previene aree di degrado sociale. Infine, ciò toglierebbe linfa anche alla sindrome di Nimby, così diffusa da noi.

La costruzione era gestita con un’ottica di lungo termine.Credo che tra i valori da carpire alla città antica, ci sia proprio quello della lentezza, o meglio, della durata. Da un punto di vista architettonico questo vuol dire recuperare l’amore per il dettaglio ben fatto, costruttivamente ben fatto. Non solo la durata assicura prestigio e dignità all’edificato (la firmitas vitruviana), ma alla lunga è vincente anche sul piano economico, poiché risulta più ecologico, più ecosostenibile. Noi cominciamo a parlare ora di architettura bioclimatica, ecologica, e pensiamo subito a case leggere, piccole, con pannelli solari, tetti che si aprono, legno, sughero, laterizi e così via. Ma vorrei farvi notare che le più belle architetture del passato sono anche, sono già bioclimatiche. I porticati, il patio, le cisterne d’acqua, i sottotetti ventilati, e i muri larghi, i muri possenti, sono invenzioni bioclimatiche. E architettoniche. In ultimo, ma non per importanza, la durata permette ad una collettività di radicarsi e di fondarsi su un territorio.

L’edilizia all’interno delle mura era “densa”.Il rispetto degli allineamenti stradali e la costruzione sui lotti sviluppati in profondità metteva le abitazioni una accanto all’altra. Il lotto, negli anni, veniva poi edificato fino al limite delle condizioni igieniche (di illuminazione e di ventilazione)1. Si cercava di sfruttare almeno un muro già esistente, o costruendo in aderenza o come spalla per un arco di collegamento. Non solo questo permetteva di dare una buona capacità termica a tutto l’edificato, ma a me pare indicare emblematicamente che il lavoro dell’artigiano e dell’artista continuava quello che era stato già avviato dai suoi predecessori. Nessuna grande frattura con il passato, ma una continuità che permetteva piccole variazioni personali su un tema fondante più potente e duraturo. Si aveva fiducia nelle proprie capacità. Se necessario, si aveva il coraggio di radere al suolo e di ricostruire sopra le fondamenta del vecchio, cosa che oggi farebbe morire di crepacuore non solo i soprintendenti, ma tutti i sostenitori della cultura della mummificazione. La consapevolezza di agire comunque in continuità con il passato permetteva progetti e pensieri oggi inconcepibili.

3) Gestione della città e scenari futuri.

La legislazione e gli operatori.

Fattore fondamentale per la formazione della città è la legislazione: il quadro normativo. E’ inutile infatti discutere di verde, di traffico, di commercio, se poi gli strumenti che li realizzano sono inadeguati. Nel caso in esame noto con piacere che il PRG di Spoleto era stato articolato su due diversi livelli di analisi con diversa flessibilità. Positiva è anche l’istituzione dell’Ufficio del Piano.

Tuttavia credo che il PRG, con i suoi strumenti attuativi, non sia lo strumento adatto per governare le nostre città. Per convincersene basta guardare da dove viene. Così come è ora, con tutte le sue prescrizioni di sagome, distanze, zone, altezze, standard, esso è un prodotto della città durante e dopo i cambiamenti dovuti alla rivoluzione industriale. Ora, sappiamo tutti le condizioni delle città inglesi della seconda metà dell’ottocento e poi di quelle tedesche e francesi. Richiedere alcuni standard igienici (sole, aria, acqua, dimensioni, ecc.) in quel momento non può che riscuotere una generale approvazione. Ma l'”emergenza” industriale è finita e io non capisco come uno strumento nato per la città industriale possa guidare le nostre città, mai industrializzate, e ora, addirittura, da post-industrializzare. Dubito che il PRG sia lo strumento adatto per gestire le nostre città non solo per l’anacronismo e l’alterità che ricordavo ora, poiché altrimenti si tratterebbe solo di cambiare degli standard: dalle distanze ai parcheggi, dalle altezze dei vani alle potenze dei condizionatori, ma anche perché non credo si possa pianificare e controllare dall’alto un sistema complesso e dinamico come la città con delle prescrizioni assai statiche come quelle dei piani regolatori. “Il PRG ha validità illimitata”: questa è la frase che accompagna la maggioranza dei Piani Regolatori delle nostre città. La città ha paura solo di fermarsi, diceva George Simmel. Ora, può esserci un’idea più in contrasto con la dinamica urbana che quella della validità illimitata? L'”ansia normativa”, la volontà di risolvere dall’alto, una volta per tutte, deve fermarsi: occorre inventare veramente tutta un’altra intelligenza, un altro approccio alla città, molto più flessibile, molto più attento. Quando ci sono troppe norme, dettate tra l’altro da istituzioni diverse, il minimo che possano fare è sovrapporsi, l’ordinario è confliggersi. “La norma uccide la norma”. Prendiamo ad esempio la normativa sul contenimento energetico e quella sulle tasse degli immobili. Le ultime tendenze in campo energetico vanno verso le grandi masse murarie, ma poiché il catasto misura il lordo della superficie sono costretto ad assottigliare il muro e ad aumentarne l’efficienza, se possibile. E questo con polistirolo, schiume e quant’altro si può estrarre dal petrolio. Le norme non garantiscono poi un buon risultato architettonico, anche perché vanno interpretate, come tutte le leggi. Ed è proprio questa compresenza di fedeltà alla norma e di discrezionalità che ne vanifica ogni intento egualitario e che anzi ne permette lo stravolgimento fino all’ipocrisia e alla malafede. La legge ed i regolamenti, nati per porre i cittadini tutti sullo stesso piano di fronte alla giustizia, si trasformano, nell’applicazione, in strumenti di prevaricazione, di vendette o di clientelismo.

Altro punto dolente: chi controlla? La scelta dei membri delle commissioni o del personale dirigente è quanto mai bizzarra. Se andate a fare un concorso, sperate (legittimamente) che chi vi sta di fronte sia competente almeno quanto voi, se non di più, altrimenti non si capisce come potrebbe essere in grado di giudicare la vostra preparazione. Così non è per la Commissione Edilizia, dove per esempio gli architetti scelti per farvi parte sono sorteggiati. I titoli necessari per valutare un progetto, non importa se di Mario Botta, di Renzo Piano (cito le star), o, immaginando di tornare indietro nel tempo, di Le Corbusier, di Kahn, sono la laurea in architettura e l’iscrizione all’albo. Sono sufficienti questi due requisiti per garantire un giudizio competente su progetti anche complessi? A mio avviso no (e sono un architetto). Si badi bene inoltre che qui sto parlando di commissioni di città medie, tralasciando i comuni di provincia, dove la commissione è composta, ovviamente, da persone di minor preparazione. Tuttavia questi piccoli centri rappresentano un patrimonio ingente del paesaggio italiano e umbro in particolare. L’organismo destinato ad un ufficio così importante deve essere massimamente autorevole e competente. Per entrarvi devono essere richiesti titoli e qualità riconosciute dal mondo professionistico, accademico. Per restarvi devono essere introdotti criteri di trasparenza, di merito e di responsabilità.

Uno sguardo infine ai compiti di questa Commissione: deve esprimere pareri sulla correttezza normativa delle opere in esame, sull’igiene e, last but not least, sul decoro e l’estetica.

Ecco che la discrezionalità, fatta uscire dalla finestra, rientra dalla porta. C’è qualcosa di più opinabile del decoro e dell’estetica? Siamo tutelati, come cittadini e professionisti, di fronte al gusto ondivago di qualche funzionario? Come si forma il loro giudizio? Ancora una volta, poi, il giudizio di chi?

Come professionista preferirei essere giudicato da una commissione che deve rispondere pubblicamente del proprio operato piuttosto che da una che si maschera dietro ad una giungla normativa.

Potremmo allargare il discorso alla Soprintendenza, dove il problema si ripresenta tale e quale. Un sovrintendente laureato in architettura, magari con indirizzo urbanistico, può giudicare progetti di professori ordinari in composizione o in restauro più che affermati. La vittoria di un solo concorso nella P.A. può legittimare questo potere?

Credo che le ipotesi, in via teorica, siano due: l’una porta ad un aumento della legificazione analitica, l’altra verso una de-legificazione. O si fissano delle norme estremamente rigide e vincolanti per tutti, alle quali il personale tecnico-amministrativo si attiene strettamente, o le norme si attestano ad un livello più alto, divenendo principii, lasciando delle aree di discrezionalità più ampie a valle del processo, man mano che si scende nel dettaglio.

La prima presuppone un livello di analicità e di “pignoleria” veramente assurdi: mq per abitante, mc per vano, coefficienti aero-illuminanti, larghezza delle porte, distanze dai fabbricati, dalle strade, dai recinti, distanze dei letti dai termosifoni, ecc. Può essere applicata quindi meccanicamente, riducendo quasi a zero l’area di discrezionalità del funzionario pubblico. Un enorme sforzo di pianificazione analitica. E sperando che siano buone norme, perché quelle attuali non hanno prodotto, ipso facto, belle città, anzi…. Abbiamo creato un’estetica normativa: tra qualche anno sarà possibile individuare in base a quali regolamenti è stata concepita una determinata casa.

La seconda va nella direzione opposta, aumentando l’area di discrezionalità del funzionario pubblico o della commissione che dir si voglia.

