Anquetil

 

Papà, sei andato

troppo presto in fuga.

I pochi ricordi

targhe ettometriche

sul ciglio biancastro

nell’avena sativa,

dispersa, ventosa,

bionda indifferente

a file e geometrie.

A volte rincorro

la lunga sagoma

dei tuoi vestiti

in una polvere

di cose che non so.

Un giorno mi dirai

se son stato buono

figlio, uomo, padre.

Le donne della mia vita

Questo otto marzo mi ha spinto a fare una riflessione sulle donne che ho incrociato nella mia vita, le donne che fanno parte della mia vita. Io amo le donne, la loro intensità, la loro bellezza. Quando stava per arrivare il secondo figlio, avevamo deciso che se fosse stata femmina il nome sarebbe stato scelto tra questi tre: Beatrice, Laura, Francesca. Richiamare queste figure mitiche della letteratura italiana ci era sembrato il modo migliore, l’unico modo, per rappresentare degnamente l’essere donna oggi. Poi Pietro, il primo figlio, ci indicò Beatrice senza indugio. E Beatrice fu.
Dunque le osservo,  scruto il loro sguardo, soprattutto quando una donna guarda un’altra donna e decide in pochi attimi se è una nemica o se invece può essere lasciata in pace. Ho avuto poche donne, rispetto alla contabilità stratosferica dei miei amici. Meglio così, d’altra parte: una relazione con me non è facile, non è mai facile.   E poi ho sempre corteggiato donne molto belle. Ho cercato di dare sempre di più di quello che ho preso, o di quello che pensavo stavo prendendo. Ma parliamo delle mie donne.
Una mi ha appena lasciato, e non ho potuto farci molto. Voleva essere indipendente, libera, sincera, a volte crudele. Ha sempre voluto esserlo. Credo di essere stato un suo rifugio mentale. Quando era stanca della sua libertà pensava a me, alla mia tolleranza, e vi si riposava. Ho ricordi molto diversi di lei: alcuni molto tristi e dolorosi, altri molto più leggiadri. E alla fine rimane il suo sorriso, così bello e malin. Credo che mio padre si sia innamorato delle sue caviglie (bellissime) e di quel sorriso così sbarazzino e aurorale. Almeno così mi piace pensare.
La prima volta non c’ho capito niente. Io mi sono innamorato (ovviamente), di questa nave scuola, frutto del Mediterraneo. Lei si è molto divertita, e posso dire che è rimasto un affetto tra noi.
Una l’ho attesa per 19 anni, scrivendole 382 lettere (mai spedite). Pensando a lei, immaginando lei, ho tradito quindi le altre che ho frequentato, che frequentavo. Mi interrogo spesso se questo tradimento non sia anche peggiore del tradimento fisico. Ma le donne (sempre loro), mi dicono di no:  la fisicità è peggio. La lunga attesa ha lasciato intatta la passione e la bellezza in lei. Il giudizio che ne avevo dato nei primi minuti in cui l’ho conosciuta ha attraversato tutto questo spazio senza cambiare: ha resistito tutto questo tempo. Avevo visto giusto. È tornata nella mia vita accettando un ruolo più che difficile.
Con una abbiamo fatto “8 settimane e mezzo”: né un giorno di più né un giorno di meno. Divertente, ma ha lasciato poche tracce.
Una non sa ancora decidere se mi vuole bene o no, e quanto. Non riusciamo proprio a comunicare come vorrei. Lei scrive frasi che non capisco, e che sono dall’altra parte della sua grazia di porcellana.
Una mi ha fatto arrabbiare molto. Continua a farlo, ma ho capito che è impossibile per lei essere altrimenti. La vita è stata già dura e posso solo darle la mia comprensione.
Un’altra mi ha amato e io no.  Forse anche più di una.
Una era bella come una medusa, e infatti sono rimasto pietrificato al primo bacio.
Una era una guida, ed ancora lo è, nei momenti difficili. Veniva dal Monte Catria, con un nome di ballerina d’altri tempi, e mi ha aiutato da lontanissimo a tenere il mio primo figlio, contro tutti o quasi tutti (“Un figlio non porta mai carestia”).
Una mi ha voluto bene, molto, ma mi ha tarpato le ali. Una donna di un carattere e di una determinazione indicibili. Lavoro, studio, educazione, tenacia.
Una mi voleva pagare e è stato un trauma.
Una è stata una donna passionale a cui devo un’iniezione vitale di autostima quando il cielo aveva deciso di cadermi sulla testa. Una donna con la gonna: non ce ne sono più molte.
Una l’ho amata molto, ma dice che non lo ha mai saputo. Aspiravo la sua freschezza di mandarino, i suoi capelli lunghi e forti, ma non l’hai mai capito. Mi ha insegnato tanti anni dopo che essere avanti, con una donna, vuol dire solo essere fuori tempo.
Una mi ha inebriato con candele aromatizzate e un favoloso mondo e linee d’ombra e film e cene. Poi ci siamo lasciati cadere: non saprei dire altrimenti. La magia è finita come un fiore che appassisce: una dissolvenza.
Solo una mi ha ferito. E l’unica ragione che posso immaginare è per non ferirsi di più.
Una si è voluta sacrificare come un agnello al lupo, ma poi, in quel momento, non ha avuto il coraggio di vivere la sua vita.
Una l’ho amata meno di quanto avrei potuto, se l’amore deve ricomprendere anche tutto il resto di una vita a due. Cerco di perdonarmi, per questo.

