Ora che

Ora che la bella

stagione è passata,

ve li ricordate, li

sognate mai i campi

pari, biondi, d’oro,

di grano vedovo,

senz’un papavero?

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Spoleto #2

Monteluco era l’estate, i cocomeri, le rincorse con le pistole a acqua.

Monteluco era l’estate interminabile, le lunghe camminate per arrivarci, con mio zio Claude. Salendo ci faceva cantare un ritornello francese: “Un kilometre à pieds ça use, ça use les souliers; deux kilometres à pieds ça use ça use ….”. Una canzoncina che non aiutava affatto, e che faceva venire solo una gran sete. Ma a lui piaceva e credo si divertisse a farcela cantare a lungo.

Spesso portavamo con noi un cocomero, comprato il giorno prima. Partivamo molto presto: alle 5, alle 5,30. Una volta arrivati in cima lo mettevamo a bagno nella fontanella proprio all’inizio del bosco. Un’acqua freschissima, allegra, che cancellava in un attimo la fatica fatta per arrivare. Più tardi lo avremmo divorato insieme a qualche panino. Appena finito ci si bagnava tirandoci le scorze del cocomero, o allora con le pistole a acqua. Piccole pistole che bisognava ricaricare troppo spesso e che, immancabilmente, schizzavano di sghembo un filo d’acqua, sicché era inutile prendere la mira. Poi c’era il prato, dove giocare al pallone, guardare le prime ragazze, capire il gioco reciproco degli sguardi e dei sorrisi, il rito dei primi approcci: il pallone che inevitabilmente andava a finire in quel gruppetto, la loro maniera goffa di rendercelo, la nostra maniera goffa di fare qualche complimento.

Poi, però, c’era il bosco. A Monteluco c’era, e c’è, un bosco di lecci che ha sempre avuto un grande fascino per me, legato a un non so che di misterioso.

Era sempre pulito, e questo gli dava un senso di ampiezza e di grandiosità. Quel senso di maestoso l’avrei ritovato molti anni dopo, salendo sul Monte Cucco, e fermandomi sotto i suoi faggi.

Era una cosa solenne e sacra, diversa da quella macchia a cui eravamo abituati e che si poteva incontrare subito fuori. Una macchia fatta di carpini, ornielli, corbezzoli, ginestre, e qualche roverella. Entrare in quel luogo (c’è un muro di pietra che lo delimita, con un portale d’ingresso), voleva dire fare un salto nello spazio e nel tempo. Nello spazio inteso come misura. Gli alberi erano più grandi, gli spazi tra gli alberi erano più grandi, l’ombra era più cupa e verde. Nel tempo perché si intuiva che gli alberi erano lì da molto tempo, da prima che noi arrivassimo, e che sarebbero restati lì anche dopo che noi li avremmo lasciati. Ci torno spesso anche d’autunno, anche d’inverno, e ne sono geloso. Come se quel bosco l’avessi capito solo io, come se quel bosco capisse solo me.

Le periferie vanno peggiorate*

Le periferie non vanno migliorate: vanno peggiorate. Inizio subito con una provocazione, registro su cui tornerò alla fine di questo breve testo.

È vero che non dobbiamo cadere nello schematismo dei centri storici contrapposti alla periferia, come dice la presidente dell’INU Silvia Viviani.

È vero anche che dovremmo essere sufficientemente intelligenti da capire quando lo schematismo è utile, perché le generalizzazioni non sono sempre e tutte da buttare, e hanno normalmente qualcosa di buono da dirci. In questo caso il  buono è che periferie e centri storici sono in concorrenza, per alcuni aspetti. Lo vedremo meglio dopo.

Ben venga l’analisi, dunque. Con due premesse.

La prima è che l’analisi non è mai neutra. Anche le più raffinate griglie di analisi tipo SWOT, ecc., presuppongo uno sguardo orientato. Un fatto in sé non è mai un’opportunità o una minaccia. Lo diventa solo nei confronti di un altro fenomeno. Solo in una relazione, in un contesto, in un progetto, in un’idea, noi possiamo qualificare un fatto come un punto di forza o una debolezza.

La seconda è, come dice sempre la presidente dell’INU Silvia Viviani, che abbiamo un’ipertrofia di quadri conoscitivi. Io dico che abbiamo una “quadrite cronica”.

Ormai l’analisi delle periferie e dei centri storici l’abbiamo fatta. Adesso occorrono visioni politiche (nel senso più nobile della parola) e decisioni politiche.

L’analisi, la lettura e la conoscenza devono consentirci di uscire dallo schematismo, per poterlo eventualmente usare quando fa comodo.  È evidente che la periferia di Roma non è la periferia di Foligno. È evidente che già tra Perugia e Spoleto o tra Perugia e Terni ci siano delle differenze. Tra le varie periferie di Perugia ci sono differenze. Occorre dunque studiarle.. Alla tripartizione  (che condivido), che l’arch. Bastiani faceva al tavolo di lavoro aggiungerei forse una quarta parte: gli insediamenti sparsi nelle zone agricole. Se ci si sposta sulle pendici del Subasio si noterà come tutta la pianura sia occupata da case un tempo coloniche, piccoli opifici, agriturismi, centri di benessere, cantine “griffate”, ecc., che non possono più definirsi astrattamente come edifici produttivi o agricoli. Siamo in presenza di una costellazione di edifici, strade, orti, piscine, maneggi, ecc.

Pensare ancora alla  forma urbis, alla “forma” da dare a questi grandi spazi mi sembra ormai una battaglia di retroguardia. Per due motivi: il primo è che ciò è concettualmente curioso, in un mondo che va verso il rurbanesimo, il secondo è che il territorio è talmente vasto che è impossibile controllarlo sotto il profilo formale, a meno di non rivoluzionare la governance istituzionale e i sistemi di regolazione del costruito.

Se dunque in alcune periferie perugine (come veniva detto da più parti, su quel tavolo di lavoro), si vive molto bene, non si vede perché gli abitanti di quelle dovrebbero tornare in centro. Avendo abitato anche io in una di queste periferie, posso confessare che il rapporto con il centro storico si perde poco a poco, quotidianamente. Si riacquista solo in occasione di qualche manifestazione (festival, palio, fiera, ecc.), ma per il resto dell’anno lo si può completamente trascurare. La spesa si fa nei piccoli centri commerciali di quartiere o in quelli più grandi, a scuola si va in quei prefabbricati di quartiere, al cinema si va nei multisala di periferia, in palestra lo stesso, in Comune idem, alle Poste idem. Restano veramente pochi motivi per andare in centro. Io amo i centri storici (sono forse uno degli ultimi resistenti-residenti), ma la battaglia per i centri è persa. Il centro storico si avvia ormai a essere “la scena fissa” di spettacoli musicali, di spettacoli in costume, di eventi di marketing, di sagre, di palii,   Una aldorossiana “scena fissa” senza residenti.

