Recentemente, in una occasione particolare, mi è capitato di riflettere ulteriormente sul senso del sacro nella nostra civiltà occidentale. Sul senso, cioè, che per la maggior parte delle persone è molto importante e che fornisce spesso la motivazione per vivere serenamente gli alti e i bassi della vita quotidiana. Ad altri il senso del sacro è di aiuto nei momenti peggiori dell’esistenza.
Mi è sempre piaciuta l’etimologia inglese di Sacro. Si dice holy (che ha la stessa radice di whole, intero, integro). In italiano non riesco ad andare oltre il latino sacer, che però non riesce a dirmi altro, ma forse è solo la mia ignoranza che si ferma lì.

Il senso del sacro è quello che dovrebbe evitare di vivere solo per scegliere la marca del frigo o per scegliere la prossima destinazione turistica. (En passant, sto cominciando ad odiare il turismo: forma di Grand Tour romantico tedesco in sedicesimo, largamente inquinante, devastante per il nostro territorio come il consumo di suolo.)

Ora, noi abbiamo fatto di tutto per eliminare il senso del sacro dalla nostra vita, il senso di alcuni assoluti, il senso di alcuni valori non negoziabili. Tutto ciò è parso una conquista: in ambito religioso, in ambito scientifico, in ambito morale. Siamo in un mondo dove finalmente tutto è relativo, tutto è negoziabile.

Credo che l’Islam invece attragga molti giovani d’oggi, anche nelle sue forme più radicali, in virtù di un concetto del sacro che noi abbiamo voluto espungere e che invece lì r-esiste bello saldo. Nell’islam, almeno così come viene percepito, ci sono valori non negoziabili, punti fermi, gnomoni infissi nel terreno. Provate a negoziare con esso i diritti dei gay, delle donne, a introdurre la teoria del gender fluid, il diritto di Israele di avere un luogo nel mondo …

Quest’idea di sacro, di immutabile, di una vita dopo la vita, attira e motiva molti dei giovani di oggi. Per essere in guerra bisogna essere motivati, come sa ogni buon Generale. Ma per andare in missione suicida occorre essere MOLTO motivati. E questa motivazione non la dà né il prossimo cellulare né la prossima settimana bianca. 

Perché avvicino il sacro alla morte? Perché mi sembra naturale sia così: sento così. Di fronte alla morte e di fronte alla vita, alla nascita di una nuova vita, ci si ferma, ci si dovrebbe fermare. Se non lo si fa, è perché secondo me qualcosa si è rotto. Noi abbiamo trasformato la vita in una faccenda molto tecnologica e molto edonistica. E la morte in una faccenda molto burocratica, e quindi noiosa: quasi un contrattempo. Un’ interruzione della nostra quotidianità, dei (o delle?) nostri aperi-cena. Una cosa che si risolve facendo molte carte, radunandosi magari in un luogo molto laico (ci mancherebbe), ascoltando i ricordi di qualche amico, e bruciando poi tutto ciò che quella persona è stata in un forno. E poi facendo magari un buffet, un rinfresco, perché non si sa bene come finire un momento simile.

Ecco: ci siamo liberati della Chiesa, dei preti, dei crocifissi, della dottrina, dei dogmi. Delle favole, forse. Dei misteri. Ne abbiamo guadagnato molto?

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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

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