Parto come sempre da un luogo comune: tutti amiamo la pace. La pace intesa come assenza di guerra, come condizione opposta alla guerra. Ora, la pace non implica necessariamente un mondo perfetto. Sotto il mantello della pace può regnare un mare di ingiustizia, di iniquità, di dolore. La schiavitù può benissimo continuare a esistere in un mondo dominato dalla pace tra le nazioni, per esempio. Si tratta allora di rimettere i valori fondamentali della civiltà in un quadro di coerenza e di gerarchia.

Credo che la giustizia sia un valore più alto della pace, per esempio. La reciprocità, la simmetria, la libertà d’espressione, anche.
Si confonde spesso la pace con la non-violenza. E’ bene soffermarsi un po’ su questi concetti. Come diceva Gandhi, c’è una non-violenza del forte e c’è una non-violenza del debole. La non-violenza del debole porta solo (e più velocemente), alla vittoria del più forte. Gandhi stesso era critico di fronte a questa forma di non violenza. Gandhi prestò servizio militare, in giovane età, senza mai rinnegare quel periodo.
C’è chi decide di esprimere la propria opinione, di prendere posizione rispetto a un tema accettando di pagarne tutte le conseguenze. Potrebbe anche morire pur di non rinnegare una propria convinzione. Il non-violento preferirà essere ucciso piuttosto che fare del male ad altri. Può essere un codardo o può essere un santo, un martire. Visto nell’ottica di lungo termine del cambiamento necessario, la sua azione può avere effetti diversi. Se infatti non c’è nessuna cassa di risonanza mediatica, il suo gesto rimane quasi privo di effetti. Un debole è morto: il forte continua il suo cammino, più forte di prima. Se il sacrificio del debole rimane sconosciuto, esso sarà stato del tutto vano. Se invece il suo gesto ha qualche influenza su altre persone, avrà in parte raggiunto il suo obiettivo.
Se la sua ostinazione riguardo alla non-violenza implica mandare a morire altre persone innocenti a lui vicine (o anche meno vicine), occorre “pesare” le morti. Meglio uccidere un soldato nemico o lasciare che uccidano mio figlio perché io non voglio fare violenza? Io non uccido, ma altri uccideranno, anche a causa della mia inerzia. Non voglio fare personalmente violenza, ma lascio che gli effetti della mia azione siano molto violenti, anche su persone che non sono direttamente responsabili o corresponsabili delle mie decisioni. Vi è qualche superiorità morale in questa scelta? Chi vuole la pace attraverso la non-violenza deve essere disposto a sacrificare suo figlio (e i figli degli altri), pur di non far male all’altro. Qualcuno di voi è pronto a questa estrema coerenza? Io no.
Ma se uno non è disposto a questo sacrificio non può parlare di non-violenza: sta solo aspettando che altri facciano il “lavoro sporco”.
Il non-violento (forte), usa il suo corpo in maniera violenta. Lo sciopero della fame, della sete, il darsi fuoco non sono forme violente? Il monaco buddista si dà fuoco di fronte a tutti e non in fondo alla sua cella. Egli crede che la violenza che egli fa a se stesso sarà utile e che grazie a questo sacrificio, egli eviterà altre sofferenze. Gesto eroico, forse. Violento, sicuramente.
Esistono poi delle forme di lotta cosiddette non-violente: la resistenza passiva, il sabotaggio, il boicottaggio, e tutte le altre tecniche di lotta teorizzate da Gandhi (e altri, dopo di lui), per ristabilire la giustizia. Sono appunto tecniche di lotta. Qualcuno, da qualche parte, accuserà dolore per le mie scelte, per le mie azioni non-violente. Un embargo è una tecnica non-violenta, se volete: una forma estrema di boicottaggio. Un embargo di medicine è per esempio un bell’esempio di lotta non-violenta portata alle estreme conseguenze. Pensate ancora che questa forma di lotta sia indolore? L’embargo non è già invece una forma di guerra? L’assedio di una città e la sua morte per fame e per sete, pensate sia una tecnica di guerra violenta o non violenta? Il boicottaggio di interi prodotti di una nazione pensate non abbia ripercussioni forti, incisive, dolorose, su una nazione? Quello che voglio dire è che non esiste una facile e radicale distinzione tra la pace e la guerra, tra forme di lotta non-violenta e forme di lotta violenta. Alla fine c’è una gradualità delle forme di lotta, che sono sempre violente.
Pensate che la lotta non-violenta (così si chiama, anche se sembra piuttosto un’antinomia), possa risolvere tutti i problemi, quando nemmeno Gandhi lo pensava? Pensate che il digiuno assoluto avrebbe salvato gli ebrei dallo sterminio? Hitler si sarebbe commosso di fronte allo sciopero della fame o della sete?
Bene, allora bisogna trarne le conseguenze: a ogni livello di tensione, di conflitto, a ogni scenario di lotta, si addicono strategie, tecniche e tattiche differenti. Si va dal dialogo interculturale al terrorismo, dall’embargo alla guerra. Possiamo negare questa cosa, possiamo non accettarla. Purtroppo a me sembra che non cambierà molto.

Per tornare all’attualità, l’ISIS è più vicino a Hitler che non all’impero britannico di inizi ‘900. L’Isis non si fermerebbe davanti al nostro sciopero della fame. L’Isis non si fermerà di fronte ai nostri concerti per la pace.

Chi non vuole militarizzare il conflitto ora è perché ritiene che i morti non siano ancora sufficienti. Chi non vuole adottare misure particolari ora è perché ritiene che vada bene tutto così come va ora. (Per il bunga bunga di Berlusconi ci fu una quantità di persone in piazza con il cartello “Intercettateci tutti”: oggi, che questa restrizione della libertà personale avrebbe un senso leggermente più utile, non se ne vede uno.) Chi non vuole cambiare nulla del nostro rapporto con la cultura islamica è perché ritiene che i morti non siano ancora sufficienti. Quando finalmente i morti causati dall’Isis raggiungeranno e valicheranno una indeterminabile (ma certa) soglia di sensibilità comune, i governi occidentali saranno pronti a usare molta forza e molta violenza per difendere alcuni nostri valori.
Valori che crediamo fondamentali per la nostra civiltà: tolleranza, libertà di espressione, libertà sessuale, libertà genitoriale, diritto a un giusto processo, ecc. Chi non si riconosce più in questi valori è ancora libero (in occidente), di disprezzarli anche pubblicamente: è ancora libero di uscire da questo consesso e di opporvisi. Da altre parti tutte queste libertà non sono concesse. Valori che andrebbero difesi con molta forza e determinazione ora.

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Architetto. Esploratore.

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