Se vogliamo far vivere i centri storici, dobbiamo farci vivere delle persone, prima. Le persone devono trovare motivi estetici e economici per tornare in centro. Perché per il centro storico non conta solo l’accessibilità, ma occorre anche l’appetibilità. Non prendo il tram o il mini metro per andare in un luogo insignificante.

Radicalizzo il mio ragionamento. Vedo due strade, al momento. Le periferie vanno in alcuni casi rottamate. In altri vanno densificate.

Nel primo caso la tassazione deve essere alzata, non devono esserci mezzi di trasporto verso il centro. Deve essere reso poco piacevole vivere in queste aree.  Dobbiamo limitare al massimo di investire nelle periferie e tornare a investire nei centri. Deve essere possibile demolire in periferia e ricostruire nel centro storico. Io dico sempre che non bisogna costruire sul costruito, ma bisogna costruire nel costruito. Nel tessuto vivo della città. Ma chi lo farà? Chi ha il coraggio di sostenere queste che sembrano provocazioni? Chi oggi può mantenere una tale posizione, mentre vanno aumentando le possibilità di avere delle abitazioni isolate e intelligenti, che consumano pochissimo, in cui ci sarà la possibilità di lavorare, in cui ci sarà il sole tutto il giorno, un garage coperto, in cui ci potrà essere un orto a portata di mano, una piscina? In cui le case saranno raggiungibili da piccoli e individuali veicoli elettrici? In cui sarà possibile avere merci con droni o con una logistica capillare? In cui una parte dello shopping si farà on-line?

L’altra strada è densificare la periferia: farla cioè assomigliare alla città che abbiamo sempre conosciuto. Costruire delle città per gemmazione, per filiazione, per margotta. Aumentare e convalidare cioè il sistema reticolare delle medie città umbre che conosciamo. Degli studi americani mostrano che la metropoli (addirittura) è la città ecologica per eccellenza, che consuma meno risorse.

Occorrono presto decisioni, in un caso o nell’altro. Rimanere nel guado, come si sta facendo con la ricostruzione post-sisma (a cui manca ancora un modello concettuale e culturale di riferimento), non aiuta.

  • Riflessioni a margine di un Tavolo di lavoro sulle periferie in occasione dell’incontro organizzato dal PD Umbro a Gubbio il 23/09/2017

Spoleto #1

Una volta Spoleto era mia. La conoscevo palmo a palmo: ogni singola pietra. Conoscevo i vicoli, le ore, le ombre, i profumi, anche. Oggi è cambiata (per me Spoleto è una donna, ovviamente). Non la riconosco più, non riconosco più quella sterminata area che ha consumato in periferie poco curate. Non capisco più il suo essersi desertificata, disabitata, abbandonata. Sì, c’è qualche intervento che ha restaurato qualche brano. Ma le incompiute sono maggiori. Non so, mi sembra che abbiamo perso la poesia in cambio di qualche parcheggio in più. Una volta la passeggiavo di notte, la accarezzavo, spesso da solo, a volte con qualche amico. Soprattutto d’inverno, con la pioggia e la nebbia, mi appariva meravigliosa. Il Duomo la notte si rifletteva sui mattoni bagnati della piazza e sembrava di stare più a Venezia che a Spoleto. E così la fontana di Piazza del Mercato, Piazza Pianciani, San Gregorio … Provo a ripercorrerla con qualche episodio, seguendo un filo rosso fatto di ricordi, di eventi, di luoghi. Un filo rosso a-sistematico che, al contrario di quello di Arianna, serve a perdersi.

Ho frequentato le scuole medie annesse all’Istituto d’Arte, che allora erano a Palazzo Collicola. Le aule non erano sicuramente “a norma”, la palestra era lontana (bisognava scendere vicino a San Domenico, in una piccola chiesa sconsacrata il cui pavimento era stato coperto da parquet di rovere. Oppure andare allo stadio). La scuola nel suo complesso non rispettava sicuramente gli standard del notorio DM del ’75, eppure … Eppure, che esperienza salire quelle scale così larghe e ben voltate, che esperienza guardare i nostri soffitti a cassettoni, o andare nell’ala dov’era il preside, con le pareti e le volte dipinte a grottesche. Che emozione vedere quei muri scavati con delle nicchie, delle porte dipinte en trompe l’oeil che nascondevano piccolissime scale a chiocciola, delle finestre enormi. Dei lampadari, dei quadri, dei busti … Oggi i nostri bambini e i nostri figli li mandiamo in scuole prefabbricate (se va bene) degli anni 80 e 90, chiuse nei loro recinti, fuori dal centro storico, dove si può arrivare con le auto. Tutto a norma, ma che tristezza! L’esame di terza media lo facemmo nel grande corridoio che dava verso sud. Oggi lo chiameremmo una “serra solare”. Il soffitto era dipinto, le vetrate con archi a tutto sesto erano amplissime, ed entrava una luce limpidissima. Dal mio posto riuscivo a vedere il profilo di Monte Pincio sullo sfondo di un cielo azzurro implacabile. Il pavimento era in cotto, ormai vissuto e disconnesso in qualche giunto, ma di un bel colore aranciato. Erano bellissime giornate di giugno. Ero innamorato di Francesca, ma lei guardava un altro. In verità aveva guardato un altro, per tre anni. Ormai, anche se non lo sapevo, non l’avrei più rivista: le mie chances erano finite con l’ultima campanella di giugno.

Davanti al palazzo c’era una bella fontana, e fornita di una cannella di ottone che consentiva di bere. La vasca era di grandi blocchi di calcare bianco. A fianco c’era un carrozziere e pareva una cosa del tutto normale.

Oggi vedo che questo senso di ospitalità, di accoglienza, che una fontana può rappresentare, si è perso. Oggi le fontane sono asciutte, o sono monumentali. Le piccole fontane a cui dissetarsi nei pomeriggi estivi sono in via d’estinzione. A volte penso (nei mei solitari e solipstici esercizi di agopuntura urbana), che una piccola fontana potrebbe essere la cura per il 90% dei mali della città.

Contro Cardini

Qualche giorno fa è uscita un’intervista a Franco Cardini, storico di fama internazionale.  Molti l’hanno commentata favorevolmente. Da buon provocatore, io invece non ne condivido nemmeno una riga e cerco di spiegare qui sotto il perché. L’intervista è reperibile qui.    http://www.lastampa.it/2017/01/03/vaticaninsider/ita/inchieste-e-interviste/cardini-lislam-non-una-minaccia-MsLUpyNMLgwgHHF4OEhReP/pagina.html

La riporto qui sotto: in grassetto le domande del giornalista. Forse è meglio leggere prima l’intervista e poi i miei commenti.