Dovremmo dunque rimetterci al giudizio di questa ipotetica commissione senza alcuna legge a tutela del nostro diritto? Sì e no. Sì al rimettersi all’esame di questa commissione. No all’assenza di tutela dei diritti. Al contrario, io penso che la partecipazione e la tutela del singolo vadano intensificati. Questo non vuol dire aumentare ancora il numero delle leggi, ma creare un organo che sostenga realmente il cittadino di fronte alla commissione che delineavo sopra. Commissione che dovrebbe far propri i principi di trasparenza, di efficienza, di merito.

Infine c’è l’aspetto tutto burocratico da analizzare. E’ possibile per il cittadino continuare a produrre documenti su documenti e passare intere giornate davanti agli sportelli aperti con orari “cabalistici”? I documenti stessi si facciano passare da un ufficio all’altro senza l’intervento del cittadino, che, ricordiamoci, non lavora per la pubblica amministrazione e dove anzi dovrebbe essere il contrario.

La segmentazione che si è fatto della P.A. (Regione, Provincia, Comune, USL, Comunità Montana, Soprintendenza, Vigili del Fuoco, ecc.) corrisponde solo in parte a quella che il cittadino immagina. Le azioni che esso compie sono improntate al fare: iniziare un’attività economica, iscriversi all’Università, cambiare lavoro, costruire una casa…

Il cittadino deve poter manifestare la propria volontà presso un unico ufficio: da lì esce con l’autorizzazione in tasca o con altre informazioni decisive. Questo è quello che chiamo sportello per l’edilizia.

Quella dell’eccessiva regolamentazione non è solo una marginale questione giuridica, ma questione economica e politica. Etica, quindi. Nonostante si sia fatto qualche passo avanti in alcuni settori (parlo delle Bassanini), siamo ancora sudditi di una tirannide: la burocrazia. Nel settore fiscale, per esempio, solo nel biennio 96-98 si sono avuti 400 nuovi testi normativi: 1 ogni 3 giorni! E’ ovvio che non si può continuare così. Il baricentro dell’attività del Parlamento è stata finora troppo sbilanciata verso la funzione normativa, a spese dell’attività di controllo. Bisogna inventare nuove forme di controllo da parte del cittadino e di de-legificare in materia urbanistica. Ad un abbassamento del numero delle leggi dovrebbe corrispondere un aumento della meritocrazia e della responsabilità diretta. Forse noi pensiamo ancora alla città come ad un qualcosa di totalmente controllabile, come ad una macchina complessa o come ad un animale addomesticabile. Cosa che difficilmente corrisponde alla realtà.

Io riprenderei con molta forza, per riprendere un’idea di E. N. Rogers, la strategia del “caso per caso”. Probabilmente è un limite ideale al quale tendere, tuttavia mi sembra chiaro che serve un approccio completamente nuovo ai problemi e alla gestione della città. Occorre modulare la normazione della città (dagli orientamenti strategici alla costruzione di una baracca per l’orto urbano) e dedicare le nostre energie a progettare degli “anticorpi” che riconoscano e sconfiggano le malattie “urbane” appena queste vengono identificate.

Appetibilità del centro.

Se il nostro obiettivo è bloccare la fuga dal centro e invertirne la tendenza, dobbiamo porci il problema dell’accessibilità fisica del centro stesso. L’accessibilità, tuttavia, non fermerà del tutto questo esodo se non verrà coniugata al suo complementare: l’appetibilità. Per eliminare lo smog non basta disincentivare l’uso dell’automobile, a meno che non si voglia un centro vuoto. Se vogliamo coniugare la densità del centro con la possibilità di arrivarvi e di restarvi per un periodo più o meno lungo, bisogna pensare ad una politica che abbia in questo binomio (appetibilità-accessibilità) un punto fondamentale, benché l’accessibilità sia un requisito dell’appetibilità e non il contrario.

Mentre il problema dell’accessibilità può essere delegato, almeno in parte, ad un tavolo di tecnici, per l’appetibilità il discorso diventa più generalistico, e le competenze tecniche si sottomettono ad una visione più strategica e politica della città.

Rendere la città attraente significa agire su leve quali l’incentivazione fiscale della residenza, del commercio, di alcuni servizi. Significa creare delle condizioni affinché una certa economia si sviluppi. E qui, ritengo, l’intervento dell’ente pubblico dovrebbe fermarsi.

L’accessibilità.

Uno dei fattori più forti per rendere appetibile il centro è la possibilità di raggiungerlo e di restarci con facilità. Se possiamo per un attimo usare la metafora della rete per illustrare i problemi connessi con il traffico automobilistico, ci rendiamo conto che la rete stessa è soggetta a vari fattori per il suo funzionamento: grandezza delle unità che si muovono nella rete, il loro numero, tempo di permanenza in rete, velocità delle unità, numero dei nodi.

Ipotizzando di mantenere inalterata la velocità media, sembra ovvio intervenire sulle altre variabili e quindi diminuire la dimensione dei veicoli, il loro numero, il loro tempo di permanenza (diminuire i percorsi), i nodi.

Un nostro limite è pensare che l’automobile sia polivalente e che vada bene per lunghe crociere e per piccoli tragitti urbani, laddove i due tipi di spostamento presuppongono mezzi diversi.

In città si ha bisogno di un mezzo poco ingombrante, poco rumoroso, non inquinante, non eccessivamente veloce (50 Km/h) e che possa trasportare 2 persone, al massimo 3. Per lunghi tragitti ho bisogno di una macchina comoda, spaziosa, capace di mantenere buone velocità di crociera.

E’ probabile che tenderanno ad affermarsi quindi differenti mezzi di locomozione che dovranno interagire sinergicamente (si spera) tra loro. Questo sarà possibile immaginando dei parcheggi o delle fermate multimodali.

Un altro limite da superare è quello che non ci consente di immaginare soluzioni architettonicamente valide, decorose, per i parcheggi. Che queste aree debbano essere delle “spianate” orride o dei bunker di cemento armato è un pregiudizio. Non dico che i nostri parcheggi possano diventare tutti delle “Stalle Chigi”, ma perlomeno avere la dignità delle tante “poste” del secolo scorso. Vicino al parcheggio potrebbero insediarsi infatti anche altre attività collaterali (lavaggio, rifornimento, accessori, fast-food, ecc.)

Fattore fondamentale su cui agire per decongestionare la rete sono i ritmi di utilizzazione. E’ alquanto sciocco infatti agire sulle dimensioni dei mezzi, sul loro numero, sui loro percorsi, se poi questi percorsi vengono resi agibili tutti nello stesso tempo: nessuna rete può resistere (economicamente) a picchi di questo tipo. Bisogna “sfasare”, attraverso una politica degli orari, l’uso della rete. Servizi, commercio, svago vanno distribuiti per quanto possibile lungo il maggior arco temporale possibile.

Infine andrebbe fatta una “segmentazione” più fine del pubblico che vuole accedere in città. Una grossolana approssimazione ci consente di individuarne subito tre.

i residenti
i “pendolari”
i turisti

I tre segmenti hanno infatti determinati e diversi bisogni in fatto di accessibilità e di sosta, senza considerare che poi si dirigono su obiettivi fisici diversi.

I residenti hanno soprattutto bisogno di un parcheggio vicino alla propria abitazione, oltre alla possibilità di arrivarvi. Sempre, senza limiti di orario.

I pendolari hanno bisogno di arrivare vicino al luogo di lavoro e soprattutto in certi orari.

I turisti hanno bisogno di arrivare al luogo di visita, possibilmente senza limitazioni d’orario, o in una ragionevole fascia. Necessità di servizi di accoglienza.

Compresenza di commercio, servizi, scuole, piccole produzioni, ecc.

La città virtuale

Parlando della città futura non posso evitare l’argomento “telematico”. Lo sviluppo della telematica ha prodotto una de-materializzazione generale della vita. La possibilità di spostare facilmente informazioni da un punto all’altro elimina il trasporto fisico del prodotto dell’informazione. Essa tende a sostituire allo spazio limitato, centrato, uno spazio reticolare e diffuso. Questo, ovviamente, si riflette nell’organizzazione sociale: pensate allo sviluppo del telelavoro, dei servizi commerciali, didattici e assistenziali a domicilio, ecc. Che cosa cambia nella città reale con l’avvento della telematica?

Se ci lasciamo trasportare dallo sviluppo esponenziale che essa ha avuto fin qui, la città reale, materiale, sembra avere poche speranze di restare in vita. Decentrare tutti i servizi possibili, infatti, significa che il cittadino non ha più bisogno di arrivare in centro per fare un certificato di nascita, ma che può fermarsi alle circoscrizioni periferiche. Tra un po’ di tempo, tra l’altro, questi saranno servizi che si avranno da casa e quindi avremo lasciato alle spalle anche questa fase.

Il telelavoro, l’e-business e le altre applicazioni ancora in embrione (si parla già di Internet II) non faranno che portare al massimo questa decentralizzazione pervasiva. Niente più bisogno di banche, di negozi, di uffici comunali? Niente più traffico? Sembrerebbe di sì. Eppure anche nel passato più recente abbiamo preso simili abbagli: il treno avrebbe eliminato le guerre perché consentiva a popoli anche lontani di incontrarsi, il telefono avrebbe eliminato molto del traffico su rotaie perché consentiva di parlarsi senza spostarsi. La vita si è poi evoluta in sensi diversi: le guerre sono continuate e il traffico (su tutti i mezzi) è aumentato.

