Forse è perché sono architetto e forse perché credo che l’architettura nasca con l’invenzione del muro, che amo i muri. Lo so: vado controcorrente: se c’è una cosa che il mainstream oggi mal sopporta è l’amore per i muri. E quindi i confini, i limiti. Senza muri non ci sarebbero divisioni. E (anche): senza muri non vi sarebbero le case.
Non capisco questa follia collettiva per cui non devono esserci più muri o confini. Perché a me pare che la distruzione dei muri comporti anche la distruzione dell’identità, dell’unicità, dell’individualità. Noi abbiamo paura dell’identità. Sembra che non vogliamo più avere confini, identità, limiti. Possiamo essere maschi, femmine, transessuali, asessuali, e poi italiani, francesi, europei, … e ancora cattolici, buddisti, islamici, shintoisti, e passare dall’uno all’altro senza tante pene.

Essere così “liquidi” ci renderà migliori? Saremo più buoni? Sono domande autentiche. Per molti anni io ho creduto che abolire ogni distinzione, ogni etichetta, ogni nome, mi avrebbe condotto a essere una persona migliore, e di conseguenza a una società migliore. Poi il dubbio, a seguito di sperimentazioni sul campo della realtà, si è esteso e ha investigato anche questa idea, (l’abolizione delle distinzioni, delle differenze), che forse era diventata un’idée reçue, come altre.

Ora mi chiedo se non sarebbe stato meglio, invece, essere consapevoli delle proprie radici, dei propri limiti, e cercare di capire, profondamente e onestamente l’altro.

La violenza nasce tutta dalle distinzioni, dalle differenze? Sono le distinzioni le cause della violenza? Le distinzioni sono eliminabili? Tutte le distinzioni sono uguali? È questa la domanda chiave, il nodo, il tema. Siamo violenti perché siamo diversi? È possibile un mondo senza differenze? È possibile vivere senza violenza ammettendo le differenze?

Perché se pensiamo che le differenze in sé portano alla violenza, occorre battersi per eliminarle.

Se, invece, come io credo, le differenze non possono eliminarsi, occorrerà vedere come poter vivere accettando le differenze. Dirsi tutti cristiani o tutti buddisti non eliminerà le differenze: se ne creeranno altre, in questo nuovo gruppo. Finché ci saranno due uomini ci saranno differenze. La creatività umana è infinita: da due generi siamo passati a 29 (vedi New York), e nulla impedisce di credere che potranno ancora aumentare (penso per esempio a tutto ciò che potrà generare l’ibridazione dell’uomo con la genetica, la robotica e con la protesica).

Se ci saranno differenze, ci saranno sempre confini: ci saranno sempre muri.
Quando i bambini fanno il girotondo, realizzano un muro, un confine. Si fa parte del muro, si è all’interno, o si è all’esterno. Che poi i muri e i confini possano essere abbattuti o scavalcati, questo è un altro conto. C’è sempre stata questa volontà di andare oltre, di passare il confine, di abbattere un muro. Ma varcare la soglia costa: deve costare. Non può essere solo il fatto di fare un passo in più. Direi anzi che il passare un limite dovrebbe essere ritualizzato.

Chi vuole entrare in un’altra casa, in un altro paese, deve passare un muro. Tranquilli: non voglio mettere fili spinati e sparare sulla gente. Parlo di un muro fatto di lingua, di cultura, di tradizioni, di canzoni, di poesie, di battute, di cene, di ubriacature, di lavoro, di responsabilità. Un muro che definisce, appunto, una identità. L’Italia non è solo 1 m più in là dal confine austriaco, insomma. Chi vuole farne parte deve spogliarsi di alcune cose. Mi dispiace dirlo, anche se è meglio essere onesti e dirlo in maniera esplicita. Chi vuole entrare e restare in Italia deve per esempio rinunciare alla sua lingua di origine (almeno in pubblico). Ora, e per esempio, solo chi non vuol vedere e non vuol sentire, può pensare che la rinuncia alla lingua sia una cosa facile a farsi. La lingua trascina con sé talmente tante implicazioni, e talmente profonde, che questa rinuncia è un atto doloroso. Con la lingua si rinuncia spesso anche a un modo di pensare. Sento questa rinuncia io stesso con il francese, e sono partito da Nancy a 11 anni. I colori non sono gli stessi, le battute non sono le stesse, il modo di augurarti un buongiorno non è lo stesso, il senso del tempo non è lo stesso … immagino quello che può voler dire passare da una lingua totalmente differente alla nostra. Chi vuole stare con noi deve rinunciare a una parte delle sue leggi, anche quelle più prosaiche, quotidiane. Da noi si guida a destra, dopo aver preso una patente, dopo i 18 anni. Gli uffici aprono alle 8 e chiudono alle 14, il sabato non tutti lavorano, (ma non c’è una legge che ti obbliga a non lavorare), ecc. 

Certo, noi possiamo accettare, tollerare, accogliere e infine cambiare un po’, ma il lavoro duro lo deve fare chi arriva. Chi arriva è sottoposto a un sacrificio maggiore, non c’è dubbio. Un sacrificio che deve fare per potersi integrare nella cultura che egli ha scelto.

C’è anche chi, in Italia, in Francia, in Inghilterra, è disposto a rinunciare a molta della propria cultura d’origine per integrare quella dello straniero. C’è anche chi sarebbe proprio disposto a buttare tutta la sua cultura pur di abbracciare qualcosa di diverso. Qualcosa percepito come più carico di senso (ma questo è un altro tema e dovrò tornarci in un’altra sede).

Tuttavia, per chi voglia guardare in faccia la realtà in maniera non pregiudizialmente ideologica, integrare tutto e tutti è un sogno, una chimera. Si farà, forse, in un tempo lunghissimo: forse, appunto, il tempo di creare una nuova lingua.

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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

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