Questa Europa «stanca e invecchiata» (come l’ha definita papa Francesco), minata da una pervasiva dissoluzione del legame sociale, insidiata da un dilagante individualismo autoreferenziale e governata dalla religione globale del denaro (fenomeno decisivo per comprenderne le dinamiche), da alcuni decenni si trova alle prese con l’Islam. È un termine, questo, rispetto al quale nessun europeo si sente ormai estraneo e intorno al quale si accendono discussioni pubbliche che spesso assumono toni scomposti, persino violenti. E tratti molto superficiali. In questo passaggio d’epoca urgono riflessioni pensate e pacate, conoscenze storiche e religiose corrette, analisi accurate, capacità di visione, cuore saldo nella compassione (indispensabile affinché ogni comunità umana resti “comunità” e “umana”): un lavoro non frettoloso, che si mostri in grado di far fronte con intelligenza e sensibilità ai molti mutamenti in atto e agli interrogativi che si levano nella società europea.  

Sull’Islam abbiamo rivolto alcune domande allo storico Franco Cardini, autore del volume di recente pubblicazione “L’islam è una minaccia? [Falso!]” (Laterza). Già docente di Storia medioevale all’Università di Firenze e in altri atenei europei ed extraeuropei, Cardini attualmente è membro del Consiglio direttivo dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e professore emerito dell’Istituto di Scienze Umane e Sociali annesso alla Scuola Normale Superiore.

 

Può illustrare brevemente la tesi centrale del suo volume?

«L’Islam è una religione che conta oltre un miliardo e mezzo di fedeli ed è quindi la seconda religione più diffusa al mondo, dato che i cristiani ammontano a poco più di due miliardi. I musulmani nella stragrande maggioranza sono insediati tra l’Africa occidentale e il Sud-est asiatico (nel senso della longitudine) e tra Caucaso, Asia centrale e Corno d’Africa (in quello della latitudine). Essi fanno parte, nella quasi totalità, di quell’85-90% del genere umano che, secondo i dati più recenti diffusi dall’ONU, vive gestendo appena il 10-15% delle ricchezze mondiali. E qui sta il punto. A mio giudizio nella nostra epoca il vero nemico da battere non è l’Islam (che oggi è realtà polimorfa e in cammino per superare alcune contraddizioni) e neppure la sua tragica e brutale deformazione, il fondamentalismo islamico (che, ovviamente, va contrastato).

Il vero nemico, il verme che sta corrompendo la terra è l’ingiusta ripartizione delle ricchezze del pianeta, l’assurdo, osceno squilibrio di una umanità divisa tra pochi ricchi e una sterminata moltitudine di poveri. Papa Francesco non perde occasione di ricordarcelo: l’Enciclica Laudato si’, sotto questo profilo, è esemplare. La nostra economia uccide e occorre perseguire la giustizia, che non consiste solo in una equa distribuzione delle risorse ma passa attraverso un mutamento radicale di valori e stili di vita. E, aggiungo, attraverso, ad esempio, il rispetto del diritto internazionale».

A cosa si riferisce in particolare?

«Mi riferisco a quel comma importantissimo e sempre disatteso secondo il quale le ricchezze del suolo e del sottosuolo di una determinata area appartengono a coloro che lì sono insediati. Da quando, mezzo millennio orsono, è iniziato il colonialismo e quindi la globalizzazione (perché essa è iniziata allora) questo principio è stato costantemente violato. Ora siamo arrivati alla fase del redde rationem e l’imponente afflusso di migranti nel ricco Occidente ne è una delle espressioni più vistose. Il nemico da battere, lo ripeto, è questo ingiusto sistema economico: esso ha innegabilmente reso prospero l’Occidente, ma ha generato uno squilibrio che è ormai improscrastinabile curare, anche nel nostro stesso interesse. Invece, in Occidente, ci siamo concentrati di volta in volta su altri nemici che ci hanno distratto da quello più feroce: dapprima, tutto il male del mondo era causato dal nazismo e dal fascismo, poi, caduti quei regimi, tutte le colpe furono dell’Unione Sovietica e del comunismo; finito l’impero sovietico e il tramontato il comunismo, ora si è passati al fondamentalismo islamico (fingendo di non sapere che è stato tenuto a battesimo dalle potenze occidentali) e, più in generale, all’Islam.

Che l’Islam sia una minaccia sta ormai diventando un dogma laico, diffuso dai Signori della Paura, i quali – per fini economici, ma anche in vista di vantaggi politici ed elettorali – sfruttano le insicurezze e i timori delle persone istigando all’odio. I loro metodi vanno smascherati».

 

Nel volume lei afferma che al fine di far apparire effettivo, vero, reale, irrefutabile alla luce della ragione questo dogma laico «si tende a rivestirlo di prove o di qualcosa che loro somiglia». Può illustrare come avviene questo processo?

«Le tecniche di questi Signori paiono ispirate al romanzo “Il montaggio” di Vladimir Volkoff: si spigola fra i fatti di cronaca mettendo in fila eventi orribili, snocciolando uno dopo l’altro nomi, fatti, date così da dare l’impressione che i musulmani siano ovunque e sempre una minaccia. Ogni fatto di cronaca nera, anche minimo, il cui protagonista è un musulmano, viene ingigantito e proposto a modello. Si passa quindi senza scrupolo alcuno dalla presentazione analitica e casistica, fondata magari su un numero circoscritto di episodi, a un’indebita generalizzazione sulla base di una arbitraria selezione degli eventi proposti come esemplari: si descrive un albero ma lo si presenta come fosse uno qualunque di una foresta di centomila alberi tutti uguali. E così non si riconoscono, consapevolmente e colpevolmente, le migliaia di casi di onesti musulmani che vivono pacificamente nelle nostre città e che stanno cercando (concediamo del tempo) o hanno già trovato il modo di essere bravi musulmani non solo in Europa, ma d’Europa. Queste migliaia di persone inappuntabili non fanno notizia, si parla pochissimo di loro. Eppure esistono! Così come esistono, ma sono quasi del tutto trascurati, i molti pronunciamenti, incontri, documenti in cui i musulmani condannano apertamente l’uso della violenza in nome di Dio e prendono le distanze dal terrorismo. I mass media hanno una responsabilità enorme. La disinformazione genera squilibri gravi che danneggiano la democrazia».

 

Europa e Islam sono nemici da sempre: questa è una delle affermazioni che circolano con maggior insistenza; ma, lei afferma, non è fondata.