Tradotto nel nostro settore ciò significa che diminuirà il traffico pendolare (da lavoro), da burocratismo, da commercio (forse), ma io ritengo che aumenterà quello relativo al tempo libero, alle attività di svago, alle attività legate al movimentismo sociale e politico, al turismo.

Decentrare ha portato, oltre ad una lieve flessione di alcuni tipi di traffico, anche ad un innalzamento dei prezzi degli immobili del centro, che si sono svuotati delle funzioni più ordinarie a scapito di quelle rappresentative (banche, assicurazioni, musei, enti pubblici, ecc.).

Io credo, in definitiva, che la città di pietra e la città virtuale possano coesistere. L’importante è considerare quest’ultima come una possibilità in più e non come l’unica possibilità. Non mi aspetto una significativa riduzione del traffico automobilistico dall’informatica.

Il verde.

L’esigenza di verde pubblico è relativamente debole a Spoleto, considerate anche le dimensioni della città. Il verde stesso, tra l’altro, andrebbe visto distinto un’ottica più raffinata. Esiste il verde urbano pubblico (i parchi), ma esiste anche il verde privato urbano (piccoli giardini e orti interni), il verde pubblico extra-urbano, il verde privato di periferia (margini).

I grandi parchi urbani presentano spesso alcuni problemi dovuti alla dimensione degli stessi, che inibisce l’effetto presidio realizzato dal vicinato. Sempre legati alla dimensione ci sono poi problemi di degrado e di manutenzione.

Sarebbe possibile pensare ad un Piano del verde per consentirne una gestione più attenta. Il pericolo è quello di legificare ancora.

I centri minori.

I centri minori con una matrice storica si trovano in una situazione non del tutto disperata. Bisogna fare in modo che gli effetti paralizzanti del traffico non arrivino anche lì. Bisogna tendere ad un giusto equilibrio tra dotazioni di servizi e densità abitativa.

Le periferie, le frazioni suburbane.

Da un punto di vista di logica insediativa queste due modalità mi paiono identiche. Lo sviluppo dell’edificato avviene lungo la direttrice di attraversamento. Il fatto che si trovino a 5 o a 10 km. di distanza dal centro non cambia la loro essenza.

Bisogna “monumentalizzare” e diversificare le funzioni delle frazioni che spesso sono monotematiche (residenze). Le periferie rendono ingestibile il trasporto pubblico.

Nei casi dove è possibile, e cioè dove le dimensioni lo permettono, bisogna cercare di riconnettere fisicamente e psicologicamente questi sobborghi con il centro storico. Passo Parenzi, tanto per rimanere a Spoleto, non può avere le stesse periferie di Mestre o di Palermo. Bisogna combattere questa atopìa e ridare valore all’identità del luogo. Laddove non è possibile si deve pensare alla nascita per duplicazione di un quartiere e al limite di una città autonoma. Ciò vuol dire dotare il quartiere di monumenti in cui la collettività locale possa riconoscersi e fondarsi. Non si deve aver paura di fondare nuove città, nuovi centri. Non vedo perché essa non dovrebbe avere delle dimensioni ottimali, sopra o sotto le quali degenera in qualcosa che città non è.

L’economia della città

Le città sopravvivono perché sono basate su un’economia predominante, o su un mix di economie. Vi sono città portuali, città militari, città termali, città teatro, città mercato, ville-lumière e infine città delle quali è difficile riconoscere un settore trainante. Un modo di vivere, comunque. Questa è la domanda che ci si deve porre.

Io ritengo sarebbe essenziale conoscere qual è il mix di economie attuali e stabilire quale sia la “vocazione” della città futura. Infine stabilire quali siano le risorse a disposizione. Non deve sembrare paradossale, ma le risorse vanno stabilite e non rinvenute. Il paesaggio, per esempio, non è una risorsa, in sé: lo è solo se lo inseriamo in un progetto che lo definisce come tale. Se voglio fare di Spoleto una città industriale, il paesaggio è un vincolo e non una risorsa.

Abbiamo ovviamente delle cose che vengono già apprezzate sia dai residenti che dai turisti ed è il paesaggio, il patrimonio immobiliare, i prodotti del luogo, ecc. Se possiamo partire da queste per uno sviluppo dell’economia locale, esse sono già risorse. Il che non vuol dire che debbano restare le uniche. Non vedo perché non si possa pensare a Spoleto come città della formazione. O ancora città delle software-house. L’internazionalizzazione dell’economia ha fatto sì che il territorio di riferimento di una città non fosse necessariamente quello vicino o confinante. Si è affievolito questo rapporto di dipendenza. Nei nostri piccoli centri, ad essere onesti, questo è relativamente vero. I contadini si organizzano in cantine, stalle e frantoi sociali, destinando un’alta percentuale del prodotto alla collettività locale; c’è ancora un mercato con gli ortaggi del luogo e così via. Paradossalmente, poi, gli abitanti delle campagne sentono ancora questo ruolo di guida nella città: riconoscono ad essa un valore e un compito ancora positivo.

4) Conseguenze.

Da un punto di vista teorico credo che il discorso fin qui sviluppato debba consentire di pensare alla città come ad un fenomeno complesso sì, ma anche in maniera più cosciente e libero. Questo significa poter pensare alle scale mobili e ai tapis roulants, ma anche al loro rifiuto. Significa poter immaginare di costruire all’interno dell’ultima cerchia di mura, invece di disperdersi in periferia. Significa disegnare un sistema di trasporto urbano che colleghi non solo materialmente ma anche simbolicamente, la periferia al centro. Significa pensare a delle abitazioni nella zona di S. Nicolò e a una piazza vera a Passo Parenzi. Significa avere il coraggio di stilare una “carta delle demolizioni”.

Proposta.

Premesso che manca ancora una vera scienza urbana e una storia comparata delle città che sia patrimonio dei futuri architetti, nonostante Aymonino e Rossi l’auspicassero già alla fine degli anni sessanta, e che ci si augura una riforma profonda della legislazione attuale (e magari la sua codificazione), propongo ai miei amici verdi e a chi vorrà contribuire, di aprire una fase costituente per una “Commissione per la Città” (consiglio, ente, gruppo, osservatorio: il nome non è importante). Per ora mi limito ad elencare una serie di compiti che essa potrebbe svolgere. Essa dovrà agire in staff con l’autorità politica o con il city-manager per consentire a questi una pianificazione strategica della città, per simulare scenari e individuare le tendenze del futuro. Data la complessità della tematica, dovrebbe essere costituita da diversi profili disciplinari (architetti, ingegneri, sociologi) e operare, ovviamente, secondo requisiti di merito e di trasparenza. Potrebbe essere benissimo una società mista pubblico-privato e prestare la propria opera anche ad altri comuni.

Fase operativa o di rilievo.

Individuazione delle emergenze urbanistiche e loro rilievo particolareggiato.
Manuale del recupero edilizio, anche in chiave bioclimatica.
Mappatura della città anche secondo nuovi parametri
Inquinamento: acustico, atmosferico, visivo, elettrico.

Materiali

Tempi di accesso (per i trasporti pubblici)

Tempi di accesso (per i trasporti privati)

Costi di accesso (per i trasporti pubblici)

Percezione dell’ambiente da parte dei residenti (penso alle ricerche di Kevin Lynch)

Densità di monumenti rappresentativi in periferia (istituzioni, chiese, piazze, ecc.)

Fontane, illuminazione, telefoni, fermate autobus, punti informativi, cestini per la carta, ecc.

Fase propositiva – consultiva.

Elaborazione di proposte di legge o di de-legificazione
Elaborazione di proposte progettuali.
Simulazione e studi di fattibilità per nuove forme di imprenditorialità ad alta vocazione ecologica, turistica e culturale.
Pianificazione dei grandi concorsi urbani.

Fase divulgativa.

Pubblicazione dell’attività svolta (convegni, mostre, libri).
Collegamento con la scuola.
Collegamento con l’imprenditoria locale, con la realtà economica.
Sportello unico per l’edilizia (consigli, orientamento, informazioni, reclami).

In particolare per Spoleto. (Per prossimo incontro)

Per favorire l’accessibilità, il comune deve essere in grado di agire su certe leve, incentivando alcune cose e ovviamente disincentivandone altre. Tra i fattori da migliorare io comprenderei:

Incentivazione all’acquisto di auto piccole o altri mezzi di trasporto non inquinanti;
Incentivazione dei trasporti pubblici, nelle varie forme (navetta, scale mobili, ecc.);
Incentivazione di parcheggi privati nel centro storico;
Incentivazione di parcheggi pubblici custoditi (di scambio), in zone libere;
Incentivazione degli orari flessibili.
Incentivazione del commercio di quartiere.
Incentivazione dei servizi di quartiere.
Incentivazione residenza-produzione.
Rovesciare il senso di marcia di Spoleto (inquina molto meno).
Studiare un mezzo di locomozione che vada in discesa: personale, piccolo, da noleggiare (skylift urbano).
Possibilità navette elettriche.
Pista ciclabile e percorso pedonale del Tessino dalla Marroggia fino a S. Pietro.
Risalite meccanizzate e/o pedonali da sotto S. Giovanni Decollato, da sotto il Ponte, da Via Cacciatori delle Alpi.
Studiare road-pricing, park-pricing.
Sponsorizzazione aree dismesse.
Riduzione consumo acqua potabile (serbatoi di raccolta)
Istituzione di una persona che vada alla ricerca di finanziamenti.
Istituzione mercato dell’usato nel settore edile.
Non cubare i muri sopra i 30 cm. e le serre solari.
“Opzione zero” per la legificazione comunale.