Le ragioni di un pannello*

Innanzi tutto grazie a Tecla srl per aver sostenuto questa iniziativa. Oggi non è scontato che un’azienda investa in pubblicità. È ancora meno scontato, e anzi è piuttosto singolare che un’azienda investa in un simile evento, in Umbria. Grazie poi alla segreteria tecnica dell’evento e al prof. Paolo Belardi per la curatela scientifica.
Quando sono stato invitato a questa iniziativa mi sono chiesto chi oggi era il duca, il signore, il principe, l’imperatore. Perché lo studiolo così come lo conosciamo, è riconducibile a una precisa finestra temporale:  l’umanesimo del centro Italia. All’epoca la società era diversa, più piramidale e strutturata di quanto non sia oggi. Per semplificare, vi era un signore, un duca illuminato, colto, carismatico, una piccola corte e poi via via una platea molto meno colta, molto meno sensibile e versata nelle arti, nella letteratura, nella musica ecc. E oggi? Oggi è difficile trovare intorno a noi un duca colto, un signore edotto. C’è un libro molto recente, in realtà, che dimostra come la storia del l’Occidente non sia altro che la storia della perdita del potere, della sua frantumazione, da una o poche persone, a una moltitudine di persone. Dunque il principe siamo noi. E dunque lo studiolo doveva essere portato a noi, a tutti, evitando un suo isolazionismo. Parlando una lingua semplice, fondamentale, o presentando diversi livelli di lettura.
Credo che in quest’epoca la maggior parte di noi sia confusa, che abbia perso molti punti di riferimento, che veda sbriciolarsi intorno a sé istituzioni complesse che magari pensava imperiture. E che quindi abbia bisogno di tornare ai fondamentali. Natalini dice che abbiamo uno straordinario bisogno di normalità, e anche io concordo. E abbiamo bisogno di tempo. Ecco, lo studiolo di una cosa non può fare a meno: di tempo. Lo studiolo necessita e postula la volontà di prendersi un po’ di tempo. Tempo per farsi delle domande, per riflettere, per meditare.

Nel merito: l’Uomo trova il proprio studiolo dopo aver vagato per un po’ nella foresta: una foresta fatta di canne, e quindi di altri uomini. In questa foresta c’è una piccola radura e per terra c’è un pannello con delle fasce colorate, coperto dalla pioggia, o dal troppo sole, da un tetto leggero: giusto un velo. Questo bosco l’ho chiamato “Le bois des pas perdus”: il bosco dei passi perduti. I passi perduti è una bellissima invenzione francese, sociale prima che architettonica. Per semplificare anche in questo caso, diciamo che è un luogo di filtro, di attesa, di sospensione. Ma giocando sul francese, è anche il bosco di coloro che non sono persi, di coloro che non sono più persi.
Le fasce colorate sono disposte ordinatamente una accanto all’altra, una sopra l’altra, una dopo l’altra. Vi è dunque un ordine, che è l’azione propria dell’uomo, o quella che lui almeno crede tale: trovare un ordine, ritrovare un ordine, inventare un ordine.
I colori delle fasce hanno un significato. Poiché occorre ritrovarsi (siamo confusi, erranti, persi), bisogna innanzi tutto capire dove siamo. Siamo qui, proprio qui, in Umbria, al centro dell’Umbria (il pannello non può stare dappertutto: in questo senso non è un oggetto di design, insomma). I colori sono diversi perché sono fasce di legno nostro: quercia, ciliegio, pero, carpine, olmo, orniello, salice, pioppo … Le fasce sono larghe un pollice, nell’idea progettuale. Il pollice fa saltare il metro decimale e ci riporta a una dimensione umanistica della misura, a una precisione confusa, come dice Valéry. È un ritorno al Modulor di Le Corbusier e attraverso di lui a tutta l’antropometria che nasce (o rinasce), nell’Umanesimo.
In realtà, dunque, il pannello non è altro che il nostro mondo. È la rappresentazione e la ri-presentazione del nostro mondo. La differenza sta nel fatto che lo sguardo dell’uomo lo trasforma da semplice territorio a giardino. Le fasce di questo giardino surrealista e distillato sono interrotte da tre eccezioni: delle fasce di colore verde, una fascia di colore rosa, e un cerchio nero.
Le fasce verdi sono disposte secondo un ritmo e secondo una matrice geometrica, forse anche facile a leggersi: partendo dal basso la prima fascia verde definisce un quadrato che ha come lato la base del nostro giardino. La seconda fascia è in ragione di radice di 2, e cioè la diagonale del quadrato. La terza fascia è in ragione di Phi, della Sezione Aurea. La quarta è in ragione del doppio. Tutto nasce dall’uno, come dice l’Alberti, e a questo punto le altre fasce potrebbero essere interminabili, gemmando da queste semplici regole.
La fascia rosa è per riportarci ancora più qui: mi sembra che se c’è un’architettura umbra, se dovessimo fare un pericolosissimo esercizio di sintesi e ricondurre l’architettura umbra a una sola figura, a un solo periodo, direi che l’Umbria è l’architettura romanica. Piccole o grandi costruzioni, ma sempre con un alto valore di massa, di volumi stereometrici, di luce e ombra. Un’architettura di pietra: di pietra rosa. Dalla chiesa di Monteluce di Perugia alla basilica di San Domenico di Spoleto, passando per Santa Chiara ad Assisi, per San Feliciano a Foligno, dalla cattedrale di Todi a Gubbio, io vedo una frequenza della pietra rosa che non trovo più in altre parti d’Italia.
La terza eccezione in questa costruzione di colori è l’occhio nero che ci guarda e ci disturba. È l’imperfezione, è il punto di yin nello yang, è l’incompletezza, il peccato originale. È posto in un luogo che sfugge a qualsiasi ragione topologica e geometrica. Ci guarda, ci ammonisce: in questo è il monumento del nostro giardino.
Le fasce colorate, oltre a essere proprie della nostra palette molto locale, sono anche un ricordo e un tributo ai nostri grandi pittori e artisti, che magari hanno scelto questa terra per lavorarvi. Senza andare troppo indietro, penso a Dottori, a Dorazio, a Tisato. Sopratutto a quest’ultimo, ai suoi legni, alle sue tele tessute, alla sua “umbritudine”. Infine il tetto che copre il nostro giardino. Una semplice lastra con un buco, che lascia passare un solo raggio di sole, un raggio che sul pannello dovrebbe disegnare le sue traiettorie, come una meridiana inversa, così come funziona il Pantheon. Il raggio di luce ci costringerà a seguirlo, e risalendolo si scopre che l’intradosso della copertura è il labirinto della cattedrale di Amiens, al cui centro ho posto quest’oculo.  Ho voluto simboleggiare così un paradosso che mi ha sempre affascinato fin da bambino e che non smette di farlo ancora oggi, soprattutto in estate. Il paradosso, lo choc, la meraviglia è questa: che il Cielo, così limpido, così chiaro, in realtà nasconde misteri insondabili. Questo velo, così leggero,  nasconde più di quanto non riveli. Questa cosa non smette di sorprendermi.