«Persino non pochi libri di storia in uso nelle nostre scuole sostengono questa tesi. È falsa. Quello compreso tra il 1200 e il 1500, pur segnato da numerose guerre, è stato uno dei periodi più gloriosi della civiltà europea. È stato il tempo delle grandi cattedrali, della nascita delle università, di importantissime acquisizioni scientifiche, di uno straordinario sviluppo dell’arte. Tutto ciò avvenne grazie a una grande floridezza economica che, nata sotto l’impulso operoso dei comuni, delle repubbliche marinare, delle città mercantili europee, fu determinata in gran parte dai costanti, intensi traffici con il vicino Oriente musulmano».

 

In questo contesto, che rilevanza ebbero le crociate?

«L’immensa ricchezza duecentesca dell’area mediterranea fu dovuta al commercio tra i paesi cristiani e musulmani e questo fenomeno macroscopico, quasi del tutto ignorato da molti media e da non pochi insegnanti, è ben più rilevante delle crociate che si possono considerare punture di spillo. L’Islam, nel suo complesso, non si è veramente reso conto di quanto era accaduto sino all’Ottocento, tanto che non esisteva neppure un termine arabo per definire le crociate. Nell’Ottocento i musulmani utilizzarono un neologismo (“hurub as-salibyya”, “guerre della croce”) quando dovettero tradurre i testi scolastici che le potenze coloniali imponevano di adottare. Le crociate – considerate come difesa contro un Islam aggressivo e sanguinario – vennero usate dagli occidentali quasi come antefatto giustificativo del loro dominio, ossia per dare giustificazione morale al colonialismo. Giova però ricordare che la prima grande espansione musulmana, iniziata nel VII secolo – contrariamente a quanto molti credono – si verificò con pochissima violenza (come ho diffusamente spiegato nel mio libro): i popoli si lasciarono conquistare, l’Islam ebbe vita facile nella sua espansione a causa della debolezza dell’impero persiano e di quello bizantino il quale, pur glorioso, a quell’epoca era in forte crisi. Bisogna inoltre rammentare che talora i cristiani imposero il proprio credo con la spada: si pensi a Carlo Magno o all’Ordine Teutonico dell’Europa nordorientale del medioevo. In conclusione, chi sostiene che Europa e Islam siano da sempre nemici e che ciò sia sempre avvenuto per colpa totale o prevalente dell’Islam mostra di conoscere assai poco la storia».

 

Che ha molto da insegnare.

«Certo, se si accetta di ascoltarla. Ai cristiani, ai musulmani, agli uomini di buona volontà la storia fornisce il modello di tempi nei quali la convivenza era non solo possibile ma anche franca e cordiale: si pensi ad esempio all’impero mongolo o al sultanato di al-Akbar nell’India moghul tra XVI e XVII secolo. Ma i modelli storici restano lettera morta se non si afferma la volontà di seguirne i suggerimenti, di far vivere il seme che essi hanno piantato. Questa è, a mio avviso, la sostanza della sfida odierna».

 

In questo passaggio d’epoca, quale dovrebbe essere a suo giudizio il compito dei cristiani?

«Le imponenti migrazioni degli ultimi anni stanno creando in moltissimi italiani ed europei un forte senso di disagio e insicurezza: sottovalutarlo e non farsene carico sarebbe un errore. Ma sarebbe ancor più sbagliato alimentarlo. Papa Francesco ci sta dando l’esempio, sia distinguendo la fede islamica dal terrorismo fondamentalista, sia incoraggiando tutti a costruire vita buona con le disperate genti che giungono in Europa, anche con quelle musulmane. Penso che un cristiano dovrebbe sentire in modo speciale il dovere di aiutare chi è più vulnerabile e abbia anche il dovere di andare controcorrente affermando con un po’ di coraggio civile, se occorre, alcune verità scomode rispetto al mainstream attuale.

Non possiamo nascondere che vi sono obiettive difficoltà teoriche e concettuali nel dialogo tra cristiani e musulmani che non si possono aggirare né in nome dell’ottimismo del cuore, né in quello della retorica irenistico-ecumenica.

Tuttavia il dialogo prosegue in modo proficuo e, nella pratica, nella vita di tutti i giorni, la convivenza pacifica si rivela possibile e infatti esiste. La Chiesa, con parole e opere concrete, sta indicando a tutti la strada con grande chiarezza. L’edificazione di legami buoni nella quotidianità passa attraverso un lavoro artigianale: e il primo mattone è la comprensione reciproca, che è arte difficile. L’immigrato musulmano fa paura, ma se quel volto anonimo comincia ad avere un nome, se scopriamo che anche lui, come noi, ha figli da mandare a scuola, genitori da accudire, problemi di salute, sogni e preoccupazioni, allora le cose possono iniziare a cambiare. Certo, bisogna impegnarsi. Penso che nella quotidianità i cristiani debbano continuare a promuovere e favorire buone pratiche di incontro e integrazione, costruendo dalla base ciò che le istituzioni, in larga misura, paiono esitanti a progettare. È quanto anch’io cerco di fare».

 

Vuole illustrare il suo impegno?

«Nel piccolo paese dove vivo, Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze, sono giunte alcune famiglie senegalesi, una trentina di persone inclusi bambini e anziani. Il loro arrivo ha scatenato molte proteste: da parte mia, insieme ad alcuni amici, ho voluto conoscere le ragioni di tutti e sto cercando di organizzare incontri tra i residenti e i migranti affinché si conoscano, coinvolgendo in quest’opera il parroco, il sindaco e altri rappresentanti delle istituzioni. Mi sono rivolto per questo al presidente della Regione, che conosco: per rispetto dell’autorità costituita, aspetto un suo cenno prima di procedere in modo che quanto riusciremo a fare appaia come un atto che ha la legittimazione istituzionale e non solo come un gesto frutto della buona volontà di qualche privato cittadino.

In Italia sono moltissime le persone che stanno lavorando per costruire buona convivenza, ma quest’opera sarebbe più efficace se fosse maggiormente e più organicamente sostenuta dalle istituzioni locali e nazionali. I sindaci, ad esempio, dovrebbero promuovere periodici momenti di incontro tra italiani e migranti appena giunti, avvalendosi di mediatori culturali che facciano da interprete. E invece, in molti casi, si limitano a protestare per “l’invasione”».

 

**********

Innanzi  tutto, un po’ di fatti.