Tutte queste cose costano. E’ inutile far finta del contrario. Per incentivare queste nuove azioni bisogna trovare dei fondi. Tuttavia il discorso economico va affrontato secondo un’ottica di più ampio respiro. Infatti, perché abbiamo questo obiettivo in testa, e cioè quello di far tornare le persone in centro? E’ solo un vezzo nostalgico? O c’è dell’altro? O ne percepiamo i costi? E di che tipo di costi si tratta? Bisogna essere in grado di dare un costo a questa fuga dal centro, perché altrimenti i nostri tentativi di tornare in centro potrebbero rivelarsi irrealistici. Me lo chiedo realmente: perché dovremmo tornare in centro?

Primo punto: non è detto che questi comportamenti non possano produrre anche un utile. I parcheggi urbani, per esempio, producono generalmente degli utili. Alcune economie potrebbero venire direttamente da questi nuovi modi di vivere la città.

Secondo punto: credo che tornare in città, con tutte le innovazioni di cui abbiamo parlato, consenta di eliminare molti costi collaterali. Certo, sono costi di difficile attribuzione, ma ciò non significa che non ci siano. Il modello di urbanizzazione dispersa ha costi notevoli: di trasporto diretto, di tempo perso nel trasporto, sanitari (gli incidenti, lo smog), urbani (il degrado del patrimonio edilizio), sociali (l’inaccessibilità per disabili ed anziani). Il cruccio è che la maggior parte di questi costi non vengono nemmeno più percepiti dal cittadino. Si tratta allora di trovare qualche modello matematico che ci permetta di individuarli con precisione.

Il modo per incentivare nuovi comportamenti è generalmente duplice: (i) si erogano contributi a favore di, (ii) si detassano le azioni che vanno in quella direzione.

1. Al riguardo volevo segnalare che un modello matematico messo a punto a Oxford ha dimostrato che la tipologia a corte a 3 piani di altezza è capace di una densità elevatissima, che può competere con la città verticale.

 

  • Traccia dell’intervento tenuto a Spoleto nell’ambito di un Convegno tenuto a Villa Redenta 11 luglio 1996
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Prime riflessioni sulla DGR Umbria 41/2018

Si tratta della preadozione di un testo normativo che è volto a  consentire la ricostruzione delle zone terremotate.

Propongo qui alcuni primi spunti di riflessione, postando il disegno di legge con a fianco alcune notazioni.  In questa piccola premessa fuori dal testo invece avanzo due riflessioni generali. La prima è che forse il testo potrebbe prevedere un Titolo per la modifica di alcune leggi e regolamenti regionali in urbanistica, edilizia e materie correlate. Due piccoli argomenti potrebbero essere trattati. Il primo è la possibilità di ripristinare distanze inferiori ai 10 m tra edifici in caso di piani attuativi con previsioni planovolumetriche. E ciò in armonia con l’ultimo comma dell’art. 9 del DM 1444/1968, che lo ha sempre consentito. Il secondo è sulla procedura prevista in questo disegno di legge al co.12 dell’art. 13. Vi si prevede la procedura di contestuale variante sia per la parte strutturale che per la parte operativa del PRG per varianti che attengano sia allo strutturale che all’operativo. Ora, a meno di non limitarsi a varianti che riguardano esclusivamente lo Spazio Rurale, tutte le varianti allo strutturale hanno ricadute anche sull’operativo, essendo legate da un nesso di consequenzialità e di conformità. Mi chiedo dunque se ormai non sia il caso di riportare il PRG a un unico livello di articolazione (come conosciuto con la L. 1150/1942), o allora di mantenere una certa articolazione, riducendo però a UNO il procedimento di approvazione. Si tratta insomma di “plasticizzare” il PRG costruendo già degli elementi più rigidi e degli elementi cedevoli. Non credo di dire cose straordinarie. La LR 1/2015 già prefigura infatti, a fronte di un PRG articolato su due livelli, tre tipi di varianti:

  1. La variante al PRGS ordinaria
  2. La variante al PRGS “semplificata” attraverso procedura ex art. 32 co. 3
  3. La variante al PRGO

Credo che allora sarebbe forse più semplice avere un unico procedimento del PRG, dove si disegna tutto il piano, dove si fa una unica valutazione ambientale e di incidenza (nel caso). Dove si lascia la plasticità del piano su tre livelli e procedimenti differenti. Alcune varianti seguono il procedimento originario di formazione del PRGS: DP, VAS, Conferenza istituzionale. Queste sono limitate a alcuni casi tipizzati, come ad esempio: aumento della superficie occupata dall’insediato, riperimetrazione di vincoli, ecc. Alcune altre hanno un procedimento semplificato ex art. 32 co. 3 e sono limitate ad alcuni casi. Altre ancora sono solo di competenza comunale. In questo modo le previsioni “statutarie” possono resistere un po’ meglio alle consuete esigenze di modificare il PRG, e potrebbero essere poste e approvate con l’aiuto conoscitivo della Regione, senza avere la solita ipertrofia (spesso ridondante), di Quadri Conoscitivi, molto costosi in termini di tempo e soldi per i Comuni, specie per quelli più piccoli.

Infine sarebbe comodo ai fini della lettura evidenziare da subito, nella rubrica, gli articoli che si applicano a tutti i Comuni e quelli che invece restano riservati a Comuni particolari.

DGR n. 41 del 15 gennaio 2018 bmb

Nonostante i governi

Credo che se stiamo uscendo da questo tunnel lungo ormai dieci anni, lo dobbiamo non ai governi che si sono succeduti in questi anni, ma nonostante i governi che si sono succeduti. La mia non è un’affermazione oppositiva: è un’affermazione che deriva dalla percezione di un distacco ormai sempre più evidente tra la società civile e la politica (nel senso nobile della parola). Sì Renzi ha fatto delle buone cose, è un riformista moderato, ma ormai la sua spinta innovatrice ha perso potenza. Roma ha “digerito” anche lui, lo ha metabolizzato, lo ha de-renzizzato. Sicuro, c’è Grillo e i suoi cinquestelle, incapaci di governare seriamente, e quando dico seriamente penso fare i conti con la politica estera e con vincoli di bilancio. Berlusconi che ritorna e che vincerà le prossime elezioni, senza tuttavia capire come fare il governo e con chi dopo di lui. E poi i governi tecnici, che hanno fatto i tagli che dovevano fare, senza nemmeno darci la motivazione di qualche buon ideale. Come se fossero storie già viste.

Ecco, in questi dieci anni c’è stata gente (eroica), che ha tenuto in piedi il sistema Italia. Si tratta di commercianti, di artigiani onesti, di liberi professionisti portati alla fame, di piccole imprese che fanno salti mortali per dare gli stipendi a fine mese ai propri dipendenti, di funzionari e impiegati pubblici responsabili, di contadini che nonostante li facciano restare in casette (le chiamano così: ci sarà un motivo), si alzano alle 5 e vanno a mungere le loro pecore. Tutta gente che ha continuato a pagare le tasse, lamentandosi sì del “governo ladro” (fa parte del business), ma che ha continuato a lavorare, a risparmiare, a pagare gli studi ai figli. Gente che non è fuggita all’estero perché oramai la famiglia è qui o perché non ha avuto il coraggio di farlo. Gente che però ha avuto il coraggio di restare. Gente che è restata con il timone a diritta.

Certo: c’è qualche imprenditore disonesto che non ha pagato alcune tasse, qualche impiegato pubblico che non è un campione di lavoro, qualche contadino che ti vende l’agnello e la ricotta in nero.

Tuttavia, nel complesso si è andato consolidando un tessuto, una rete operosa, che lavora silenziosamente e che riesce a tenere in piedi anche una classe politica in cui forse non si riconosce più, non perché la reputa particolarmente malandrina, quanto invece incapace da una parte di proporre delle visioni e dall’altra di tenere banalmente i conti in ordine. Un tessuto che vede la politica come un male necessario, un’incrostazione sociale, un fenomeno che bisogna sopportare.

Le ragioni di un pannello*

Innanzi tutto grazie a Tecla srl per aver sostenuto questa iniziativa. Oggi non è scontato che un’azienda investa in pubblicità. È ancora meno scontato, e anzi è piuttosto singolare che un’azienda investa in un simile evento, in Umbria. Grazie poi alla segreteria tecnica dell’evento e al prof. Paolo Belardi per la curatela scientifica.
Quando sono stato invitato a questa iniziativa mi sono chiesto chi oggi era il duca, il signore, il principe, l’imperatore. Perché lo studiolo così come lo conosciamo, è riconducibile a una precisa finestra temporale:  l’umanesimo del centro Italia. All’epoca la società era diversa, più piramidale e strutturata di quanto non sia oggi. Per semplificare, vi era un signore, un duca illuminato, colto, carismatico, una piccola corte e poi via via una platea molto meno colta, molto meno sensibile e versata nelle arti, nella letteratura, nella musica ecc. E oggi? Oggi è difficile trovare intorno a noi un duca colto, un signore edotto. C’è un libro molto recente, in realtà, che dimostra come la storia del l’Occidente non sia altro che la storia della perdita del potere, della sua frantumazione, da una o poche persone, a una moltitudine di persone. Dunque il principe siamo noi. E dunque lo studiolo doveva essere portato a noi, a tutti, evitando un suo isolazionismo. Parlando una lingua semplice, fondamentale, o presentando diversi livelli di lettura.
Credo che in quest’epoca la maggior parte di noi sia confusa, che abbia perso molti punti di riferimento, che veda sbriciolarsi intorno a sé istituzioni complesse che magari pensava imperiture. E che quindi abbia bisogno di tornare ai fondamentali. Natalini dice che abbiamo uno straordinario bisogno di normalità, e anche io concordo. E abbiamo bisogno di tempo. Ecco, lo studiolo di una cosa non può fare a meno: di tempo. Lo studiolo necessita e postula la volontà di prendersi un po’ di tempo. Tempo per farsi delle domande, per riflettere, per meditare.