* Traccia per la presentazione del pannello “Lo Studiolo del III° millennio”, a Bastia Umbra, il 5 marzo 2017

Le parole, i generi, la lingua.

Credo che uno dei concetti maggiormente in crisi, nel contemporaneo, sia quello di identità. Da una parte ne abbiamo paura, e vogliamo fonderci con altri, abbattere muri, distinzioni. Dall’altra vogliamo invece sempre più connotare una nostra diversità, che la pubblicità intercetta benissimo. Da una parte vogliamo essere tutti aperti verso lo straniero, il profugo, l’immigrato. Rinunciamo a parti della nostra identità per accoglierlo nel miglior modo possibile. Dall’altra la Boldrini (e altri con lei), ci chiedono di parlare una lingua che io non capisco: ministra, sindaca, presidenta. L’abolizione della differenza sessuale porta, porterà, a una torsione della lingua, a una rincorsa di ciò che succede nella vita. L’abolizione del genere sessuale, anche attraverso una sua moltiplicazione, porterà a una difficoltà della lingua, che investirà pian piano tutto il dicibile. Il genere maschile e il genere femminile avevano senso in un mondo dove noi vedevamo il mondo diviso naturalmente in maschi e femmine. Ma in un mondo in cui questa distinzione così netta non ci sarà più, che significato avrà? Per essere politicamente e “genericamente” corretti useremo solo il genere neutro?

Terremoto e ricostruzione

Vorrei fare  alcune considerazioni sul terremoto e sugli effetti che ha sui piccoli borghi del Centro Italia. Avanzerò poi qualche proposta,  solo abbozzata e perciò sicuramente perfettibile. Parto come sempre da cose semplici, su cui convenire e su cui dunque poter fondare almeno una parte del discorso.

Primo: i centri storici del Centro Italia, a parte qualche eccezione, si stanno spopolando. Ciò avviene per una serie di ragioni convergenti che tratteggio così: difficoltà nel poter modificare anche di poco l’aspetto della casa, difficoltà di parcheggi vicini all’abitazione, difficoltà per chi abita ai piani alti e è anziano o genitore con passeggini, assenza di sole, rumorosità, scarsa pulizia, scarsa sicurezza urbana, lontananza dai migliori esercizi commerciali, ecc. Occorrono oggi forti motivazioni per abitare nel centro storico. Il sisma potrebbe essere allora un forte incentivo a abbandonare il centro storico. Se mi trovassi in un piccolo borgo rurale umbro, marchigiano o laziale, in condizioni economiche di sostentamento o poco più, coglierei probabilmente l’occasione anche per un cambio di vita e di lavoro, spostandomi verso Roma o verso l’Adriatico. Se vogliamo impedire questa desertificazione, questo fatto (io lo considero tale, oramai), bisogna riorganizzare e ri-orientare tutte le nostre politiche insediative e sociali.

Secondo: mi sembra che una grande assente, nelle discussioni che si fanno in questi primi tempi sulla ricostruzione, sia la Soprintendenza. Non è questa la sede per infilarsi nel ginepraio della tutela generalizzata o meno dei centri storici dopo le modifiche del 2008 al Codice dei Beni Culturali. Tuttavia il ginepraio c’è e non sarà facile ignorarlo. Resta infatti comunque del tutto impregiudicata la questione dei beni tutelati con provvedimento esplicito, molti dei quali ricadono nei centri storici. Per i beni tutelati il Codice prevede solo la manutenzione ordinaria, quella straordinaria e il restauro conservativo. L’ipotesi della ricostruzione a seguito di un sisma non è contemplata in maniera esplicita. Chi oggi dunque volesse ricostruire un edificio tutelato dovrebbe (al limite), procedere con una fedele ricostruzione o concordare con la Soprintendenza un progetto più ambizioso. Ma la fedele ricostruzione implica attenersi all’ultimo titolo abilitativo (all’ultima licenza, all’ultima concessione), depositato in Comune e in Soprintendenza. E qui, come ben sa chi frequenta queste pastoie, si aprono subito vari problemi: spesso i due titoli (i due progetti), depositati uno presso il Comune e uno presso la Soprintendenza non sono allineati. Spesso nessuno dei due progetti è allineato con la realtà, con lo stato di fatto ormai consolidato da anni e anni. Immagino che potrebbero sorgere poi dei problemi circa la prevenienza di chi ha costruito prima rispetto a quello che vorrebbe farlo dopo, con la coda velenosa delle distanze legali da rispettare. La faccio breve: questa strada autonoma è quasi impercorribile. Bisognerà procedere a dei Piani di Ricostruzione, da concordare quindi con la Soprintendenza. Prevarrà il criterio del DECE (dov’era com’era), o si coglierà l’occasione per migliorare la qualità di questi borghi? Si dirà fin d’ora che è impossibile migliorare la qualità di questi borghi? Si valuterà caso per caso? E con quali mezzi e uomini il MIBACT farà fronte a questa mole di lavoro? Con quali tempi?

