Ho frequentato per molti anni i libri di psicologia, della Gestalt, della PNL, sul comportamento non verbale, sulle emozioni, sulla creatività, sull’assertività, sulla leadership, scrivendo anche io delle liste … per tornare poi alle origini: al Taoismo. Alla semplicità di un sole che nasce a est e che tramonta a ovest.

Le liste di obiettivi (devo perdere 20 kg, devo lavorare di meno, devo guadagnare di più), non servono. Falliscono perché presuppongono una divisione della personalità fin dall’inizio. Presuppongono che ci sia una parte buona che vuole un sacco di obiettivi fantastici, e una parte cattiva che resiste a questo futuro. Ma il porsi degli obiettivi e lo scriverli (renderli quasi oggettivi), nel momento in cui lo si fa, marcano e misurano la distanza che c’è tra l’essere e il dover essere. E non è una semplice distanza tecnica, che si può colmare pianificando e progettando ponti, passaggi, salti, ecc. È una distanza psicologica: noi scriviamo quegli obiettivi perché NON li vogliamo. Non li vogliamo ancora, almeno.

Non abbiamo bisogno di scrivere che dobbiamo respirare, o bere, o mangiare. Tra noi e questi obiettivi non c’è alcuna distanza psicologica. C’è solo una distanza tecnica, da risolvere pianificando, ma non c’è alcuna diversità. Non c’è una parte che vuole respirare e una parte che non vuole respirare: non c’è divisione. Quando ho voluto fortemente una cosa non ho avuto bisogno di scriverlo. Quando ho voluto sedurre la mia ragazza ho scritto lettere d’amore, ma non che dovevo sedurla.

L’occasione della lista di inizio anno è propizia allora per un piccolo esercizio di consapevolezza: quegli obiettivi che scrivo non sono ancora”miei”: da dove vengono? Perché voglio conseguirli? Questa meditazione, questo accoglimento, questa accettazione, può allora aiutare a dissolvere le varie parti in cui siamo divisi, ogni giorno, da tanto tempo.

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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

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