Nel merito: l’Uomo trova il proprio studiolo dopo aver vagato per un po’ nella foresta: una foresta fatta di canne, e quindi di altri uomini. In questa foresta c’è una piccola radura e per terra c’è un pannello con delle fasce colorate, coperto dalla pioggia, o dal troppo sole, da un tetto leggero: giusto un velo. Questo bosco l’ho chiamato “Le bois des pas perdus”: il bosco dei passi perduti. I passi perduti è una bellissima invenzione francese, sociale prima che architettonica. Per semplificare anche in questo caso, diciamo che è un luogo di filtro, di attesa, di sospensione. Ma giocando sul francese, è anche il bosco di coloro che non sono persi, di coloro che non sono più persi.
Le fasce colorate sono disposte ordinatamente una accanto all’altra, una sopra l’altra, una dopo l’altra. Vi è dunque un ordine, che è l’azione propria dell’uomo, o quella che lui almeno crede tale: trovare un ordine, ritrovare un ordine, inventare un ordine.
I colori delle fasce hanno un significato. Poiché occorre ritrovarsi (siamo confusi, erranti, persi), bisogna innanzi tutto capire dove siamo. Siamo qui, proprio qui, in Umbria, al centro dell’Umbria (il pannello non può stare dappertutto: in questo senso non è un oggetto di design, insomma). I colori sono diversi perché sono fasce di legno nostro: quercia, ciliegio, pero, carpine, olmo, orniello, salice, pioppo … Le fasce sono larghe un pollice, nell’idea progettuale. Il pollice fa saltare il metro decimale e ci riporta a una dimensione umanistica della misura, a una precisione confusa, come dice Valéry. È un ritorno al Modulor di Le Corbusier e attraverso di lui a tutta l’antropometria che nasce (o rinasce), nell’Umanesimo.
In realtà, dunque, il pannello non è altro che il nostro mondo. È la rappresentazione e la ri-presentazione del nostro mondo. La differenza sta nel fatto che lo sguardo dell’uomo lo trasforma da semplice territorio a giardino. Le fasce di questo giardino surrealista e distillato sono interrotte da tre eccezioni: delle fasce di colore verde, una fascia di colore rosa, e un cerchio nero.
Le fasce verdi sono disposte secondo un ritmo e secondo una matrice geometrica, forse anche facile a leggersi: partendo dal basso la prima fascia verde definisce un quadrato che ha come lato la base del nostro giardino. La seconda fascia è in ragione di radice di 2, e cioè la diagonale del quadrato. La terza fascia è in ragione di Phi, della Sezione Aurea. La quarta è in ragione del doppio. Tutto nasce dall’uno, come dice l’Alberti, e a questo punto le altre fasce potrebbero essere interminabili, gemmando da queste semplici regole.
La fascia rosa è per riportarci ancora più qui: mi sembra che se c’è un’architettura umbra, se dovessimo fare un pericolosissimo esercizio di sintesi e ricondurre l’architettura umbra a una sola figura, a un solo periodo, direi che l’Umbria è l’architettura romanica. Piccole o grandi costruzioni, ma sempre con un alto valore di massa, di volumi stereometrici, di luce e ombra. Un’architettura di pietra: di pietra rosa. Dalla chiesa di Monteluce di Perugia alla basilica di San Domenico di Spoleto, passando per Santa Chiara ad Assisi, per San Feliciano a Foligno, dalla cattedrale di Todi a Gubbio, io vedo una frequenza della pietra rosa che non trovo più in altre parti d’Italia.
La terza eccezione in questa costruzione di colori è l’occhio nero che ci guarda e ci disturba. È l’imperfezione, è il punto di yin nello yang, è l’incompletezza, il peccato originale. È posto in un luogo che sfugge a qualsiasi ragione topologica e geometrica. Ci guarda, ci ammonisce: in questo è il monumento del nostro giardino.
Le fasce colorate, oltre a essere proprie della nostra palette molto locale, sono anche un ricordo e un tributo ai nostri grandi pittori e artisti, che magari hanno scelto questa terra per lavorarvi. Senza andare troppo indietro, penso a Dottori, a Dorazio, a Tisato. Sopratutto a quest’ultimo, ai suoi legni, alle sue tele tessute, alla sua “umbritudine”. Infine il tetto che copre il nostro giardino. Una semplice lastra con un buco, che lascia passare un solo raggio di sole, un raggio che sul pannello dovrebbe disegnare le sue traiettorie, come una meridiana inversa, così come funziona il Pantheon. Il raggio di luce ci costringerà a seguirlo, e risalendolo si scopre che l’intradosso della copertura è il labirinto della cattedrale di Amiens, al cui centro ho posto quest’oculo.  Ho voluto simboleggiare così un paradosso che mi ha sempre affascinato fin da bambino e che non smette di farlo ancora oggi, soprattutto in estate. Il paradosso, lo choc, la meraviglia è questa: che il Cielo, così limpido, così chiaro, in realtà nasconde misteri insondabili. Questo velo, così leggero,  nasconde più di quanto non riveli. Questa cosa non smette di sorprendermi.

* Traccia per la presentazione del pannello “Lo Studiolo del III° millennio”, a Bastia Umbra, il 5 marzo 2017

Le parole, i generi, la lingua.

Credo che uno dei concetti maggiormente in crisi, nel contemporaneo, sia quello di identità. Da una parte ne abbiamo paura, e vogliamo fonderci con altri, abbattere muri, distinzioni. Dall’altra vogliamo invece sempre più connotare una nostra diversità, che la pubblicità intercetta benissimo. Da una parte vogliamo essere tutti aperti verso lo straniero, il profugo, l’immigrato. Rinunciamo a parti della nostra identità per accoglierlo nel miglior modo possibile. Dall’altra la Boldrini (e altri con lei), ci chiedono di parlare una lingua che io non capisco: ministra, sindaca, presidenta. L’abolizione della differenza sessuale porta, porterà, a una torsione della lingua, a una rincorsa di ciò che succede nella vita. L’abolizione del genere sessuale, anche attraverso una sua moltiplicazione, porterà a una difficoltà della lingua, che investirà pian piano tutto il dicibile. Il genere maschile e il genere femminile avevano senso in un mondo dove noi vedevamo il mondo diviso naturalmente in maschi e femmine. Ma in un mondo in cui questa distinzione così netta non ci sarà più, che significato avrà? Per essere politicamente e “genericamente” corretti useremo solo il genere neutro?

C’è nessuno?

L’emergenza, prima o poi, finirà. E allora bisognerà ricostruire.
Penso soprattutto ai paesi completamente distrutti, e non solo alle singole case, ai singoli fabbricati solo danneggiati, per i quali è possibile immaginare un’operazione di restauro, di recupero, di cura, di manutenzione straordinaria, di innesto, di protesi (le categorie di intervento della L. 457/1978 non colgono più, detto en passant, la complessità degli interventi di oggi).

So che in questo momento occorre lavorare per l’emergenza. Allo stesso tempo occorre anche pensare: pensare a come ricostruiremo.
Ora, a me pare che prima di partire lancia in resta con ruspe e betoniere, sia necessario dotarsi di un progetto (parrebbe quasi ovvio), e soprattutto di un metodo e di una teoria. Non c’è nulla di più pratico di una buona teoria, diceva Kurt Lewin, parafrasando autori più antichi (Leonardo, Seneca, ecc.).
Ho sentito dire da alcuni, riprendendo frasi estrapolate dai media, che il criterio dominante sarà: “Dov’era com’era”.  Questo criterio, applicato implacabilmente, costringerà per esempio a ricostruire anche i bagni in aggetto, sui retri delle case, nei borghi più poveri.
Sarà possibile, poi, replicare tale e quale queste costruzioni? So benissimo che la qualità delle nostre piccole città deriva da una quaroniana “qualità diffusa”, ma sarebbe possibile oggi replicare (clonare) quelle costruzioni? O la veste materica sarebbe solo una pelle, un rivestimento, di una ben più solida struttura in cemento armato o in legno?
La distribuzione interna dei vani, la loro ampiezza, la loro altezza, dovrà essere replicata tale e quale? Ma se dovrà essere modificata, come è possibile pensare che le aperture esterne, e quindi i prospetti, rimarranno tali e quali? Quale modello di città? Quale modello di borgo? Che relazione con un’accessibilità sempre più richiesta? Prenderemo quest’occasione anche per migliorare il comportamento energetico di questi fabbricati? Ricostruiremo i fabbricati industriali alla stessa maniera?

