Innanzi tutto grazie a Tecla srl per aver sostenuto questa iniziativa. Oggi non è scontato che un’azienda investa in pubblicità. È ancora meno scontato, e anzi è piuttosto singolare che un’azienda investa in un simile evento, in Umbria. Grazie poi alla segreteria tecnica dell’evento e al prof. Paolo Belardi per la curatela scientifica.
Quando sono stato invitato a questa iniziativa mi sono chiesto chi oggi era il duca, il signore, il principe, l’imperatore. Perché lo studiolo così come lo conosciamo, è riconducibile a una precisa finestra temporale:  l’umanesimo del centro Italia. All’epoca la società era diversa, più piramidale e strutturata di quanto non sia oggi. Per semplificare, vi era un signore, un duca illuminato, colto, carismatico, una piccola corte e poi via via una platea molto meno colta, molto meno sensibile e versata nelle arti, nella letteratura, nella musica ecc. E oggi? Oggi è difficile trovare intorno a noi un duca colto, un signore edotto. C’è un libro molto recente, in realtà, che dimostra come la storia del l’Occidente non sia altro che la storia della perdita del potere, della sua frantumazione, da una o poche persone, a una moltitudine di persone. Dunque il principe siamo noi. E dunque lo studiolo doveva essere portato a noi, a tutti, evitando un suo isolazionismo. Parlando una lingua semplice, fondamentale, o presentando diversi livelli di lettura.
Credo che in quest’epoca la maggior parte di noi sia confusa, che abbia perso molti punti di riferimento, che veda sbriciolarsi intorno a sé istituzioni complesse che magari pensava imperiture. E che quindi abbia bisogno di tornare ai fondamentali. Natalini dice che abbiamo uno straordinario bisogno di normalità, e anche io concordo. E abbiamo bisogno di tempo. Ecco, lo studiolo di una cosa non può fare a meno: di tempo. Lo studiolo necessita e postula la volontà di prendersi un po’ di tempo. Tempo per farsi delle domande, per riflettere, per meditare.

Nel merito: l’Uomo trova il proprio studiolo dopo aver vagato per un po’ nella foresta: una foresta fatta di canne, e quindi di altri uomini. In questa foresta c’è una piccola radura e per terra c’è un pannello con delle fasce colorate, coperto dalla pioggia, o dal troppo sole, da un tetto leggero: giusto un velo. Questo bosco l’ho chiamato “Le bois des pas perdus”: il bosco dei passi perduti. I passi perduti è una bellissima invenzione francese, sociale prima che architettonica. Per semplificare anche in questo caso, diciamo che è un luogo di filtro, di attesa, di sospensione. Ma giocando sul francese, è anche il bosco di coloro che non sono persi, di coloro che non sono più persi.
Le fasce colorate sono disposte ordinatamente una accanto all’altra, una sopra l’altra, una dopo l’altra. Vi è dunque un ordine, che è l’azione propria dell’uomo, o quella che lui almeno crede tale: trovare un ordine, ritrovare un ordine, inventare un ordine.
I colori delle fasce hanno un significato. Poiché occorre ritrovarsi (siamo confusi, erranti, persi), bisogna innanzi tutto capire dove siamo. Siamo qui, proprio qui, in Umbria, al centro dell’Umbria (il pannello non può stare dappertutto: in questo senso non è un oggetto di design, insomma). I colori sono diversi perché sono fasce di legno nostro: quercia, ciliegio, pero, carpine, olmo, orniello, salice, pioppo … Le fasce sono larghe un pollice, nell’idea progettuale. Il pollice fa saltare il metro decimale e ci riporta a una dimensione umanistica della misura, a una precisione confusa, come dice Valéry. È un ritorno al Modulor di Le Corbusier e attraverso di lui a tutta l’antropometria che nasce (o rinasce), nell’Umanesimo.
In realtà, dunque, il pannello non è altro che il nostro mondo. È la rappresentazione e la ri-presentazione del nostro mondo. La differenza sta nel fatto che lo sguardo dell’uomo lo trasforma da semplice territorio a giardino. Le fasce di questo giardino surrealista e distillato sono interrotte da tre eccezioni: delle fasce di colore verde, una fascia di colore rosa, e un cerchio nero.
Le fasce verdi sono disposte secondo un ritmo e secondo una matrice geometrica, forse anche facile a leggersi: partendo dal basso la prima fascia verde definisce un quadrato che ha come lato la base del nostro giardino. La seconda fascia è in ragione di radice di 2, e cioè la diagonale del quadrato. La terza fascia è in ragione di Phi, della Sezione Aurea. La quarta è in ragione del doppio. Tutto nasce dall’uno, come dice l’Alberti, e a questo punto le altre fasce potrebbero essere interminabili, gemmando da queste semplici regole.
La fascia rosa è per riportarci ancora più qui: mi sembra che se c’è un’architettura umbra, se dovessimo fare un pericolosissimo esercizio di sintesi e ricondurre l’architettura umbra a una sola figura, a un solo periodo, direi che l’Umbria è l’architettura romanica. Piccole o grandi costruzioni, ma sempre con un alto valore di massa, di volumi stereometrici, di luce e ombra. Un’architettura di pietra: di pietra rosa. Dalla chiesa di Monteluce di Perugia alla basilica di San Domenico di Spoleto, passando per Santa Chiara ad Assisi, per San Feliciano a Foligno, dalla cattedrale di Todi a Gubbio, io vedo una frequenza della pietra rosa che non trovo più in altre parti d’Italia.
La terza eccezione in questa costruzione di colori è l’occhio nero che ci guarda e ci disturba. È l’imperfezione, è il punto di yin nello yang, è l’incompletezza, il peccato originale. È posto in un luogo che sfugge a qualsiasi ragione topologica e geometrica. Ci guarda, ci ammonisce: in questo è il monumento del nostro giardino.
Le fasce colorate, oltre a essere proprie della nostra palette molto locale, sono anche un ricordo e un tributo ai nostri grandi pittori e artisti, che magari hanno scelto questa terra per lavorarvi. Senza andare troppo indietro, penso a Dottori, a Dorazio, a Tisato. Sopratutto a quest’ultimo, ai suoi legni, alle sue tele tessute, alla sua “umbritudine”. Infine il tetto che copre il nostro giardino. Una semplice lastra con un buco, che lascia passare un solo raggio di sole, un raggio che sul pannello dovrebbe disegnare le sue traiettorie, come una meridiana inversa, così come funziona il Pantheon. Il raggio di luce ci costringerà a seguirlo, e risalendolo si scopre che l’intradosso della copertura è il labirinto della cattedrale di Amiens, al cui centro ho posto quest’oculo.  Ho voluto simboleggiare così un paradosso che mi ha sempre affascinato fin da bambino e che non smette di farlo ancora oggi, soprattutto in estate. Il paradosso, lo choc, la meraviglia è questa: che il Cielo, così limpido, così chiaro, in realtà nasconde misteri insondabili. Questo velo, così leggero,  nasconde più di quanto non riveli. Questa cosa non smette di sorprendermi.

* Traccia per la presentazione del pannello “Lo Studiolo del III° millennio”, a Bastia Umbra, il 5 marzo 2017

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Architetto. Esploratore.

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