Non siamo tutti uguali. Credo che occorra partire da qui, sia per verificare, con un discorso sereno, per poter osservare le nuove tendenze culturali (profonde), in atto, per ciò che riguarda i matrimoni, le adozioni, la fecondazione eteronoma, le logiche e le politiche di integrazione.
Il che non vuol dire che non ci siano diritti per taluni o che ci debbano essere forti disuguaglianze. Ci sono, è ovvio, non voglio nascondermi dietro facili formule di facciata. Ma fanno parte della nostra vita ed è nostro compito cercare di renderle il meno dolorose possibile.
Ci sono differenze fisiche e culturali. Noi nasciamo maschi o femmine. Qualcuno, in questa contemporaneità, dice che l’identità sessuale non è data alla nascita, ma che può essere stabilita culturalmente anche dopo, con una libera scelta. E’ vero: il sesso si può cambiare. Anche più volte, oggi, se si vuole. Ciò non toglie che nella normalità dei casi i maschi nascono e si riconoscono perché hanno una certa connotazione e le femmine ne hanno un’altra. Se si vuole negare anche questa semplice evidenza, forse è meglio interrompere qui la lettura.
Un bambino nato nella cultura eschimese è diverso da quello nato nella cultura beduina. E questa diversità si mantiene finché il soggetto non decide di modificare (per quello che può), la cultura in cui è immerso o finché non decide di partire e di scegliersi un’altra cultura, elettiva. Anche qui, il dato mi sembra autoevidente. C’è una diversità culturale tra gli uomini, non fosse altro che per la lingua in cui essi si esprimono.
Le tendenze culturali in atto oggi in occidente spingono per eliminare le differenze, alimentati da un misto di pensiero debole da una parte (la paura degli assoluti) e di hybris dall’altra.
Ma se non ci sono differenze tra un matrimonio eterosessuale e un matrimonio omosessuale, io ripeto (l’avevo già detto in un altro post), che è logico che cada anche il perbenismo del numero. Non si vede perché questo matrimonio debba essere solo tra un essere umano e un altro essere umano. Meglio liberalizzare anche il numero. Io posso sposarmi con più persone, punto.
Così come dovrebbe cadere anche il tabù dell’incesto. Non si vede perché io non possa giacere con mia madre o con mio padre. Se poi dovesse capitare un “piccolo incidente di percorso”, c’è sempre la diagnosi pre-natale che potrebbe risolvere il problema di figli con potenziali malattie incurabili. D’altra parte immagino che l’aspetto riproduttivo sarà presto completamente espunto dall’atto sessuale, che rimarrà come soddisfacimento del piacere e come mera pratica sociale.
Né deve resistere il limite della pedofilia, attestato sulla maggiore età, quando è noto che l’attività sessuale degli adolescenti inizia oramai ben prima.
E’ evidente dunque che il matrimonio nella forma in cui l’abbiamo conosciuto è destinato a scomparire, soppiantato da contratti molto più elaborati e raffinati dal punto di vista legale. D’altra parte mi sembra che nei paesi anglosassoni si pratichino già dei matrimoni a tempo determinato con il corredo di varie clausole. Per dare cenno delle complicazioni legali e sociali di questo tipo di convivenze, basta immaginare la pensione di reversibilità, molto attuale in questo momento. Immagino la complessità della norma da scrivere per garantire l’istituto della reversibilità (e un minimo di equità), a un “matrimonio” di tre gay, di cui un componente sopravvissuto sia legato da lunga data al deceduto mentre l’altro sia di recente legame e magari disoccupato.
Se poi una coppia gay ha diritto a un figlio (adottato o preordinato con pratiche di inseminazione e di gestazione varie), tutti hanno diritto a un figlio. Anche i single hanno diritto, ovviamente. O i componenti di un matrimonio plurale, poligamo.
Mi preoccupo del fatto che un figlio possa essere adottato o voluto in una tale forma societaria che, come tutte le forme societarie, può subire rapidi e improvvisi cambiamenti (divorzio, morte, aumento del numero dei componenti, cambi di residenza, ecc.). Mi sembra cioè che si tralascino i diritti dei più deboli (i figli), ma questo sembra interessare poco la cultura attuale. Mi sembra ancora che la famiglia, con tutte le sue eccezioni e le sue patologie, fosse una istituzione a tutela di molte posizioni individuali, e che ora la si voglia buttare a mare con una discreta leggerezza.
Non ci devono essere differenze tra noi e gli immigrati. Nessuna frontiera. Bene. Ma allora perché le lingue? Cerchiamo di promuovere una sola lingua per tutto il pianeta Terra. Perché invece, in più sedi, cerchiamo di tutelare queste lingue in via di disparizione? Se l’immigrato che non sa la mia lingua ha tutti i miei stessi diritti, occorre ripensare a un diritto planetario. Cosa che non sarà facile. Ci saranno sempre differenze da colmare.

Mi sembra che volere l’abolizione delle differenze ope legis sia l’altra faccia di un modo pigro di vivere. Il mantenimento delle differenze, infatti, implica uno sforzo di tolleranza e di comprensione. Uno sforzo anche per mantenere una giusta distanza, perché no? L’abolizione delle differenze è un modo per evitare questa difficoltà della vita. Il modello consumistico (la sua essenza), ha fatto bene il suo lavoro, e sta riuscendo in quello che non era riuscito a regimi dittatoriali del passato.

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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

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