Sembrano sfuggire le motivazioni per cui questi ci uccidono. Alcuni miei amici mi dicono che non è una guerra di religione, che il Corano non chiede di uccidere gli infedeli. Altri mi dicono invece che il Corano chiede di uccidere, come fa la Bibbia, che è molto violenta. E che quindi è solo una lettura non mediata del testo che conduce a questi esiti. E che implicitamente anche una lettura “scolastica” della Bibbia condurrebbe agli stessi esiti. Fatto sta (e i fatti sono ostinati), che questi signori dalla bande nere fanno un test: o sai questo versetto del Corano o muori. Ci sono anche coloro che sono molto più prosaici e che non fanno test: dicono solo “Allah è grande” prima di farsi esplodere, avendo cura di scegliere un posto frequentato. Dal loro comportamento dovrei dedurre che più persone muoiono e più Allah è grande. Non lo farò. Un Dio così non merita nemmeno una deduzione di second’ordine.

Seguo ancora il ragionamento di alcuni amici che mi dicono che ci sarebbe un Islam radicale e intollerante, e un Islam moderato e tollerante. Che tuttavia è del tutto invisibile e silente. O troppo tollerante: nel senso che tollera tutto, anche l’abuso del nome del suo dio. Se questo Islam moderato esiste bisogna chiedersi perché non si manifesta, perché non protesta, perché non si indigna. Un primo motivo è da rintracciare nella paura. Paura di essere torturati, uccisi. Paura che facciano lo stesso ai loro figli e mogli. Non è facile manifestare il proprio dissenso in quei paesi. Detto di passaggio, questo dovrebbe essere un valore con il quale pesare la nostra reciproca convivenza. Ritengo anche che questo Islam moderato a volte sia connivente con quello radicale e che in fondo l’Isis faccia un po’ di lavoro sporco: una lezione a questi occidentali benestanti bestemmiatori ogni tanto ci vuole. Perché non esiste un Islam radicale da una parte e un Islam moderato e buono dall’altra: esiste, come sempre, una ampia area grigia, in cui si è moderati ma non troppo.

Non è una guerra di civiltà, perché esiste un Medio Oriente e un Islam che è in grado di integrare e di integrarsi con la nostra civiltà. Non è una guerra di cultura, per le stesse motivazioni.

Alcuni mi dicono che è una guerra di matrice post-colonialistica, poiché li abbiamo troppo a lungo sfruttati e quindi è giusto che questi si vendichino.  A Dacca sfruttiamo i loro bambini e quindi queste ritorsioni sono giustificate. Non condivido questa tesi. Innanzi tutto il nostro sfruttamento consente di portare un po’ di ricchezza in quei paesi, nei quali in assenza delle nostre fabbriche lo sfruttamento avverrebbe in termini ancora più atroci e silenziosi, in un mondo rurale di grande miseria. I nostri marchi si arricchiscono, è vero. NOI ci arricchiamo, i nostri manager, i nostri imprenditori, i nostri azionisti. In termini generali anche loro si arricchiscono. Possiamo accettarlo, cercare di affievolire queste disuguaglianze o rifiutare con coerenza questo modello è cominciare a boicottare molti dei nostri prodotti.

In secondo luogo i foreign fighters dimostrano che se i nostri giovani e baldanzosi rampolli partono dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia, forse la matrice colonialistica c’entra poco.

In terzo luogo (e Dacca lo dimostra in maniera palese), gli inner fighters non sembrano farlo per motivazioni economiche e soprattutto non de-colonialistiche. Chi ha ucciso a Dacca non ha lavorato nelle fabbriche delle multinazionali.

Che tipo di guerra è dunque? Ci mancano le parole? È diversa dalle altre guerre? O abbiamo paura di pronunciare vecchie parole? Le motivazioni di questi terroristi sono forse più complesse e non hanno una sola matrice: religiosa, ideologica, economica. Forse le motivazioni si sommano tra loro, si intrecciano, si sovrappongono, si rincorrono, si amplificano. Convergono però tutte verso un comportamento e un obiettivo chiaro: il potere: il comando. Mi sembra che vogliano imporre il loro modello di vita, i loro valori. E che siano disposti a usare la forza per imporli. Chiedo a chi mi legge di fare un piccolo esercizio di fantasia. Ammettiamo che questi signori siano giunti infine al comando, dopo qualche testa tagliata e dopo qualche conversione, più o meno spontanea. Ecco, chiudete gli occhi: siamo già in un mondo islamico: pensate che vi lasceranno pregare il vostro Dio della croce? Pensate che potrete ancora leggere gli stessi libri che leggete adesso, guardare la stessa TV, ascoltare la stessa musica, mangiare la stessa carne, bere lo stesso Chianti? Pensate che potrete ancora sfilare a Roma con i carri del gay pride? Pensate che Vendola e compagno potranno accudire un bambino dopo averlo preordinato dall’altra parte del mondo? 

Io credo di no.

La domanda è allora questa, per ognuno di noi: a cosa sono disposto a rinunciare pur di non riconoscere che questo Islam radicale vuole il comando e che se ne frega dei miei valori di dialogo, di tolleranza, di integrazione, di libertà? Pensate che questo Islam si piegherà perché cantiamo “Imagine” di John Lennon, perché facciamo un minuto di silenzio a scuola, perché giochiamo al pallone con una fascetta al braccio? Pensate che l’Islam moderato fermerà l’Islam radicale? E come? Anch’esso con le fascette al braccio? Io credo di no.

E quando intenderebbe fermarlo? Quanti morti occorrono perché l’Islam moderato fermi ed estirpi questo male? Io ritengo, purtroppo, che se non è stato in grado di farlo finora è perché è strutturalmente incapace di farlo o perché non vuole. In entrambi i casi non ci salverà. O allora speriamo che l’Islam moderato diventi meno moderato e che si rivolti a queste bestie? Pensiamo di lasciare a loro l’incombenza di farsi la guerra? Se noi la facciamo non va bene, perché siamo una civiltà superiore. Se la fanno tra loro, la cosa è più tollerabile. Se la guerra la fanno altri, la cosa è sempre più tollerabile.

Noi non vogliamo più difendere i nostri valori perché ci siamo abituati al fatto che prima o poi qualcun altro lo farà per noi. Noi non vogliamo più difendere i nostri valori perché finora reputiamo che queste cose non sono reali: sono toccate ad altri, non a noi. Succede da un’altra parte, non qui. Noi vediamo gli Europei di calcio, andiamo al mare …

Non difendere i propri valori non è tolleranza, in questo caso: è un lusso, una vigliaccheria, un esercizio di cinismo.

Io non dico che bisogna andare per forza e subito in guerra “boots on the ground”. Esistono forse altre strategie, che però passano tutte dalla parte opposta del “non fare nulla”. Né credo che la pace sia sempre la miglior condizione possibile: vi sono delle paci che nascondono grandi ingiustizie. A volte la violenza porta più uguaglianza della pace. E sulla violenza della lotta non-violenta di Gandhi magari parlerò un’altra volta.

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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

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