  1. Questi terroristi ci odiano. Odiano i nostri valori, il nostro consumismo. Noi.
  2. Ci sono un sacco di altre persone povere in India, in Africa, in Sudamerica. Non tutte odiano il nostro mondo, i nostri valori. Anzi, molti vogliono venire nella nostra terra e restare qui.
  3. Con l’avanzare dei nostri valori, la povertà nel mondo è complessivamente diminuita, e non aumentata. Con i nostri valori la vita media è aumentata. Con i nostri valori vi è più istruzione. Guardare gli indici di organismi internazionali per averne contezza.
  4. “Non possiamo nascondere che vi sono obiettive difficoltà teoriche e concettuali nel dialogo tra cristiani e musulmani che non si possono aggirare né in nome dell’ottimismo del cuore, né in quello della retorica irenistico-ecumenica.” E’ una formula molto carina per dire che ci sono molti problemi a far dialogare due religioni, soprattutto se una ammazza l’altra.
  5. Molti di questi terroristi sono cittadini occidentali. Per molti non è un tema o un movente economico. Sono poveri come una gran parte delle persone che oggi vivono in condizioni disagiate nelle grandi periferie delle città europee.

Ora, alcune mie considerazioni.

  1. Il tratto distintivo è che questo odio si abbevera alla fonte del Corano. È una lettura distorta? Forse. Qualcuno ci dica allora, con autorevolezza e autorità, qual è la vera interpretazione del Corano. E la stessa Autorità, se può, prenda le distanze (è un eufemismo), da chi fraintende il Corano.
  2. Se il problema fosse economico, e cioè anche loro volessero maggiore ricchezza (leggasi: consumismo), non mi pare che farsi saltare in aria sia la migliore soluzione. Né in via diretta (i morti non hanno bisogno di soldi), né in via indiretta (non si capisce come i nostri morti possano convincerci a dialogare).
  3. Dialogare con chi?  C’è un’ autorità unica e riconosciuta che fa richieste? L’auto-proclamato Califfo? Che tipo di richieste fa? Dov’è qui il diritto internazionale che Cardini cita?
  4. Molti terroristi vivono protetti una zona grigia, fatta di omertà, di spalleggiamento, di complicità. Molte di queste zone grigie hanno un punto di riferimento nelle moschee o negli istituti di cultura,  del mondo arabo. Queste istituzioni hanno grandi finanziatori: costruiscono moschee, finanziano università. Se vogliamo ancora pigiare sul tasto della povertà, qui siamo fuori pista.
  5. L’unica motivazione che li spinge è la nostra morte. Non si fermeranno finché non saremo tutti “sottomessi”.
  6. Il diritto internazionale di cui parla Cardini prevede anche il principio di reciprocità? Vogliamo vedere le condizioni dei cristiani in medio oriente? Se la maggioranza dell’islam è pacifica, tollerante, aperta, come mai non riesce a sopraffare questi pochi terroristi, questi piccolissimi gruppi di persone, questi lupi solitari?
  7. Se la maggioranza dell’islam è così aperto, tollerante, come mai si vedono spesso omosessuali venire giù dai tetti delle case? Se la maggioranza dell’islam è tollerante, la gente che filma con i telefonini i voli degli omosessuali, le loro impiccagioni, le crocifissioni dei cristiani, sono solo delle comparse pagate?
  8. Infine, Cardini apre con una frase quasi emblematica. Fondamentalismo islamico. Io non ne voglio fare una questione nominalistica: mi va anche bene assumere che sia un fondamentalismo. E’ islamico, tuttavia. Insomma non si può ignorare che non c’è un fondamentalismo taoista, un fondamentalismo ebraico, un fondamentalismo mormone che ci fa saltare in aria come birilli.
  9. Il punto più debole:  Cardini non dice come va combattuto questo fondamentalismo, se non accennando a un generico e generale cambiamento di valori. E poiché tutta la sua argomentazione precedente è basata sull’economia, la soluzione francescana che egli ci addita è quella di spogliarci dei nostri beni e di ridistribuirli a oltre un miliardo e mezzo di persone (non si sa bene come, chi lo dovrebbe fare, con quali garanzie, ecc.).  Questo cambiamento di valori vuol dire (traduco per chi ancora pensa a cose filosofiche e spirituali): niente concerti, niente viaggi, niente turismo, niente campionati, se non in una versione pauperistica, che non riesco a immaginare. Un cambiamento di valori vuol dire appunto, un cambiamento nella gerarchia (almeno nella gerarchia) dei nostri valori: forse dobbiamo rinunciare alla nostra tolleranza? O forse alla libertà di danzare la macarena in mezzo alla strada? E quali valori dobbiamo mettere in cima alla scaletta? Insomma qualcuno di questi maitres à penser ci dovrebbe indicare una nuova gerarchia di valori, invece di farci vivere in un gigantesco e storico complesso di colpa.

Anquetil

 

Papà, sei andato

troppo presto in fuga.

I pochi ricordi

targhe ettometriche

sul ciglio biancastro

nell’avena sativa,

dispersa, ventosa,

bionda indifferente

a file e geometrie.

A volte rincorro

la lunga sagoma

dei tuoi vestiti

in una polvere

di cose che non so.

Un giorno mi dirai

se son stato buono

figlio, uomo, padre.

