Una volta Spoleto era mia. La conoscevo palmo a palmo: ogni singola pietra. Conoscevo i vicoli, le ore, le ombre, i profumi, anche. Oggi è cambiata (per me Spoleto è una donna, ovviamente). Non la riconosco più, non riconosco più quella sterminata area che ha consumato in periferie poco curate. Non capisco più il suo essersi desertificata, disabitata, abbandonata. Sì, c’è qualche intervento che ha restaurato qualche brano. Ma le incompiute sono maggiori. Non so, mi sembra che abbiamo perso la poesia in cambio di qualche parcheggio in più. Una volta la passeggiavo di notte, la accarezzavo, spesso da solo, a volte con qualche amico. Soprattutto d’inverno, con la pioggia e la nebbia, mi appariva meravigliosa. Il Duomo la notte si rifletteva sui mattoni bagnati della piazza e sembrava di stare più a Venezia che a Spoleto. E così la fontana di Piazza del Mercato, Piazza Pianciani, San Gregorio … Provo a ripercorrerla con qualche episodio, seguendo un filo rosso fatto di ricordi, di eventi, di luoghi. Un filo rosso a-sistematico che, al contrario di quello di Arianna, serve a perdersi.

Ho frequentato le scuole medie annesse all’Istituto d’Arte, che allora erano a Palazzo Collicola. Le aule non erano sicuramente “a norma”, la palestra era lontana (bisognava scendere vicino a San Domenico, in una piccola chiesa sconsacrata il cui pavimento era stato coperto da parquet di rovere. Oppure andare allo stadio). La scuola nel suo complesso non rispettava sicuramente gli standard del notorio DM del ’75, eppure … Eppure, che esperienza salire quelle scale così larghe e ben voltate, che esperienza guardare i nostri soffitti a cassettoni, o andare nell’ala dov’era il preside, con le pareti e le volte dipinte a grottesche. Che emozione vedere quei muri scavati con delle nicchie, delle porte dipinte en trompe l’oeil che nascondevano piccolissime scale a chiocciola, delle finestre enormi. Dei lampadari, dei quadri, dei busti … Oggi i nostri bambini e i nostri figli li mandiamo in scuole prefabbricate (se va bene) degli anni 80 e 90, chiuse nei loro recinti, fuori dal centro storico, dove si può arrivare con le auto. Tutto a norma, ma che tristezza! L’esame di terza media lo facemmo nel grande corridoio che dava verso sud. Oggi lo chiameremmo una “serra solare”. Il soffitto era dipinto, le vetrate con archi a tutto sesto erano amplissime, ed entrava una luce limpidissima. Dal mio posto riuscivo a vedere il profilo di Monte Pincio sullo sfondo di un cielo azzurro implacabile. Il pavimento era in cotto, ormai vissuto e disconnesso in qualche giunto, ma di un bel colore aranciato. Erano bellissime giornate di giugno. Ero innamorato di Francesca, ma lei guardava un altro. In verità aveva guardato un altro, per tre anni. Ormai, anche se non lo sapevo, non l’avrei più rivista: le mie chances erano finite con l’ultima campanella di giugno.

Davanti al palazzo c’era una bella fontana, e fornita di una cannella di ottone che consentiva di bere. La vasca era di grandi blocchi di calcare bianco. A fianco c’era un carrozziere e pareva una cosa del tutto normale.

Oggi vedo che questo senso di ospitalità, di accoglienza, che una fontana può rappresentare, si è perso. Oggi le fontane sono asciutte, o sono monumentali. Le piccole fontane a cui dissetarsi nei pomeriggi estivi sono in via d’estinzione. A volte penso (nei mei solitari e solipstici esercizi di agopuntura urbana), che una piccola fontana potrebbe essere la cura per il 90% dei mali della città.

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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

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