Terzo: il sisma,  è chiaro ormai, deve entrare a far parte della nostra condizione ordinaria. Ha tempi di ritorno così brevi che è meglio considerarlo sempre presente.

Alcune proposte.

Primo: la prevenzione in casa e  nei luoghi di lavoro. Bisogna abituarsi a prevedere un minimo kit di sopravvivenza in questi luoghi. Spesso il terremoto viene di notte o comunque richiede di passare delle notti in situazioni veramente difficili. Forse potrebbe essere utile abituarsi a tenere un minimo sacco con un vestito comodo, dell’acqua, una torcia, un trasmettitore radio, altri sistemi di trasmissione di segnali, ecc. Bisogna abituarsi a buone pratiche di sopravvivenza, automatizzate attraverso simulazioni costanti e verosimili. E questo a casa, a scuola, al lavoro, nei luoghi destinati a pubblici spettacoli.

Secondo: costruire nuove case con criteri antisismici e adeguare quelle esistenti. La prima parte della frase è banale , forse. Chi oggi costruisce senza seguire la normativa sismica sta facendo un abuso edilizio, è un pericolo per sé e per gli altri ed è probabilmente un evasore fiscale. La seconda parte della frase è probabilmente più interessante. A questo proposito l’idea di Renzo Piano mi pare modesta perché non tiene in conto il fattore finanziario. Tutti farebbero lavori di adeguamento sismico se avessero abbastanza soldi, e non so che tipo di incentivi sistemici e programmati si possono mettere in piedi lasciando la tempistica in mano ai privati. Attendere il passaggio di proprietà per cercare di obbligare a fare simili lavori avrebbe come effetto quello di rallentare le transazioni.  Il punto più interessante sarebbe “ingegnerizzare” un procedimento finanziario che consentisse da una parte di mettere in sicurezza il patrimonio immobiliare e dall’altra facilitare le transazioni immobiliari, senza influire troppo sulle loro tasche.

Terzo: la ricostruzione dei borghi. La mia proposta,  di medio termine, è che i borghi a più alto rischio sismico vengano svuotati scientemente e preventivamente dai propri abitanti per poter procedere all’adeguamento sismico e alla ricostruzione dei centri. Eliminando il tabù o la pregiudiziale del DECE. Ipotizzando anche delle demolizioni.  E’ vero che i centri storici hanno spesso una loro “qualità diffusa”: è vero anche che questa qualità può essere mantenuta o aumentata, con un buon progetto. Questo piano complesso deve prevedere la partecipazione dei cittadini, della Regione, del MIBACT, a vario titolo e con varie modalità. Lo Stato dovrebbe ingegnerizzare e costruire un procedimento finanziario che consenta operazioni di rigenerazione con un effetto salutare sull’economia locale e non solo, facendo leva sulla possibilità di programmare lavori significativi e facendo leva su economie di scala. Il cittadino dovrebbe essere comunque chiamato a collaborare finanziariamente o patrimonialmente al l’attuazione di questo piano complesso.

Il Comune dovrebbe fare un piano di alloggi-parcheggio dove sistemare temporaneamente i cittadini, nel patrimonio invenduto e sfitto della prima periferia o pianificando delle piccole espansioni con case prefabbricate. Le case prefabbricate devono essere standardizzate (in questo concordo con renzo Piano), e quindi a basso costo o riciclabili. Per eventuali espansioni il Comune dovrebbe fare un piano di esproprio dell’eventuale terreno agricolo a prezzo agricolo o perequando con capacità edificatorie o detassazioni. Le espansioni dovrebbero essere consentite in deroga alle leggi sul consumo di suolo e in deroga alle leggi e patti sui vincoli di bilancio del Comune. I centri più grandi possono attuare questo piano per stralci, in modo da far continuare la vita all’interno della città.
Il piano può prevedere anche demolizioni. Chi non vuole rientrare nel borgo deve dichiararlo al momento dell’approvazione del piano. In questo modo egli ha diritto a vedere cristallizzato il proprio diritto a edificare lì dove era stato sistemato transitoriamente, continuando a vivere nella casa prefabbricata o trasformando la stessa come più gli aggrada. In questo modo egli acconsente che la sua proprietà all’interno del borgo passi al Comune, che ne può disporre come meglio crede. Il Comune può destinare l’immobile a verde, a piazza o ricostruirlo e affidarlo gratuitamente a persone bisognose.
Nel caso in cui il cittadino assegnatario della casa prefabbricata intenda rientrare nel borgo una volta realizzati gli interventi, egli deve lasciare senza ritardi la casa prefabbricata, che ritorna nella piena proprietà del Comune, che la può riassegnare o demolire.

E’ evidente che un Piano simile può funzionare solo con la cabina di regìa e con la potenza finanziaria dello Stato. Ritengo che un Piano così ambizioso potrebbe essere in grado di produrre ricchezza più di quanta ne consumi. Potrebbe ambire a ricostruire un tessuto sociale e identitario, capace anche di integrare buona parte del flusso migratorio a cui siamo e saremo sottoposti.

