Le periferie non vanno migliorate: vanno peggiorate. Inizio subito con una provocazione, registro su cui tornerò alla fine di questo breve testo.

È vero che non dobbiamo cadere nello schematismo dei centri storici contrapposti alla periferia, come dice la presidente dell’INU Silvia Viviani.

È vero anche che dovremmo essere sufficientemente intelligenti da capire quando lo schematismo è utile, perché le generalizzazioni non sono sempre e tutte da buttare, e hanno normalmente qualcosa di buono da dirci. In questo caso il  buono è che periferie e centri storici sono in concorrenza, per alcuni aspetti. Lo vedremo meglio dopo.

Ben venga l’analisi, dunque. Con due premesse.

La prima è che l’analisi non è mai neutra. Anche le più raffinate griglie di analisi tipo SWOT, ecc., presuppongo uno sguardo orientato. Un fatto in sé non è mai un’opportunità o una minaccia. Lo diventa solo nei confronti di un altro fenomeno. Solo in una relazione, in un contesto, in un progetto, in un’idea, noi possiamo qualificare un fatto come un punto di forza o una debolezza.

La seconda è, come dice sempre la presidente dell’INU Silvia Viviani, che abbiamo un’ipertrofia di quadri conoscitivi. Io dico che abbiamo una “quadrite cronica”.

Ormai l’analisi delle periferie e dei centri storici l’abbiamo fatta. Adesso occorrono visioni politiche (nel senso più nobile della parola) e decisioni politiche.

L’analisi, la lettura e la conoscenza devono consentirci di uscire dallo schematismo, per poterlo eventualmente usare quando fa comodo.  È evidente che la periferia di Roma non è la periferia di Foligno. È evidente che già tra Perugia e Spoleto o tra Perugia e Terni ci siano delle differenze. Tra le varie periferie di Perugia ci sono differenze. Occorre dunque studiarle.. Alla tripartizione  (che condivido), che l’arch. Bastiani faceva al tavolo di lavoro aggiungerei forse una quarta parte: gli insediamenti sparsi nelle zone agricole. Se ci si sposta sulle pendici del Subasio si noterà come tutta la pianura sia occupata da case un tempo coloniche, piccoli opifici, agriturismi, centri di benessere, cantine “griffate”, ecc., che non possono più definirsi astrattamente come edifici produttivi o agricoli. Siamo in presenza di una costellazione di edifici, strade, orti, piscine, maneggi, ecc.

Pensare ancora alla  forma urbis, alla “forma” da dare a questi grandi spazi mi sembra ormai una battaglia di retroguardia. Per due motivi: il primo è che ciò è concettualmente curioso, in un mondo che va verso il rurbanesimo, il secondo è che il territorio è talmente vasto che è impossibile controllarlo sotto il profilo formale, a meno di non rivoluzionare la governance istituzionale e i sistemi di regolazione del costruito.

Se dunque in alcune periferie perugine (come veniva detto da più parti, su quel tavolo di lavoro), si vive molto bene, non si vede perché gli abitanti di quelle dovrebbero tornare in centro. Avendo abitato anche io in una di queste periferie, posso confessare che il rapporto con il centro storico si perde poco a poco, quotidianamente. Si riacquista solo in occasione di qualche manifestazione (festival, palio, fiera, ecc.), ma per il resto dell’anno lo si può completamente trascurare. La spesa si fa nei piccoli centri commerciali di quartiere o in quelli più grandi, a scuola si va in quei prefabbricati di quartiere, al cinema si va nei multisala di periferia, in palestra lo stesso, in Comune idem, alle Poste idem. Restano veramente pochi motivi per andare in centro. Io amo i centri storici (sono forse uno degli ultimi resistenti-residenti), ma la battaglia per i centri è persa. Il centro storico si avvia ormai a essere “la scena fissa” di spettacoli musicali, di spettacoli in costume, di eventi di marketing, di sagre, di palii,   Una aldorossiana “scena fissa” senza residenti.

Se vogliamo far vivere i centri storici, dobbiamo farci vivere delle persone, prima. Le persone devono trovare motivi estetici e economici per tornare in centro. Perché per il centro storico non conta solo l’accessibilità, ma occorre anche l’appetibilità. Non prendo il tram o il mini metro per andare in un luogo insignificante.

Radicalizzo il mio ragionamento. Vedo due strade, al momento. Le periferie vanno in alcuni casi rottamate. In altri vanno densificate.

Nel primo caso la tassazione deve essere alzata, non devono esserci mezzi di trasporto verso il centro. Deve essere reso poco piacevole vivere in queste aree.  Dobbiamo limitare al massimo di investire nelle periferie e tornare a investire nei centri. Deve essere possibile demolire in periferia e ricostruire nel centro storico. Io dico sempre che non bisogna costruire sul costruito, ma bisogna costruire nel costruito. Nel tessuto vivo della città. Ma chi lo farà? Chi ha il coraggio di sostenere queste che sembrano provocazioni? Chi oggi può mantenere una tale posizione, mentre vanno aumentando le possibilità di avere delle abitazioni isolate e intelligenti, che consumano pochissimo, in cui ci sarà la possibilità di lavorare, in cui ci sarà il sole tutto il giorno, un garage coperto, in cui ci potrà essere un orto a portata di mano, una piscina? In cui le case saranno raggiungibili da piccoli e individuali veicoli elettrici? In cui sarà possibile avere merci con droni o con una logistica capillare? In cui una parte dello shopping si farà on-line?

L’altra strada è densificare la periferia: farla cioè assomigliare alla città che abbiamo sempre conosciuto. Costruire delle città per gemmazione, per filiazione, per margotta. Aumentare e convalidare cioè il sistema reticolare delle medie città umbre che conosciamo. Degli studi americani mostrano che la metropoli (addirittura) è la città ecologica per eccellenza, che consuma meno risorse.

Occorrono presto decisioni, in un caso o nell’altro. Rimanere nel guado, come si sta facendo con la ricostruzione post-sisma (a cui manca ancora un modello concettuale e culturale di riferimento), non aiuta.

  • Riflessioni a margine di un Tavolo di lavoro sulle periferie in occasione dell’incontro organizzato dal PD Umbro a Gubbio il 23/09/2017
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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

One comment

  1. concordo con la “provocazione” riportare (senza razzismo) gli italiani ad abitare i centri storici implica sia impedire del tutto il consumo di nuovo sulo – magari anche già pinaificato – ma anche accettare che il garage soto casa è un lusso per pochi. A margine ci sarebebro da depotenziare le soprintendenze; ma questo andrebbe fatto comunque

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