L’architetto Freyrie, già presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, ha pubblicato sul proprio blog il resoconto di un’avventura capitata a un suo amico, dal quale dice di aver ottenuto l’autorizzazzione a raccontare l’accaduto. Tuttavia, poiché non ci sono nomi o situazioni del tutto esplicite attraverso le quali sia possibile risalire ai soggetti principali, la precauzione appare eccessiva. In ogni caso l’intervento è qui e vi consiglio di leggerlo prima di scorrere le mie note. http://fregisfregi.blogspot.it/2016/09/non-e-un-paese-per-architetti2-la-carta.htm
E’ grave che un noto architetto, come egli è, e soprattutto un ex Presidente del Consiglio Nazionale sembri avallare un’interpretazione diversa da un principio di buon senso che vige in Italia (e in tutto il mondo occidentale): la carta è norma.
Ci mancherebbe che non lo fosse! Dobbiamo deciderci: vogliamo la certezza del diritto? Sì? Ebbene, la certezza passa dalla carta. Se bastasse la parola di un architetto (di un ingegnere, di un geometra, di un assessore), a dire che lì non c’è un fiume ma solo un parcheggio, o viceversa, saremmo davvero un paese straordinario. E avremmo un paese che non esiste, fatto solo di aree vergini pronte alla lottizzazione, tutte in pianura, senza rischi idrogeologici, senza rischi sismici. Mi fermo perché è troppo semplice continuare con gli esempi.
Non sono così sciocco da non capire che ci sia un punto che non va: c’è un disallineamento tra lo stato di diritto (la carta) e lo stato di fatto (la realtà). Il fatto è che questo disallineamento non può essere risolto facendo saltare il nostro affidamento sulla carta.
So che il problema è anche  il tempo che occorre perché uno stato di fatto trovi corrispondenza poi in uno stato di diritto. Un tempo che ci sembra insopportabilmente lungo. E che la vulgata comune lega a una generica burocrazia. Spesso è vero. Voglio solo aggiungere un elemento a quest’opinione diffusa: il tempo è molto lungo perché spesso i procedimenti amministrativi che portano a colmare questo disallineamento prevedono  delle ampie tutele partecipative a favore dei cittadini che vogliono o possono entrare nel procedimento, apportando le loro istanze e valutazioni.
Nel caso in esame il PRG dovrebbe essere aggiornato con il nuovo stato di fatto (e di diritto), e quindi cancellare quelle case. Ma chi può decidere di cancellare? L’Ingegnere Capo (figura mitica e forse da aggiornare un po’)? Il Sindaco? I proprietari di quelle case? Tutti insieme? Solo alcuni? E se qualcuno non è più reperibile? E il terreno deve rimanere ancora edificabile? Quindi le case potrebbero tornare? E’ diventato invece inedificabile? Tutti i proprietari ne hanno avuto conoscenza?
Il tempo che ci sembra inevitabilmente lungo serve a districare, in forma democratica e partecipativa, queste e altre domande, che ho omesso. Il tempo serve a costruire una variante urbanistica di rettifica (se va bene), o una variante urbanistica tout-court.
Questo è il modo (il progetto), con cui la nostra società cerca di risolvere questi problemi.
Il prof. Leoncilli, che ho avuto il piacere per qualche tempo, diceva sempre che un progetto si critica sempre con un altro progetto. C’è?

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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

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