Ultimi tabù di fine stagione …

Ho sempre pensato che alcune nostre costruzioni culturali fossero fondate sul dato naturale. Oggi invece stiamo andando verso una società in cui il dato di natura (ed è veramente un dato), è completamente rimosso, o del tutto subordinato al “dato” culturale. Mi sembra un errore e cerco di spiegarne il motivo, partendo dalle cose semplici.

L’amore è amore e quindi non può esservi distinzione tra maschi e femmine di fronte alla volontà di stare insieme. Bene: lo accetto, andiamo avanti.
Se è giusto legalizzare il matrimonio gay, sono convinto che sia giunta l’ora di legalizzare anche la poligamia. Se infatti non bisogna discriminare sul sesso, non vedo perché occorra discriminare sul numero. Ovviamente poligamia intesa sia come poliginia che come poliandria. Ovviamente anche con sessualità cosiddetta di ritorno (maschi che diventano femmine e poi ci ripensano), o con nuove sessualità (shemale, ecc.).

E, poiché ormai la scienza ci consente di evitare facilmente gravidanze indesiderate, e la cultura nascite indesiderate, è evidente che il prossimo limite a dover essere infranto, per realizzare una cultura moderna e non discriminatoria, è quello dell’incesto. L’incesto è infatti un tabù (una costruzione culturale), che trovava il suo fondamento sul dato naturale. Se questo aspetto può essere del tutto ignorato, non c’è motivo di tenere in piedi una simile costruzione.

Anche la pedofilia è tutta da ripensare. Non si vede perché non possa andare con un bambino o una bambina di 10 anni. A quella età hanno meno diritti di noi. Dite di no? Ma a qualche ora dalla nascita non ne hanno affatto: infatti li possiamo sopprimere. Immagino quindi che ci sia una certa proporzionalità tra l’età anagrafica e i diritti. I figli nati da fecondazione “scientifica”non hanno diritto di sapere chi sono i genitori (o una parte dei genitori). Non c’è bisogno di andare avanti: è del tutto evidente che a 8/10 anni hanno pochi diritti. Se l’unico limite è quello tecnico, allora, bisogna solo stare attenti a non scendere sotto certi limiti per non creare “danni” non recuperabili.

L’anzianità ne esce sotto una luce diversa. Perché mantenere in vita gente che sta in piedi solo perché riempita di medicine? Perché mantenere in vita, con costi stratosferici per noi tutti, gente che ha fumato tutta la vita, che ha bevuto, che ha mangiato patatine fritte tutta una vita? Non c’è alcuna ragione culturale per fare ciò. A morte i ciccioni! Liberté, égalité, crudités!

Io metterei in conto anche un sano cannibalismo. Infatti non si comprende il motivo del perché si debbano maltrattare e uccidere animali quando ci sono già tante persone che muoiono ogni giorno. Risolveremmo così anche i dubbi di coloro che scelgono la cremazione perché non intendono consumare suolo o inquinare con la loro presenza corporea, ancorché in putrefazione.

Le mie sono provocazioni? Forse. Meno di quanto si possa credere a prima vista.

Chi critica le mie posizioni conservatrici (ok: bigotte, bacchettone, farisee, reazionarie, ecc.) sul mondo gay, sull’aborto, ecc., lo fa dall’alto di conquiste culturali, lì dove tutto è negoziabile.
Io sto solo facendo quello che faccio da una vita: una mossa di Aikido. Li porto lì dove li condurrebbe la loro foga. Solo più in fretta.