Le donne della mia vita

Questo otto marzo mi ha spinto a fare una riflessione sulle donne che ho incrociato nella mia vita, le donne che fanno parte della mia vita. Io amo le donne, la loro intensità, la loro bellezza. Quando stava per arrivare il secondo figlio, avevamo deciso che se fosse stata femmina il nome sarebbe stato scelto tra questi tre: Beatrice, Laura, Francesca. Richiamare queste figure mitiche della letteratura italiana ci era sembrato il modo migliore, l’unico modo, per rappresentare degnamente l’essere donna oggi. Poi Pietro, il primo figlio, ci indicò Beatrice senza indugio. E Beatrice fu.
Dunque le osservo,  scruto il loro sguardo, soprattutto quando una donna guarda un’altra donna e decide in pochi attimi se è una nemica o se invece può essere lasciata in pace. Ho avuto poche donne, rispetto alla contabilità stratosferica dei miei amici. Meglio così, d’altra parte: una relazione con me non è facile, non è mai facile.   E poi ho sempre corteggiato donne molto belle. Ho cercato di dare sempre di più di quello che ho preso, o di quello che pensavo stavo prendendo. Ma parliamo delle mie donne.
Una mi ha appena lasciato, e non ho potuto farci molto. Voleva essere indipendente, libera, sincera, a volte crudele. Ha sempre voluto esserlo. Credo di essere stato un suo rifugio mentale. Quando era stanca della sua libertà pensava a me, alla mia tolleranza, e vi si riposava. Ho ricordi molto diversi di lei: alcuni molto tristi e dolorosi, altri molto più leggiadri. E alla fine rimane il suo sorriso, così bello e malin. Credo che mio padre si sia innamorato delle sue caviglie (bellissime) e di quel sorriso così sbarazzino e aurorale. Almeno così mi piace pensare.
La prima volta non c’ho capito niente. Io mi sono innamorato (ovviamente), di questa nave scuola, frutto del Mediterraneo. Lei si è molto divertita, e posso dire che è rimasto un affetto tra noi.
Una l’ho attesa per 19 anni, scrivendole 382 lettere (mai spedite). Pensando a lei, immaginando lei, ho tradito quindi le altre che ho frequentato, che frequentavo. Mi interrogo spesso se questo tradimento non sia anche peggiore del tradimento fisico. Ma le donne (sempre loro), mi dicono di no:  la fisicità è peggio. La lunga attesa ha lasciato intatta la passione e la bellezza in lei. Il giudizio che ne avevo dato nei primi minuti in cui l’ho conosciuta ha attraversato tutto questo spazio senza cambiare: ha resistito tutto questo tempo. Avevo visto giusto. È tornata nella mia vita accettando un ruolo più che difficile.
Con una abbiamo fatto “8 settimane e mezzo”: né un giorno di più né un giorno di meno. Divertente, ma ha lasciato poche tracce.
Una non sa ancora decidere se mi vuole bene o no, e quanto. Non riusciamo proprio a comunicare come vorrei. Lei scrive frasi che non capisco, e che sono dall’altra parte della sua grazia di porcellana.
Una mi ha fatto arrabbiare molto. Continua a farlo, ma ho capito che è impossibile per lei essere altrimenti. La vita è stata già dura e posso solo darle la mia comprensione.
Un’altra mi ha amato e io no.  Forse anche più di una.
Una era bella come una medusa, e infatti sono rimasto pietrificato al primo bacio.
Una era una guida, ed ancora lo è, nei momenti difficili. Veniva dal Monte Catria, con un nome di ballerina d’altri tempi, e mi ha aiutato da lontanissimo a tenere il mio primo figlio, contro tutti o quasi tutti (“Un figlio non porta mai carestia”).
Una mi ha voluto bene, molto, ma mi ha tarpato le ali. Una donna di un carattere e di una determinazione indicibili. Lavoro, studio, educazione, tenacia.
Una mi voleva pagare e è stato un trauma.
Una è stata una donna passionale a cui devo un’iniezione vitale di autostima quando il cielo aveva deciso di cadermi sulla testa. Una donna con la gonna: non ce ne sono più molte.
Una l’ho amata molto, ma dice che non lo ha mai saputo. Aspiravo la sua freschezza di mandarino, i suoi capelli lunghi e forti, ma non l’hai mai capito. Mi ha insegnato tanti anni dopo che essere avanti, con una donna, vuol dire solo essere fuori tempo.
Una mi ha inebriato con candele aromatizzate e un favoloso mondo e linee d’ombra e film e cene. Poi ci siamo lasciati cadere: non saprei dire altrimenti. La magia è finita come un fiore che appassisce: una dissolvenza.
Solo una mi ha ferito. E l’unica ragione che posso immaginare è per non ferirsi di più.
Una si è voluta sacrificare come un agnello al lupo, ma poi, in quel momento, non ha avuto il coraggio di vivere la sua vita.
Una l’ho amata meno di quanto avrei potuto, se l’amore deve ricomprendere anche tutto il resto di una vita a due. Cerco di perdonarmi, per questo.

Le ragioni di un pannello*

Innanzi tutto grazie a Tecla srl per aver sostenuto questa iniziativa. Oggi non è scontato che un’azienda investa in pubblicità. È ancora meno scontato, e anzi è piuttosto singolare che un’azienda investa in un simile evento, in Umbria. Grazie poi alla segreteria tecnica dell’evento e al prof. Paolo Belardi per la curatela scientifica.
Quando sono stato invitato a questa iniziativa mi sono chiesto chi oggi era il duca, il signore, il principe, l’imperatore. Perché lo studiolo così come lo conosciamo, è riconducibile a una precisa finestra temporale:  l’umanesimo del centro Italia. All’epoca la società era diversa, più piramidale e strutturata di quanto non sia oggi. Per semplificare, vi era un signore, un duca illuminato, colto, carismatico, una piccola corte e poi via via una platea molto meno colta, molto meno sensibile e versata nelle arti, nella letteratura, nella musica ecc. E oggi? Oggi è difficile trovare intorno a noi un duca colto, un signore edotto. C’è un libro molto recente, in realtà, che dimostra come la storia del l’Occidente non sia altro che la storia della perdita del potere, della sua frantumazione, da una o poche persone, a una moltitudine di persone. Dunque il principe siamo noi. E dunque lo studiolo doveva essere portato a noi, a tutti, evitando un suo isolazionismo. Parlando una lingua semplice, fondamentale, o presentando diversi livelli di lettura.
Credo che in quest’epoca la maggior parte di noi sia confusa, che abbia perso molti punti di riferimento, che veda sbriciolarsi intorno a sé istituzioni complesse che magari pensava imperiture. E che quindi abbia bisogno di tornare ai fondamentali. Natalini dice che abbiamo uno straordinario bisogno di normalità, e anche io concordo. E abbiamo bisogno di tempo. Ecco, lo studiolo di una cosa non può fare a meno: di tempo. Lo studiolo necessita e postula la volontà di prendersi un po’ di tempo. Tempo per farsi delle domande, per riflettere, per meditare.