E se dunque ricostruire DECE (Dov’era com’era), non sarà possibile, chi e come deciderà in quale modo ricostruire? Quale sarà la governance? Quali saranno i procedimenti amministrativi? Come verrà ripartita la responsabilità di un’operazione così complessa? Che grado di partecipazione sarà attribuito ai cittadini? Che grado agli enti? Quale sarà l’apporto delle Soprintendenze? Quale il rapporto tra Soprintendenza Regione  Chiesa, Comune? Cosa abbiamo imparato dall’Irpinia? Dal Friuli? Dal sisma del 1997? Da L’Aquila?

Ecco, su questi interrogativi (e sono solo alcuni), dovrebbe riflettere la nostra cultura oggi. Penso ovviamente in prima istanza agli architetti, diventati muti. A parte un’idea approssimativa e generale di Renzo Piano e un coinvolgimento fiduciario di Boeri (coinvolgimento che sembra risolversi nell’approntamento di un modello di scuola), non emerge nulla dal nostro mondo culturale e professionale. Se quest’ultimo è forse ormai stremato dalla crisi e ipnotizzato dall’apparizione di eventuali incarichi, la nostra migliore cultura dov’è? L’Università, le nostre Facoltà (ops!: Dipartimenti)? Gli storici della città, i giornalisti, i sociologi, gli scrittori, i poeti?

La carta è norma. Brevi note a margine di uno scritto di Freyrie.

L’architetto Freyrie, già presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, ha pubblicato sul proprio blog il resoconto di un’avventura capitata a un suo amico, dal quale dice di aver ottenuto l’autorizzazzione a raccontare l’accaduto. Tuttavia, poiché non ci sono nomi o situazioni del tutto esplicite attraverso le quali sia possibile risalire ai soggetti principali, la precauzione appare eccessiva. In ogni caso l’intervento è qui e vi consiglio di leggerlo prima di scorrere le mie note. http://fregisfregi.blogspot.it/2016/09/non-e-un-paese-per-architetti2-la-carta.htm
E’ grave che un noto architetto, come egli è, e soprattutto un ex Presidente del Consiglio Nazionale sembri avallare un’interpretazione diversa da un principio di buon senso che vige in Italia (e in tutto il mondo occidentale): la carta è norma.
Ci mancherebbe che non lo fosse! Dobbiamo deciderci: vogliamo la certezza del diritto? Sì? Ebbene, la certezza passa dalla carta. Se bastasse la parola di un architetto (di un ingegnere, di un geometra, di un assessore), a dire che lì non c’è un fiume ma solo un parcheggio, o viceversa, saremmo davvero un paese straordinario. E avremmo un paese che non esiste, fatto solo di aree vergini pronte alla lottizzazione, tutte in pianura, senza rischi idrogeologici, senza rischi sismici. Mi fermo perché è troppo semplice continuare con gli esempi.
Non sono così sciocco da non capire che ci sia un punto che non va: c’è un disallineamento tra lo stato di diritto (la carta) e lo stato di fatto (la realtà). Il fatto è che questo disallineamento non può essere risolto facendo saltare il nostro affidamento sulla carta.
So che il problema è anche  il tempo che occorre perché uno stato di fatto trovi corrispondenza poi in uno stato di diritto. Un tempo che ci sembra insopportabilmente lungo. E che la vulgata comune lega a una generica burocrazia. Spesso è vero. Voglio solo aggiungere un elemento a quest’opinione diffusa: il tempo è molto lungo perché spesso i procedimenti amministrativi che portano a colmare questo disallineamento prevedono  delle ampie tutele partecipative a favore dei cittadini che vogliono o possono entrare nel procedimento, apportando le loro istanze e valutazioni.
Nel caso in esame il PRG dovrebbe essere aggiornato con il nuovo stato di fatto (e di diritto), e quindi cancellare quelle case. Ma chi può decidere di cancellare? L’Ingegnere Capo (figura mitica e forse da aggiornare un po’)? Il Sindaco? I proprietari di quelle case? Tutti insieme? Solo alcuni? E se qualcuno non è più reperibile? E il terreno deve rimanere ancora edificabile? Quindi le case potrebbero tornare? E’ diventato invece inedificabile? Tutti i proprietari ne hanno avuto conoscenza?
Il tempo che ci sembra inevitabilmente lungo serve a districare, in forma democratica e partecipativa, queste e altre domande, che ho omesso. Il tempo serve a costruire una variante urbanistica di rettifica (se va bene), o una variante urbanistica tout-court.
Questo è il modo (il progetto), con cui la nostra società cerca di risolvere questi problemi.
Il prof. Leoncilli, che ho avuto il piacere per qualche tempo, diceva sempre che un progetto si critica sempre con un altro progetto. C’è?

Paesaggio incontaminato

Esiste una differenza tra il paesaggio stellato e le colline umbre? E qual è la differenza tra una stella cadente e la foto delle particelle sub-atomiche?
A me sembra che il cielo stellato rappresenti la prima dimensione  iper-estetica (contemplativa), del paesaggio.  I primi uomini hanno guardato le stelle con un sentimento di stupore, forse di paura. E sicuramente con un senso di impotenza. Rispetto alla realtà che ha intorno a sé l’uomo stabilisce subito una distinzione tra ciò su cui ha potere e ciò su cui non ha potere. E tra ciò che ha potere su di lui e ciò che non ha potere: tra ciò che influisce con la nostra vita e ciò che non influisce. Il sole è un astro: noi non possiamo niente su di esso ma lui si di noi ha molto potere. Il nostro sguardo è da subito non più innocente. Ma le stelle sono tutte innocenti. Non avevano senso per noi, non influiscono sulla nostra vita. Sono dunque elemento meramente estetico, nel senso più soggettivo del termine. Le nuvole hanno influssi diretti su di noi, con la pioggia, la grandine la neve, l’ombra. Le stelle sono lontane. L’unico esercizio possibile è dargli un senso propiziatorio. La dimensione iper-estetica è insomma questa lontananza, questa impossibilità a trasformare l’oggetto in un oggetto di progetto. Le stelle si pongono allora come primo paesaggio iper-estetico. Per i romantici o gli integralisti dell’ambiente, forse le stelle sono l’unico (ancora per poco) paesaggio incontaminato.
Desiderare. Sembra che nel linguaggio degli auguri significasse “notare la mancanza di stelle”. E cioè delle costellazioni necessarie per trarre gli auspici. Quindi sentire la mancanza di qualcosa.
Galimberti, al Festival della Filovia del 2003 dice che “l’etimologia della parola desiderio ci rimanda al De Bello Gallico. I desiderantes erano i soldati che stavano sotto le stelle a aspettare quelli che dopo aver combattuto durante il giorno, non erano ancora tornati. Da qui il significato del verbo desiderare: stare sotto le stelle ad aspettare”.
La dimensione estetica è invece  quella che riesce a portare l’oggetto dal campo della astrazione a quello della potenza e che riesce a pensare a un progetto su di esso. La dimensione estetica carica di senso l’oggetto e lo rende disponibile alla conoscenza. La dimensione estetica riesce a stabilire dei valori e a evitare che sia tutto territorio. La dimensione estetica del paesaggio rende possibile l’idea di disegno per un territorio. Uso consapevolmente la parola “disegno” e non “progetto” per marcare una differenza: si progetta una vacanza, si progetta una fuga: non si disegna una vacanza, non si disegna una fuga. La parola disegno introduce una componente in più rispetto alla prosa del progetto. La dimensione estetica sottrae al mondo la visione solo territoriale e la qualifica come paesaggistica. Mentre infatti l’uomo guarda al paesaggio che ha intorno a sé come territorio (si dice territorio di conquista e non paesaggio di conquista), è solo la dimensione estetica che riesce a integrare la lettura prosaica, “territoriale”, del paesaggio con quella semantica, con quella significativa, con una lettura di progetto.
Lo sbarco sulla Luna ha comportato allora due cose, tra le altre.
La prima, aver acquistato una conoscenza della Terra come paesaggio intero in sé. Quando Apollo 11 torna dalla Luna, o meglio ancora quando Armstrong guarda la Terra dalla Luna, la fa diventare oggetto di paesaggio. La Terra intera diventa paesaggio.  Ne discende che è la finalità dello studio a determinare quale sia l’ambito geografico da considerare per definire una Unità di Paesaggio (operativa). La porzione delimitata di territorio della CEP diventa IL problema: problema di pertinenza, problema di scala.
La seconda conseguenza è che lo sbarco sulla Luna ha ampliato i confini dell’Uomo e ha reso il firmamento un vero e proprio territorio. Da paesaggio iper-estetico le stelle sono diventate territorio (anche di conquista). Posso fare dei disegni su di esse: posso immaginare dei viaggi, delle modifiche, dei ritorni …
Le stelle cadenti mi hanno sempre fatto pensare, per una sorta di simmetria adimensionale, alle foto di collisioni di particelle sub-atomiche. C’è differenza tra i due fenomeni, a parte l’essere l’una (per noi), una rappresentazione e l’altra no? Dico che la rappresentazione è solo per noi perché magari qualche scienziato ha la possibilità reale di vedere questo fenomeno. E quindi è solo per noi che esso si dà per rappresentazione.
L’altra differenza è forse quella che in un caso noi la produciamo e nell’altra no. Ma anche questa differenza sembra sfumare. Infatti e probabilmente, queste collisioni accadono continuamente nel mondo e siamo forse noi incapaci di vederle.  Riusciamo a vedere solo quelle che riusciamo a produrre.
Andando di questo passo, insomma, anche il mondo sub-atomico sembra avviarsi ad essere paesaggio.
Il che porta a un’ultima domanda, per ora: esiste qualcosa che non sia paesaggio?
Così come siamo sempre, da sempre, immersi in una lingua, così siamo sempre, da sempre, immersi in un paesaggio. Non è possibile uscire dal paesaggio. Da questo punto di vista noi non siamo NEL paesaggio: noi siamo (anche) IL paesaggio.