Caro Andrea,

il tuo nome è molto rappresentativo e importante: lo prendo quindi come se tu, appunto, rappresentassi una buona parte dell’opinione pubblica di oggi (maggioritaria, a mio avviso). Devo premettere anche, a favore dei pochi che ci leggono, che tra noi c’è un ottimo rapporto, che consente di dirci le cose più crude e polemiche senza la paura di perdere l’amicizia.
Nel mio ultimo intervento ho fatto delle riflessioni forse dure e impopolari che cerco di riassumere sinteticamente qui sotto, e che portano a delle domande semplici.
1. La non-violenza assoluta, appannaggio di pochi uomini nella storia, implica il dover accettare, come estremo sacrificio, non tanto la propria morte (in fondo più facile), quanto la morte della propria moglie o del proprio figlio. Se non si è in grado di accettare questa condizione radicale, si torna nel campo della violenza moderata (o della non-violenza moderata, se vuoi). Io ammetto di non essere in grado di accettare questa condizione. Piuttosto che lasciar uccidere mio figlio e assistere allo spettacolo, io ucciderei il nemico. Tu?
2. Ritengo che continuare a vivere così, come se dal 2001 in qua non fosse cambiato nulla, nel mondo, sia un errore. Come se il nostro rapporto con le comunità musulmane non avesse bisogno di un ripensamento. C’è gente che sta uccidendo civili inermi in giro per le varie capitali e maggiori città occidentali. Ritengo che i prossimi obiettivi saranno Milano e Roma. Vorrei evitare di morire nella metro di Milano o in Piazza San Pietro. Tu?
3. Cerco di capire chi è il mio nemico e cosa vuole. E parto da quest’ultimo punto perché aiuta a fare chiarezza. Molti commentatori parlano di terrorismo. Solo che i terroristi che ho conosciuto avevano un obiettivo politico: liberazione di compagni imprigionati, presa formale del potere, il ritiro di un esercito da un certo posto,ecc. Qual è l’obiettivo politico strategico di questi signori?
4. Chi è il mio nemico? Cerco dei tratti comuni, delle analogie. Sono solo degli psicopatici isolati, con malattie mentali?  Come il padre di famiglia che uccide la moglie in un raptus di fine luglio? Mi sembra una tesi insostenibile. Ci sono dei fatti statistici che assumono una certa rilevanza. Questi soggetti dicono tutti di professare la fede musulmana. Che poi lo siano o meno è un fatto che accerteremo dopo. Si vogliono distinguere e identificare dicendo così. Uccidono civili inermi. Sono quasi tutte azioni suicide. Sono immigrati anche di seconda generazione. Non fanno ostaggi vivi. Non vogliono negoziare. Non chiedono soldi. Non chiedono armi. Vogliono fare molti morti e avere molta risonanza mediatica. Fanno azioni in luoghi o date significative. Molte di queste azioni sono rivendicate dall’Isis.
5. Forse alcuni miei amici capiscono molto meglio di me il mondo arabo. E’ probabile. La mia paura è che la loro comprensione, alla fine, sfumi nella giustificazione. Li abbiamo sfruttati, abbiamo usato il loro petrolio, vendiamo loro le armi, ecc. Non sono affatto d’accordo su questo punto, come puoi immaginare. Lo lascio passare solo per arrivare a un altro punto che mi sta più a cuore. Che è questo: ho paura che questa giustificazione porti poi all’abitudine, all’inerzia, alla passività, all’indifferenza. Questa giustificazione porterà ad altre centinaia o migliaia di morti. Parigi, Dacca, Bruxelles, (sospendo Nizza, di cui non siamo certi, a oggi). Poi sarà la volta di Milano e poi di Roma. A te va bene?
6. Se è no, come spero, allora non capisco le tue proposte: marcia mensile della pace, veglie di preghiera in Piazza San Pietro,  concerto in Piazza  Duomo, ritiro di tutte le truppe occidentali dal medio oriente, paga sindacale per tutti i dipendenti del Bangladesh, bomba atomica su Israele, resa incondizionata e sottomissione al Califfo? Che cosa vuoi fare? Non ti rendi conto che qui c’è un silenzio assordante del mondo arabo? E di una buona parte del nostro mondo? Qualche musulmano dice che non si vuole dissociare da questi terroristi, perché non si è mai associato. Se vogliamo giocare con le parole, possiamo andare avanti un bel po’. La rendo più facile: non è una società. Non siete associati, è vero. Qui c’è solo qualcuno che firma assegni con il tuo nome  e che ti prosciuga il conto. Ci vai in banca a dire che non sei tu? Quelli che fanno gli attentati non sono tuoi soci. Bene. Quelli che lapidano le figlie perché adultere sono tuoi soci? Sono “veri”  islamici o no? Perché se nemmeno quelli sono dei veri islamici bisognerebbe tornare in banca. Quelli che buttano i gay dai palazzi sono veri islamici? Perché anche in questo caso, forse, bisognerebbe tornare in banca. Mi fermo.

Io non ho tutte le risposte. Non so nemmeno se ne ho qualcuna valida. So che mi interrogo molto, cerco di capire. A fronte di questi temi, a fronte delle mie domande,  tu mi fai la cortesia di rispondere con una citazione, che mi pare un modo elegante di fuggire. Etty Hillesum è morta, come i suoi genitori e i suoi fratelli. E oggi altri ebrei farebbero la stessa fine, con l’Isis al potere. Tu saresti in grado di lasciar fare, ancora una volta, tutto quello che è stato? Lasceresti ripartire quei treni? Solo per aderire a un’idea di pace e di religione che ritieni la più giusta? Io non ne sono capace, lo confesso.

Un abbraccio, come sempre.

L’indifferenza

Parto come sempre da un luogo comune: tutti amiamo la pace. La pace intesa come assenza di guerra, come condizione opposta alla guerra. Ora, la pace non implica necessariamente un mondo perfetto. Sotto il mantello della pace può regnare un mare di ingiustizia, di iniquità, di dolore. La schiavitù può benissimo continuare a esistere in un mondo dominato dalla pace tra le nazioni, per esempio. Si tratta allora di rimettere i valori fondamentali della civiltà in un quadro di coerenza e di gerarchia.