Nel merito: l’Uomo trova il proprio studiolo dopo aver vagato per un po’ nella foresta: una foresta fatta di canne, e quindi di altri uomini. In questa foresta c’è una piccola radura e per terra c’è un pannello con delle fasce colorate, coperto dalla pioggia, o dal troppo sole, da un tetto leggero: giusto un velo. Questo bosco l’ho chiamato “Le bois des pas perdus”: il bosco dei passi perduti. I passi perduti è una bellissima invenzione francese, sociale prima che architettonica. Per semplificare anche in questo caso, diciamo che è un luogo di filtro, di attesa, di sospensione. Ma giocando sul francese, è anche il bosco di coloro che non sono persi, di coloro che non sono più persi.
Le fasce colorate sono disposte ordinatamente una accanto all’altra, una sopra l’altra, una dopo l’altra. Vi è dunque un ordine, che è l’azione propria dell’uomo, o quella che lui almeno crede tale: trovare un ordine, ritrovare un ordine, inventare un ordine.
I colori delle fasce hanno un significato. Poiché occorre ritrovarsi (siamo confusi, erranti, persi), bisogna innanzi tutto capire dove siamo. Siamo qui, proprio qui, in Umbria, al centro dell’Umbria (il pannello non può stare dappertutto: in questo senso non è un oggetto di design, insomma). I colori sono diversi perché sono fasce di legno nostro: quercia, ciliegio, pero, carpine, olmo, orniello, salice, pioppo … Le fasce sono larghe un pollice, nell’idea progettuale. Il pollice fa saltare il metro decimale e ci riporta a una dimensione umanistica della misura, a una precisione confusa, come dice Valéry. È un ritorno al Modulor di Le Corbusier e attraverso di lui a tutta l’antropometria che nasce (o rinasce), nell’Umanesimo.
In realtà, dunque, il pannello non è altro che il nostro mondo. È la rappresentazione e la ri-presentazione del nostro mondo. La differenza sta nel fatto che lo sguardo dell’uomo lo trasforma da semplice territorio a giardino. Le fasce di questo giardino surrealista e distillato sono interrotte da tre eccezioni: delle fasce di colore verde, una fascia di colore rosa, e un cerchio nero.
Le fasce verdi sono disposte secondo un ritmo e secondo una matrice geometrica, forse anche facile a leggersi: partendo dal basso la prima fascia verde definisce un quadrato che ha come lato la base del nostro giardino. La seconda fascia è in ragione di radice di 2, e cioè la diagonale del quadrato. La terza fascia è in ragione di Phi, della Sezione Aurea. La quarta è in ragione del doppio. Tutto nasce dall’uno, come dice l’Alberti, e a questo punto le altre fasce potrebbero essere interminabili, gemmando da queste semplici regole.
La fascia rosa è per riportarci ancora più qui: mi sembra che se c’è un’architettura umbra, se dovessimo fare un pericolosissimo esercizio di sintesi e ricondurre l’architettura umbra a una sola figura, a un solo periodo, direi che l’Umbria è l’architettura romanica. Piccole o grandi costruzioni, ma sempre con un alto valore di massa, di volumi stereometrici, di luce e ombra. Un’architettura di pietra: di pietra rosa. Dalla chiesa di Monteluce di Perugia alla basilica di San Domenico di Spoleto, passando per Santa Chiara ad Assisi, per San Feliciano a Foligno, dalla cattedrale di Todi a Gubbio, io vedo una frequenza della pietra rosa che non trovo più in altre parti d’Italia.
La terza eccezione in questa costruzione di colori è l’occhio nero che ci guarda e ci disturba. È l’imperfezione, è il punto di yin nello yang, è l’incompletezza, il peccato originale. È posto in un luogo che sfugge a qualsiasi ragione topologica e geometrica. Ci guarda, ci ammonisce: in questo è il monumento del nostro giardino.
Le fasce colorate, oltre a essere proprie della nostra palette molto locale, sono anche un ricordo e un tributo ai nostri grandi pittori e artisti, che magari hanno scelto questa terra per lavorarvi. Senza andare troppo indietro, penso a Dottori, a Dorazio, a Tisato. Sopratutto a quest’ultimo, ai suoi legni, alle sue tele tessute, alla sua “umbritudine”. Infine il tetto che copre il nostro giardino. Una semplice lastra con un buco, che lascia passare un solo raggio di sole, un raggio che sul pannello dovrebbe disegnare le sue traiettorie, come una meridiana inversa, così come funziona il Pantheon. Il raggio di luce ci costringerà a seguirlo, e risalendolo si scopre che l’intradosso della copertura è il labirinto della cattedrale di Amiens, al cui centro ho posto quest’oculo.  Ho voluto simboleggiare così un paradosso che mi ha sempre affascinato fin da bambino e che non smette di farlo ancora oggi, soprattutto in estate. Il paradosso, lo choc, la meraviglia è questa: che il Cielo, così limpido, così chiaro, in realtà nasconde misteri insondabili. Questo velo, così leggero,  nasconde più di quanto non riveli. Questa cosa non smette di sorprendermi.

* Traccia per la presentazione del pannello “Lo Studiolo del III° millennio”, a Bastia Umbra, il 5 marzo 2017

Le parole, i generi, la lingua.

Credo che uno dei concetti maggiormente in crisi, nel contemporaneo, sia quello di identità. Da una parte ne abbiamo paura, e vogliamo fonderci con altri, abbattere muri, distinzioni. Dall’altra vogliamo invece sempre più connotare una nostra diversità, che la pubblicità intercetta benissimo. Da una parte vogliamo essere tutti aperti verso lo straniero, il profugo, l’immigrato. Rinunciamo a parti della nostra identità per accoglierlo nel miglior modo possibile. Dall’altra la Boldrini (e altri con lei), ci chiedono di parlare una lingua che io non capisco: ministra, sindaca, presidenta. L’abolizione della differenza sessuale porta, porterà, a una torsione della lingua, a una rincorsa di ciò che succede nella vita. L’abolizione del genere sessuale, anche attraverso una sua moltiplicazione, porterà a una difficoltà della lingua, che investirà pian piano tutto il dicibile. Il genere maschile e il genere femminile avevano senso in un mondo dove noi vedevamo il mondo diviso naturalmente in maschi e femmine. Ma in un mondo in cui questa distinzione così netta non ci sarà più, che significato avrà? Per essere politicamente e “genericamente” corretti useremo solo il genere neutro?

Terremoto e ricostruzione

Vorrei fare  alcune considerazioni sul terremoto e sugli effetti che ha sui piccoli borghi del Centro Italia. Avanzerò poi qualche proposta,  solo abbozzata e perciò sicuramente perfettibile. Parto come sempre da cose semplici, su cui convenire e su cui dunque poter fondare almeno una parte del discorso.

Primo: i centri storici del Centro Italia, a parte qualche eccezione, si stanno spopolando. Ciò avviene per una serie di ragioni convergenti che tratteggio così: difficoltà nel poter modificare anche di poco l’aspetto della casa, difficoltà di parcheggi vicini all’abitazione, difficoltà per chi abita ai piani alti e è anziano o genitore con passeggini, assenza di sole, rumorosità, scarsa pulizia, scarsa sicurezza urbana, lontananza dai migliori esercizi commerciali, ecc. Occorrono oggi forti motivazioni per abitare nel centro storico. Il sisma potrebbe essere allora un forte incentivo a abbandonare il centro storico. Se mi trovassi in un piccolo borgo rurale umbro, marchigiano o laziale, in condizioni economiche di sostentamento o poco più, coglierei probabilmente l’occasione anche per un cambio di vita e di lavoro, spostandomi verso Roma o verso l’Adriatico. Se vogliamo impedire questa desertificazione, questo fatto (io lo considero tale, oramai), bisogna riorganizzare e ri-orientare tutte le nostre politiche insediative e sociali.