Valorizzare ancora?

Tutto quello che ho detto finora sulla bellezza del paesaggio non ha molto senso, per Assisi. Il paesaggio assisiate ha già un alto valore. Non ha bisogno di essere ulteriormente valorizzato, se non al prezzo di un rapporto costi/benefici molto duro. La necessità è, semmai, capitalizzare questo valore. Monetizzare, direbbe qualcuno più prosaico di me. La difficoltà sta nel far venire più persone, nel farle restare più tempo, nel farle spendere più soldi, nel far lasciare a queste persone 100 euro sul territorio, piuttosto che 50.
Bisogna dunque rendere questo paesaggio accessibile, sia in termini fisici che virtuali. Più cose si sanno di un paesaggio e più si ha voglia di andarci. Si dice che noi abbiamo il 50% dei beni culturali del mondo. Io non ci credo. Ma anche se fosse vero che ne abbiamo il 30%, vogliamo scommettere che non fatturiamo il 30% del complessivo?
Non voglio prendere esempi facili, ma occorre partire da delle banalità. A fronte di questi mari,
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quello di Rimini è brutto, per rimanere in tema. Ma è evidente che vi è qualcosa che travalica e travolge il solo valore ecologico e ambientale e che fa sì che in Riviera vadano ogni anno milioni di turisti. La Riviera ha valorizzato al meglio le proprie opportunità.
Prendo l’esempio opposto, anzi due. Sono andato due domeniche fa a Collodi con la mia famiglia. Mi sono allontanato un po’ prima della partenza per andare a vedere che cosa potesse offrire il bookshop. A dispetto del nome c’erano pochi libriccini in vendita (non libri), qualche piccola cosa e dei Pinocchio di legno. Non c’era molto altro. Ora, com’è possibile che non vi sia qualcosa d’altro da legare al mondo di Pinocchio? Possibile che a fronte di un parco fatto da Porcinai, da Michelacci  di statue di Marco Zanuso, di Emilio Greco, non vi fosse una pubblicazione su questi autori, su come è stato fatto il Parco? Possibile che non vi siano altri prodotti da legare emotivamente al mondo di Pinocchio? Scarpe, libri, alberi, frutta, formaggio, balene, magia, pesca, giostre dedicate, un parco dell’avventura che sia un parco di Pinocchio e non il percorso vita di Ponte Felcino?
Altro esempio, più vicino a noi. Il Tempietto del Clitunno a Campello. Oggi Patrimonio UNESCO.  Provate a fare una ricerca su internet e vedrete come i risultati siano non sistematici. Provate a fare una ricerca dei testi sul Sistema Bibliotecario Nazionale (OPAC SBN) e vedrete quante poche pubblicazioni ci sono. E la situazione è migliorata di molto in questi ultimi anni. Prima era un problema anche solo visitare il sito. E non mi si dica che le pubblicazioni si rivolgono a un target specialistico. O meglio: lo si dica, perché è vero. Come è vero che chi va a vedere il Tempietto ci va perché è abbastanza interessato. Non è una meta di una famiglia che vuole fare il picnic. Non so quanti rilievi architettonici approfonditi ci siano in Soprintendenza. E quanto questi possano essere accessibili facilmente allo studioso.
Vedo in sintesi due problemi principali:
1. Spesso non conosciamo appieno quello che abbiamo. E non si può valorizzare ciò che si ignora. Lo so, la conoscenza costa. Inutile e stupido dire il contrario. Si tratta di fare una scelta strategica (questa sì una scelta da assoggettare a VAS), culturale prima e politica poi. Noi sappiamo che il nostro sottosuolo è ricco di petrolio, di gas, di litio, ma non vogliamo spendere per sapere dove scavare con maggiore efficienza. O per sapere quali minerali troveremo. Questo è il punto.
2. Non abbiamo focalizzato la nostra intelligenza sul come far fruttare questo giacimento culturale. Finora ci siamo impegnati sulla tutela, credendo che la bellezza in sé avrebbe attirato persone e reddito. Per mantenere la metafora di prima: abbiamo trovato il petrolio, ma non vogliamo fare gli oleodotti. Lo lasciamo lì ad adagiarsi a formare un piccolo lago. Abbiamo trovato il litio, e lo lasciamo lì all’aria aperta, confidando che la sola visione di esso ricaricherà le nostre batterie. Ma non è così. E’ ora forse di allargare l’ottica, di percorrere anche un altro sentiero, di intonare un altro canto. Bisogna vendere (vendere bene), questa ricchezza. Anche in questo campo occorre investire per rendere accessibile questo patrimonio: accessibile sia in senso fisico che virtuale. E poi bisogna metterlo e integrarlo in un sistema in cui i nodi principali della nostra economia vengano toccati. So che apparentemente sto ripercorrendo la filiera T-C-A Turismo Cultura Ambiente. Credo che la differenza stia solo nel cambio di prospettiva: dal focus sulla “produzione” a quello sulla distribuzione (oggi condivisione?), sulla vendita, insomma. Una volta restaurato l’edificio, dobbiamo farlo sapere a tutti. Altrimenti sarà stato uno sforzo vano.

Sul Paesaggio

Grazie agli organizzatori per questa bella giornata di approfondimento. *

A me è stato chiesto di prospettare qualche idea innovativa, brillante, intelligente, su come valorizzare il paesaggio, in 15 minuti, possibilmente 12. Ma vista l’importanza del tema, se avessi avuto idee così brillanti, nuove e trasmissibili in 15 minuti mi sarei candidato anch’io come sindaco. Battuta a parte, il taglio  sarà quindi molto essenziale e forse a tratti anche grossolano.
Ho trovato tre temi che ho riassunto in tre grandi frasi. Non credo di riuscire a svilupparli tutti, quindi qualcuno rimarrà solo come un sasso lanciato nello stagno.
Le frasi sono queste:
La Grande Bellezza
Valorizzare senza conoscere.
Valorizzare sì, ma non il paesaggio

La Grande Bellezza
Incrementare il valore di un  paesaggio è semplice: basta fare cose belle e togliere cose brutte. E’ semplicistico, è naif, ma già qui capite che si apre un abisso di senso, una voragine di convegni, dibattiti, pubblicazioni, ecc. Il richiamo all’attualità (la Grande Bellezza) implica che si possa fare una distinzione tra più gradi di bellezza. Il problema è sempre quello, noto, di come sezionare un continuo, di come si possa valutare un qualcosa di molto concreto e anche allo stesso tempo di molto fluido sfuggente (il tempo, la suono, una curva …). Per praticare questa distinzione ci sono due domande formidabili a cui bisogna saper rispondere. O almeno tentare di rispondere. La prima: come si fa a distinguere il bello dal brutto. La seconda: chi è autorizzato a fare questa distinzione. Chi è autorizzato sia in termini di autorevolezza che in termini di autorità. Capite da soli che la faccenda si complica sempre di più e che trascinano sé molte altre domande, quali ad esempio: noi non siamo più capaci di produrre il bello? O non siamo più capaci di riconoscerlo, di giudicarlo?
E vi faccio subito capire come sia difficile riconoscere la realtà è accettare alcune conseguenze.
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Amalfi

Mentre sulle prime tre vedo un giudizio quasi unanime, sulla quarta qualcuno di voi comincia già ad avere qualche tentazione, qualche dubbio, qualche pausa.

Per togliervi d’impaccio vi faccio vedere come si può rovinare una collina intera, nel centro Italia, con una lottizzazione di centinaia di migliaia di metri cubi, perpetrata scientemente nel tempo, in sfregio alla VAS e alla VIA, realizzando edifici senza fare caso a zone urbanistiche, mischiando edifici specialistici a residenze, intervenendo più volte sugli stessi edifici, e così via.

Questa è la collina prima dell’intervento dell’Uomo ….

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E questa è la collina dopo l’intervento dell’Uomo.

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È una trappola? Una provocazione? Solo in parte. Solo in parte perché io non so se oggi saremmo in grado di valutare serenamente una cosa simile, e soprattutto quel piccolo edificio in primo piano e se avremmo il coraggio di approvarlo in tutte le sedi competenti: Commissione edilizia, Comune, Regione, Soprintendenza, ecc.
Perché se non abbiamo il coraggio, noi ci precludiamo automaticamente il fatto che in futuro potremo avere cose simili. Inutile provare a pensare di fare cose simili, insomma. Bisogna allora guardarsi e dirsi che soffriamo di una sorta di complesso di Edipo architettonico collettivo e generale che ci impedisce di fare cose altrettanto belle. Bisogna guardarsi e dirsi che oggi abbiamo raggiunto il massimo, il climax, come civiltà come cultura, in termini di paesaggio, e che è impossibile aggiungere altro a questo paesaggio. Perché se non ce lo diciamo stiamo mentendo a noi stessi e stiamo mentendo ai nostri figli.
Nel caso della Basilica di Assisi è forse semplice dire che non saremo più in grado. Ma sull’esempio che segue è più difficile.