Credo che la giustizia sia un valore più alto della pace, per esempio. La reciprocità, la simmetria, la libertà d’espressione, anche.
Si confonde spesso la pace con la non-violenza. E’ bene soffermarsi un po’ su questi concetti. Come diceva Gandhi, c’è una non-violenza del forte e c’è una non-violenza del debole. La non-violenza del debole porta solo (e più velocemente), alla vittoria del più forte. Gandhi stesso era critico di fronte a questa forma di non violenza. Gandhi prestò servizio militare, in giovane età, senza mai rinnegare quel periodo.
C’è chi decide di esprimere la propria opinione, di prendere posizione rispetto a un tema accettando di pagarne tutte le conseguenze. Potrebbe anche morire pur di non rinnegare una propria convinzione. Il non-violento preferirà essere ucciso piuttosto che fare del male ad altri. Può essere un codardo o può essere un santo, un martire. Visto nell’ottica di lungo termine del cambiamento necessario, la sua azione può avere effetti diversi. Se infatti non c’è nessuna cassa di risonanza mediatica, il suo gesto rimane quasi privo di effetti. Un debole è morto: il forte continua il suo cammino, più forte di prima. Se il sacrificio del debole rimane sconosciuto, esso sarà stato del tutto vano. Se invece il suo gesto ha qualche influenza su altre persone, avrà in parte raggiunto il suo obiettivo.
Se la sua ostinazione riguardo alla non-violenza implica mandare a morire altre persone innocenti a lui vicine (o anche meno vicine), occorre “pesare” le morti. Meglio uccidere un soldato nemico o lasciare che uccidano mio figlio perché io non voglio fare violenza? Io non uccido, ma altri uccideranno, anche a causa della mia inerzia. Non voglio fare personalmente violenza, ma lascio che gli effetti della mia azione siano molto violenti, anche su persone che non sono direttamente responsabili o corresponsabili delle mie decisioni. Vi è qualche superiorità morale in questa scelta? Chi vuole la pace attraverso la non-violenza deve essere disposto a sacrificare suo figlio (e i figli degli altri), pur di non far male all’altro. Qualcuno di voi è pronto a questa estrema coerenza? Io no.
Ma se uno non è disposto a questo sacrificio non può parlare di non-violenza: sta solo aspettando che altri facciano il “lavoro sporco”.
Il non-violento (forte), usa il suo corpo in maniera violenta. Lo sciopero della fame, della sete, il darsi fuoco non sono forme violente? Il monaco buddista si dà fuoco di fronte a tutti e non in fondo alla sua cella. Egli crede che la violenza che egli fa a se stesso sarà utile e che grazie a questo sacrificio, egli eviterà altre sofferenze. Gesto eroico, forse. Violento, sicuramente.
Esistono poi delle forme di lotta cosiddette non-violente: la resistenza passiva, il sabotaggio, il boicottaggio, e tutte le altre tecniche di lotta teorizzate da Gandhi (e altri, dopo di lui), per ristabilire la giustizia. Sono appunto tecniche di lotta. Qualcuno, da qualche parte, accuserà dolore per le mie scelte, per le mie azioni non-violente. Un embargo è una tecnica non-violenta, se volete: una forma estrema di boicottaggio. Un embargo di medicine è per esempio un bell’esempio di lotta non-violenta portata alle estreme conseguenze. Pensate ancora che questa forma di lotta sia indolore? L’embargo non è già invece una forma di guerra? L’assedio di una città e la sua morte per fame e per sete, pensate sia una tecnica di guerra violenta o non violenta? Il boicottaggio di interi prodotti di una nazione pensate non abbia ripercussioni forti, incisive, dolorose, su una nazione? Quello che voglio dire è che non esiste una facile e radicale distinzione tra la pace e la guerra, tra forme di lotta non-violenta e forme di lotta violenta. Alla fine c’è una gradualità delle forme di lotta, che sono sempre violente.
Pensate che la lotta non-violenta (così si chiama, anche se sembra piuttosto un’antinomia), possa risolvere tutti i problemi, quando nemmeno Gandhi lo pensava? Pensate che il digiuno assoluto avrebbe salvato gli ebrei dallo sterminio? Hitler si sarebbe commosso di fronte allo sciopero della fame o della sete?
Bene, allora bisogna trarne le conseguenze: a ogni livello di tensione, di conflitto, a ogni scenario di lotta, si addicono strategie, tecniche e tattiche differenti. Si va dal dialogo interculturale al terrorismo, dall’embargo alla guerra. Possiamo negare questa cosa, possiamo non accettarla. Purtroppo a me sembra che non cambierà molto.

Per tornare all’attualità, l’ISIS è più vicino a Hitler che non all’impero britannico di inizi ‘900. L’Isis non si fermerebbe davanti al nostro sciopero della fame. L’Isis non si fermerà di fronte ai nostri concerti per la pace.

Chi non vuole militarizzare il conflitto ora è perché ritiene che i morti non siano ancora sufficienti. Chi non vuole adottare misure particolari ora è perché ritiene che vada bene tutto così come va ora. (Per il bunga bunga di Berlusconi ci fu una quantità di persone in piazza con il cartello “Intercettateci tutti”: oggi, che questa restrizione della libertà personale avrebbe un senso leggermente più utile, non se ne vede uno.) Chi non vuole cambiare nulla del nostro rapporto con la cultura islamica è perché ritiene che i morti non siano ancora sufficienti. Quando finalmente i morti causati dall’Isis raggiungeranno e valicheranno una indeterminabile (ma certa) soglia di sensibilità comune, i governi occidentali saranno pronti a usare molta forza e molta violenza per difendere alcuni nostri valori.
Valori che crediamo fondamentali per la nostra civiltà: tolleranza, libertà di espressione, libertà sessuale, libertà genitoriale, diritto a un giusto processo, ecc. Chi non si riconosce più in questi valori è ancora libero (in occidente), di disprezzarli anche pubblicamente: è ancora libero di uscire da questo consesso e di opporvisi. Da altre parti tutte queste libertà non sono concesse. Valori che andrebbero difesi con molta forza e determinazione ora.

Mancano le parole?

Sembrano sfuggire le motivazioni per cui questi ci uccidono. Alcuni miei amici mi dicono che non è una guerra di religione, che il Corano non chiede di uccidere gli infedeli. Altri mi dicono invece che il Corano chiede di uccidere, come fa la Bibbia, che è molto violenta. E che quindi è solo una lettura non mediata del testo che conduce a questi esiti. E che implicitamente anche una lettura “scolastica” della Bibbia condurrebbe agli stessi esiti. Fatto sta (e i fatti sono ostinati), che questi signori dalla bande nere fanno un test: o sai questo versetto del Corano o muori. Ci sono anche coloro che sono molto più prosaici e che non fanno test: dicono solo “Allah è grande” prima di farsi esplodere, avendo cura di scegliere un posto frequentato. Dal loro comportamento dovrei dedurre che più persone muoiono e più Allah è grande. Non lo farò. Un Dio così non merita nemmeno una deduzione di second’ordine.