Secondo: mi sembra che una grande assente, nelle discussioni che si fanno in questi primi tempi sulla ricostruzione, sia la Soprintendenza. Non è questa la sede per infilarsi nel ginepraio della tutela generalizzata o meno dei centri storici dopo le modifiche del 2008 al Codice dei Beni Culturali. Tuttavia il ginepraio c’è e non sarà facile ignorarlo. Resta infatti comunque del tutto impregiudicata la questione dei beni tutelati con provvedimento esplicito, molti dei quali ricadono nei centri storici. Per i beni tutelati il Codice prevede solo la manutenzione ordinaria, quella straordinaria e il restauro conservativo. L’ipotesi della ricostruzione a seguito di un sisma non è contemplata in maniera esplicita. Chi oggi dunque volesse ricostruire un edificio tutelato dovrebbe (al limite), procedere con una fedele ricostruzione o concordare con la Soprintendenza un progetto più ambizioso. Ma la fedele ricostruzione implica attenersi all’ultimo titolo abilitativo (all’ultima licenza, all’ultima concessione), depositato in Comune e in Soprintendenza. E qui, come ben sa chi frequenta queste pastoie, si aprono subito vari problemi: spesso i due titoli (i due progetti), depositati uno presso il Comune e uno presso la Soprintendenza non sono allineati. Spesso nessuno dei due progetti è allineato con la realtà, con lo stato di fatto ormai consolidato da anni e anni. Immagino che potrebbero sorgere poi dei problemi circa la prevenienza di chi ha costruito prima rispetto a quello che vorrebbe farlo dopo, con la coda velenosa delle distanze legali da rispettare. La faccio breve: questa strada autonoma è quasi impercorribile. Bisognerà procedere a dei Piani di Ricostruzione, da concordare quindi con la Soprintendenza. Prevarrà il criterio del DECE (dov’era com’era), o si coglierà l’occasione per migliorare la qualità di questi borghi? Si dirà fin d’ora che è impossibile migliorare la qualità di questi borghi? Si valuterà caso per caso? E con quali mezzi e uomini il MIBACT farà fronte a questa mole di lavoro? Con quali tempi?

Terzo: il sisma,  è chiaro ormai, deve entrare a far parte della nostra condizione ordinaria. Ha tempi di ritorno così brevi che è meglio considerarlo sempre presente.

Alcune proposte.

Primo: la prevenzione in casa e  nei luoghi di lavoro. Bisogna abituarsi a prevedere un minimo kit di sopravvivenza in questi luoghi. Spesso il terremoto viene di notte o comunque richiede di passare delle notti in situazioni veramente difficili. Forse potrebbe essere utile abituarsi a tenere un minimo sacco con un vestito comodo, dell’acqua, una torcia, un trasmettitore radio, altri sistemi di trasmissione di segnali, ecc. Bisogna abituarsi a buone pratiche di sopravvivenza, automatizzate attraverso simulazioni costanti e verosimili. E questo a casa, a scuola, al lavoro, nei luoghi destinati a pubblici spettacoli.

Secondo: costruire nuove case con criteri antisismici e adeguare quelle esistenti. La prima parte della frase è banale , forse. Chi oggi costruisce senza seguire la normativa sismica sta facendo un abuso edilizio, è un pericolo per sé e per gli altri ed è probabilmente un evasore fiscale. La seconda parte della frase è probabilmente più interessante. A questo proposito l’idea di Renzo Piano mi pare modesta perché non tiene in conto il fattore finanziario. Tutti farebbero lavori di adeguamento sismico se avessero abbastanza soldi, e non so che tipo di incentivi sistemici e programmati si possono mettere in piedi lasciando la tempistica in mano ai privati. Attendere il passaggio di proprietà per cercare di obbligare a fare simili lavori avrebbe come effetto quello di rallentare le transazioni.  Il punto più interessante sarebbe “ingegnerizzare” un procedimento finanziario che consentisse da una parte di mettere in sicurezza il patrimonio immobiliare e dall’altra facilitare le transazioni immobiliari, senza influire troppo sulle loro tasche.

Terzo: la ricostruzione dei borghi. La mia proposta,  di medio termine, è che i borghi a più alto rischio sismico vengano svuotati scientemente e preventivamente dai propri abitanti per poter procedere all’adeguamento sismico e alla ricostruzione dei centri. Eliminando il tabù o la pregiudiziale del DECE. Ipotizzando anche delle demolizioni.  E’ vero che i centri storici hanno spesso una loro “qualità diffusa”: è vero anche che questa qualità può essere mantenuta o aumentata, con un buon progetto. Questo piano complesso deve prevedere la partecipazione dei cittadini, della Regione, del MIBACT, a vario titolo e con varie modalità. Lo Stato dovrebbe ingegnerizzare e costruire un procedimento finanziario che consenta operazioni di rigenerazione con un effetto salutare sull’economia locale e non solo, facendo leva sulla possibilità di programmare lavori significativi e facendo leva su economie di scala. Il cittadino dovrebbe essere comunque chiamato a collaborare finanziariamente o patrimonialmente al l’attuazione di questo piano complesso.

Il Comune dovrebbe fare un piano di alloggi-parcheggio dove sistemare temporaneamente i cittadini, nel patrimonio invenduto e sfitto della prima periferia o pianificando delle piccole espansioni con case prefabbricate. Le case prefabbricate devono essere standardizzate (in questo concordo con renzo Piano), e quindi a basso costo o riciclabili. Per eventuali espansioni il Comune dovrebbe fare un piano di esproprio dell’eventuale terreno agricolo a prezzo agricolo o perequando con capacità edificatorie o detassazioni. Le espansioni dovrebbero essere consentite in deroga alle leggi sul consumo di suolo e in deroga alle leggi e patti sui vincoli di bilancio del Comune. I centri più grandi possono attuare questo piano per stralci, in modo da far continuare la vita all’interno della città.
Il piano può prevedere anche demolizioni. Chi non vuole rientrare nel borgo deve dichiararlo al momento dell’approvazione del piano. In questo modo egli ha diritto a vedere cristallizzato il proprio diritto a edificare lì dove era stato sistemato transitoriamente, continuando a vivere nella casa prefabbricata o trasformando la stessa come più gli aggrada. In questo modo egli acconsente che la sua proprietà all’interno del borgo passi al Comune, che ne può disporre come meglio crede. Il Comune può destinare l’immobile a verde, a piazza o ricostruirlo e affidarlo gratuitamente a persone bisognose.
Nel caso in cui il cittadino assegnatario della casa prefabbricata intenda rientrare nel borgo una volta realizzati gli interventi, egli deve lasciare senza ritardi la casa prefabbricata, che ritorna nella piena proprietà del Comune, che la può riassegnare o demolire.

E’ evidente che un Piano simile può funzionare solo con la cabina di regìa e con la potenza finanziaria dello Stato. Ritengo che un Piano così ambizioso potrebbe essere in grado di produrre ricchezza più di quanta ne consumi. Potrebbe ambire a ricostruire un tessuto sociale e identitario, capace anche di integrare buona parte del flusso migratorio a cui siamo e saremo sottoposti.