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E’ una casa deliziosa di Adalberto Libera per lo scrittore Curzio Malaparte fatta a Capri. E’ una casa che vorrei aver fatto. Ma se oggi penso di fare una cosa così il grande occhio orwelliano della Soprintendenza invia subito un elicottero con la SWAT e una camicia di forza. Ma qui non parliamo di cose fatte nel 1230 ma nel 1930: ieri, in termini di paesaggio.

Ancora. Se è impossibile aggiungere e se vogliamo comunque migliorare il paesaggio l’unica strada è “per via di togliere”, come avrebbe detto Michelangelo.
Ma anche togliere si rivela subito irto di difficoltà. Togliere a chi? Per ridare a chi, eventualmente? Togliere con quali strumenti? Con l’esproprio? Con le casse attuali dei comuni? Con strumenti negoziali? Negoziando cosa, oggi? E, punto fondamentale: togliere cosa?
Perché alla fine il problema principale, quello del giudizio, quello della comparazione Albertiana, quello intorno al quale stiamo girando, quello del giudizio sulla Bellezza, rimane integro e inviolato. E invece il punto è lì.
Per cercare di evitare il punto molti colleghi architetti, naturalisti, agronomi, hanno fatto assumere al paesaggio, nel tempo, una vocazione sempre più naturalistica, sempre più ambientalistica, sempre più ecologica. Il paesaggio è stato confuso con il territorio. Il paesaggio è diventato un fornitore di servizi ecologici, che mi sembra una delle più brutte definizioni che si possano dare del paesaggio, in special modo del paesaggio assisiate, del paesaggio umbro toscano, del paesaggio italiano, infine. Perché non dobbiamo dimenticarci che il paesaggio è una nostra invenzione. Se puntiamo il compasso su Perugia con un raggio di 100 km in linea d’aria c’è tutto quello che abbiamo donato alla cultura occidentale in termini di paesaggio: da Giotto a Piero della Francesca, Urbino, il Perugino, Benzolo Gozzoli, Siena, … Ma l’abbiamo dimenticato. Si è voluta marginalizzare la componente estetica del paesaggio. Paradossalmente, tra l’altro, poiché se ammiriamo Assisi, oggi, se ammiriamo la Roma della Grande Bellezza è grazie alla componente estetica e non per i servizi ecosistemici, non per la biodiversità.
E, ancora più importante per noi, si è costruito un discorso disciplinare, scientifico,  sul paesaggio, tutto incentrato sugli indicatori: indicatori di stato, indicatori di pressione, indicatori di risultato, indicatori di risposta. Perché questo?
Primo, perché questo è legittimamente un modo scientifico corretto di avvicinarsi a un fenomeno.
Secondo, anche perché ciò consente di differire, di attenuare la responsabilità culturale, politica, sociale e, in ultima istanza, culturale, della decisione. Se riesco a sezionare quel continuo, se riesco a linearizzare il problema, se riesco a avere delle misurazioni scientifiche, la mia decisione è psicologicamente più semplice, socialmente più facile da far transitare in ogni sede.
Ma questo tentativo riduzionistico sul paesaggio riesce molto male. Il paesaggio infatti integra una dimensione estetica che è impossibile espungere, rifiutare, ignorare. Questa dimensione è impossibile da cogliere con indicatori scientifici. Se il paesaggio integra una componente estetica come ritengo, esso è assimibilabile, per certi aspetti a un’opera d’arte. Come la Divina Commedia o la Flagellazione di Piero. Ma se ancora non siamo riusciti a definire degli  indicatori per stabilire la bellezza della Divina Commedia o della Terza Sinfonia di Brahms forse c’è un motivo. E il motivo è che è molto difficile farlo.
Insomma, di fronte alla bellezza siamo tutti un po’ nudi.
Alla bellezza ci si arrende, quando la si incontra. Come la piratessa  si arrende all’ammiraglio Kwu Lang nel film Cantando dietro i paraventi di Ermanno Olmi.
La bellezza richiede responsabilità, innanzi tutto: bisogna avere il coraggio di giudicare di valutare, di soppesare, la bellezza. Non c’è nessuna rete a salvarci, nessun Piano B, nessun indicatore a cui delegare il compito. La bellezza va difesa. Ognuno deve sentire in sé questa necessità.
Questa componente soggettiva della bellezza ha però bisogno di un riconoscimento sociale, intersoggettivo, di un convenire, per diventare cultura condivisa.
Dobbiamo convenire su alcune cose, sul valore di alcune cose e dobbiamo farlo insieme, spostando la decisione su una nuova architettura istituzionale. Non possiamo più demandare al tiranno, al principe illuminato la scelta, né al dittatore.
Attenzione: non sono un fanatico della partecipazione. Spesso i miei colleghi architetti declinano questa partecipazione in forma di  abdicazione. La partecipazione “dal basso”, sic et simpliciter,  non porta sempre a buoni risultati. Se volete, visto che siamo a Assisi, mi concedo un esempio blasfemo, Ponzio Pilato ha fatto un grande esercizio di partecipazione dal basso, e abbiamo visto come è andato a finire. Occorre dunque una partecipazione “ben temperata”, per evitare di accontentare l’ottica di breve periodo che generalmente contraddistingue la massa. Ben temperata da organismi in cui ci siano persone di alto profilo culturale.

Alla necessità di modificare  la governance necessaria all’oggetto paesaggio arrivo anche da un’altra parte.
Probabilmente molti di voi conoscono la definizione di paesaggio  data dalla Convenzione Europea del Paesaggio firmata da vari stati europei e ratificata dall’Italia nel 2006: “Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;”
La definizione dice ovviamente delle cose culturalmente importanti, così come molto interessante è il preambolo della CEP, mai citata.
Una “determinata parte del territorio” non coincide con i confini amministrativi del singolo Comune. Una banalità, forse. Ma la conseguenza che ne  discende lo è forse meno: le azioni che si fanno sul paesaggio non possono essere fatte da un singolo Comune, nell’ambito del dominio operativo e concettuale di un singolo Comune. O possono essere fatte, ma in maniera molto parziale. Ecco dunque l’esigenza di creare e coordinare nuove forme di governo, di governance, adeguate all’oggetto che si intende governare. Questa necessità di scardinare la governance appiattita sui confini amministrativi è stata sempre sentita e si sono provate altre forme. Da ultimo siamo approdati ai Piani Strategici, e oggi ai Contratti di Fiume e i Contratti di Paesaggio.
Questi contratti si fondano su accordi tra pubbliche amministrazioni, ai sensi di un certo articolo del testo unico degli enti locali che non vi sto a raccontare. Sono accordi volontari. Non hanno in genere garanzie sugli impegni che si prendono. Né hanno scadenze perentorie o penali di qualunque tipo. Non prevedono clausole in caso di rescissione del contratto. Sono dunque impegni politici, programmatici. Producono generalmente degli ottimi risultati in termini di conoscenza cosiddetta “dal basso” e in termini di partecipazione (Quadri conoscitivi, Mappe di Comunità, ecc.). Devono poi essere declinati in progetti operativi e qui incontrano sempre tipicamente dei problemi: soldi e procedure. Devono tradursi in istruttorie, pareri, varianti al PRG, procedimenti amministrativi, bandi a evidenza pubblica, ecc. E qui mi sembra che mostrino una battuta d’arresto. Mi sembra che manchi l’anello finale e conclusivo a questi strumenti.

Se vogliamo continuare a usare questi strumenti, anche per provare a scardinare i limiti dei singoli Comuni, i Contratti di Paesaggio dovrebbero forse trovare una formalizzazione giuridica più stringente, con degli effetti operativi. Mi chiedo se queste forme di Contratto non possano accogliere queste proposte:
Comprendere al tavolo istituzionale e tecnico la Soprintendenza. Oggi la Soprintendenza è il convitato di pietra. Ma essa è ineludibile. Io ritengo che negli anni passati abbia svolto un buon lavoro di tutela, spesso, di argine. Inutile fare battute da Bar Sport. In Soprintendenza lavorano poche persone che si impegnano con grande spirito e con grande passione. Altrettanto spesso si è arroccata su posizioni indifendibili, e qui c’ è poco da fare. E’ comunque, in un momento in cui tutto si sgretola, un’istituzione con una sua solidità. Con essa bisogna concertare il discorso sul paesaggio. Escluderla mi sembra un errore di strategia.
Darsi dei tempi perentori entro cui arrivare a un quadro conoscitivo non ridondante e darsi dei tempi per arrivare a un progetto, a un risultato.
La VAS dovrebbe essere fatta a questo punto sul Contratto di Paesaggio, senza scaricare sui singoli Comuni singole e defatiganti procedure.
Il Contratto dovrebbe essere approfondito fino ai progetti definitivi. O a un livello tale da consentire l’espressione dei pareri urbanistici e paesaggistici.
Il progetto dovrebbe avere la forza dell’Accordo di Programma ex art. 34 TUEL e consentire contemporaneamente varianti al PRG. In modo da poter essere subito operativo.

Come potete constatare, ho finito il mio tempo a disposizione, e quindi mi fermo qui.

* Traccia di un intervento fatto in seno all’incontro Assisi e La Grande Bellezza, tenutosi a Assisi il 1° giugno 2016