Seguo ancora il ragionamento di alcuni amici che mi dicono che ci sarebbe un Islam radicale e intollerante, e un Islam moderato e tollerante. Che tuttavia è del tutto invisibile e silente. O troppo tollerante: nel senso che tollera tutto, anche l’abuso del nome del suo dio. Se questo Islam moderato esiste bisogna chiedersi perché non si manifesta, perché non protesta, perché non si indigna. Un primo motivo è da rintracciare nella paura. Paura di essere torturati, uccisi. Paura che facciano lo stesso ai loro figli e mogli. Non è facile manifestare il proprio dissenso in quei paesi. Detto di passaggio, questo dovrebbe essere un valore con il quale pesare la nostra reciproca convivenza. Ritengo anche che questo Islam moderato a volte sia connivente con quello radicale e che in fondo l’Isis faccia un po’ di lavoro sporco: una lezione a questi occidentali benestanti bestemmiatori ogni tanto ci vuole. Perché non esiste un Islam radicale da una parte e un Islam moderato e buono dall’altra: esiste, come sempre, una ampia area grigia, in cui si è moderati ma non troppo.

Non è una guerra di civiltà, perché esiste un Medio Oriente e un Islam che è in grado di integrare e di integrarsi con la nostra civiltà. Non è una guerra di cultura, per le stesse motivazioni.

Alcuni mi dicono che è una guerra di matrice post-colonialistica, poiché li abbiamo troppo a lungo sfruttati e quindi è giusto che questi si vendichino.  A Dacca sfruttiamo i loro bambini e quindi queste ritorsioni sono giustificate. Non condivido questa tesi. Innanzi tutto il nostro sfruttamento consente di portare un po’ di ricchezza in quei paesi, nei quali in assenza delle nostre fabbriche lo sfruttamento avverrebbe in termini ancora più atroci e silenziosi, in un mondo rurale di grande miseria. I nostri marchi si arricchiscono, è vero. NOI ci arricchiamo, i nostri manager, i nostri imprenditori, i nostri azionisti. In termini generali anche loro si arricchiscono. Possiamo accettarlo, cercare di affievolire queste disuguaglianze o rifiutare con coerenza questo modello è cominciare a boicottare molti dei nostri prodotti.

In secondo luogo i foreign fighters dimostrano che se i nostri giovani e baldanzosi rampolli partono dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia, forse la matrice colonialistica c’entra poco.

In terzo luogo (e Dacca lo dimostra in maniera palese), gli inner fighters non sembrano farlo per motivazioni economiche e soprattutto non de-colonialistiche. Chi ha ucciso a Dacca non ha lavorato nelle fabbriche delle multinazionali.

Che tipo di guerra è dunque? Ci mancano le parole? È diversa dalle altre guerre? O abbiamo paura di pronunciare vecchie parole? Le motivazioni di questi terroristi sono forse più complesse e non hanno una sola matrice: religiosa, ideologica, economica. Forse le motivazioni si sommano tra loro, si intrecciano, si sovrappongono, si rincorrono, si amplificano. Convergono però tutte verso un comportamento e un obiettivo chiaro: il potere: il comando. Mi sembra che vogliano imporre il loro modello di vita, i loro valori. E che siano disposti a usare la forza per imporli. Chiedo a chi mi legge di fare un piccolo esercizio di fantasia. Ammettiamo che questi signori siano giunti infine al comando, dopo qualche testa tagliata e dopo qualche conversione, più o meno spontanea. Ecco, chiudete gli occhi: siamo già in un mondo islamico: pensate che vi lasceranno pregare il vostro Dio della croce? Pensate che potrete ancora leggere gli stessi libri che leggete adesso, guardare la stessa TV, ascoltare la stessa musica, mangiare la stessa carne, bere lo stesso Chianti? Pensate che potrete ancora sfilare a Roma con i carri del gay pride? Pensate che Vendola e compagno potranno accudire un bambino dopo averlo preordinato dall’altra parte del mondo? 

Io credo di no.

La domanda è allora questa, per ognuno di noi: a cosa sono disposto a rinunciare pur di non riconoscere che questo Islam radicale vuole il comando e che se ne frega dei miei valori di dialogo, di tolleranza, di integrazione, di libertà? Pensate che questo Islam si piegherà perché cantiamo “Imagine” di John Lennon, perché facciamo un minuto di silenzio a scuola, perché giochiamo al pallone con una fascetta al braccio? Pensate che l’Islam moderato fermerà l’Islam radicale? E come? Anch’esso con le fascette al braccio? Io credo di no.

E quando intenderebbe fermarlo? Quanti morti occorrono perché l’Islam moderato fermi ed estirpi questo male? Io ritengo, purtroppo, che se non è stato in grado di farlo finora è perché è strutturalmente incapace di farlo o perché non vuole. In entrambi i casi non ci salverà. O allora speriamo che l’Islam moderato diventi meno moderato e che si rivolti a queste bestie? Pensiamo di lasciare a loro l’incombenza di farsi la guerra? Se noi la facciamo non va bene, perché siamo una civiltà superiore. Se la fanno tra loro, la cosa è più tollerabile. Se la guerra la fanno altri, la cosa è sempre più tollerabile.

Noi non vogliamo più difendere i nostri valori perché ci siamo abituati al fatto che prima o poi qualcun altro lo farà per noi. Noi non vogliamo più difendere i nostri valori perché finora reputiamo che queste cose non sono reali: sono toccate ad altri, non a noi. Succede da un’altra parte, non qui. Noi vediamo gli Europei di calcio, andiamo al mare …

Non difendere i propri valori non è tolleranza, in questo caso: è un lusso, una vigliaccheria, un esercizio di cinismo.

Io non dico che bisogna andare per forza e subito in guerra “boots on the ground”. Esistono forse altre strategie, che però passano tutte dalla parte opposta del “non fare nulla”. Né credo che la pace sia sempre la miglior condizione possibile: vi sono delle paci che nascondono grandi ingiustizie. A volte la violenza porta più uguaglianza della pace. E sulla violenza della lotta non-violenta di Gandhi magari parlerò un’altra volta.