La carne
Io sono vegetariano dal 13/07/1983. Non mangio dunque carne da allora, se non rompendo una volta l’anno la regola che mi sono dato. E non mangio nemmeno il pesce, anticipando la domanda che più di uno mi ha fatto. Il pesce è carne che vive sott’acqua, come rispondo. Anche perché andando avanti con queste distinzioni un po’ ingenue si potrebbero escludere gli uccelli, gli anfibi, i rettili, ecc. Dunque la carne è carne.
Perché sono diventato vegetariano? Perché avevo allevato una piccola capretta nata da un parto trigemino e la madre l’aveva abbandonata. Una piccola capretta bianca, Sannen, tipo Heidi, sì. Ma la campagna è dura e noi la mia famiglia, noi, allevavamo animali da cortile galline, maiali, pecore, conigli, piccioni, anatre, per mangiarli, alla fine. Io stesso ho ucciso tanti di quegli animali … Ed ho continuato, per pietà, anche dopo essere diventato vegetariano. Sì, perché molti animali venivano uccisi da mia nonna che però a causa dell’anzianità e dell’artrosi deformante non riusciva più a dare una morte dignitosa a questi poveri animali, che alla fine subivano amputazioni, colpi e tagli vari. Dunque i piccoli animali da cortile li uccidevo io. Aiutavo ad uccidere il maiale, che in campagna è sempre un evento. Ora, l’urlo degli animali che si sentono in trappola e che forse sentono che vanno a morire è sempre impressionante. Ma il belato di un agnello di 40 giorni è duro da dimenticare. Il belato di un capretto è insostenibile. Tra l’altro la capra non bela, ma “maggia” ed effettivamente il suo verso è diverso da quello dell’agnello.  Il capretto chiama ed il suo richiamo è “mamma”. È un bambino che chiama la mamma. Non è una metafora: chi non lo ha sentito probabilmente non lo capisce.
La mia capretta, allevata con il biberon a latte artificiale, diventata un cucciolo più domestico e simpatico di un cane, è morta chiamando “mamma”, schiumando il proprio sangue dalla gola tagliata da un piccolo coltello. L’ho guardata morire, l’ho tenuta ferma con le mani, per farla morire: questa è la scena. Leggevo già Gandhi, Steiner, Krishnamurti, ecc.: mi è parso che fosse giunto il momento di smettere di mangiare la carne. A fronte delle previsioni catastrofistiche dei miei amici, sono ancora qui. Dal punto di vista nutritivo mi sembra evidente che avessero torto. Ma non c’ alcun piacere nel dire questo: la mia fu una scelta inconsapevole, “al buio”, e non pretendeva di dimostrare nessuna verità scientifica.
È da poco passata la Pasqua, e sui social network sono stai visti video e commenti contro l’uccisione degli agnelli o dei vitelli, scandalizzandosi di fronte alle modalità con cui si uccidono gli animali. Che sono i modi ordinari che si usano in tutto il mondo. Sono stupito di questo stupore. Ci si aspettava che gli agnelli svenissero da soli alla vista del macellaio? Che alle mucche facessero prima un’iniezione di morfina? Che la morte non comportasse dolore, sangue, merda, puzza, organizzazione, fatica, bestemmie, errori, sofferenza, agonia?
C’è il dolore della morte, è ovvio. Ma c’è anche il dolore della cattività dell’allevamento. Bisogna considerarla perché pesa, in un bilancio del dolore, se si potesse fare un bilancio simile. Gli allevamenti di galline ovaiole, di maiali, sono inumani e crudeli forse più della morte. Una bella morte è forse preferibile ad una intera vita in gabbia. Chiedete ad un uomo sotto tortura  se non preferirebbe un bel taglio della testa: io credo di sì. E credo che valga anche per gli animali. E per un animale avere lo spazio appena sufficiente per girarsi credo sia una tortura. Guardate come vengono allevate scrofe e maialini da latte, con la scrofa che può piegarsi solo su un lato. Galline che non sanno camminare, oche obbligate a mangiare per ottenere un bon foie gras.
Ecco allora che l’uccisione di animali da cortile, vissuti nella fattoria in condizioni discrete, in una cattività che non è nemmeno una cattività (conigli e galline e piccioni, per esempio girano nell’aia), mi appare molto più ragionevole. L’animale ha in fondo vissuto abbastanza bene, anche grazie al nostro cibo, ed ora gli tocca morire. Morire in pochi istanti. Morire come sarebbe morto in natura, braccato dai suoi predatori.
Anche la questione della caccia va rivista integralmente, se caccio per mangiare quello che caccio. Certo, c’è un’asimmetria ineliminabile tra la potenza di fuoco di un moderno cacciatore con fucile ed un animale solitario e spaventato. Non so come risolverla: non credo che i cacciatori vorrebbero tornare indietro e cacciare con lance e frecce, ristabilendo una sorta di equilibrio. E’ un’ingiustizia, che solo la coscienza del singolo cacciatore può risolvere, in una sorta di moderazione dei propri appetiti. Io non mangerei i passerotti, per esempio, ma anche questa è una questione che non può essere posta ragionevolmente sul tavolo, se si ammette l’esercizio della caccia. Il cacciatore sembra alla fine quello che ha più diritto a mangiare e utilizzare l’animale ucciso. Certo, vi sono pratiche degeneri: il bracconaggio, le reti, le trappole, ecc. E le consideriamo degeneri in virtù del discorso che facevo prima sulla sofferenza: meglio morire subito o morire di stenti preso in una rete? Meglio morire subito o morire poco a poco con una gamba nella tagliola? E poi c’è una questione che ha sempre dato fastidio e che riguarda coloro che mangiano tranquillamente la carne, ma che si rifiutano di uccidere con le loro mani un animale. O che si rifiutano di pulirlo, di sviscerarlo. Pur essendo vegetariano ho sempre sentito come legittima la posizione di chi mangiava carne essendo capace di uccidere con le proprie mani. Mi sembrava e mi sembra tuttora che questa posizione rimetta un po’ in equilibrio le posizioni, che riconosce l’uomo come uno dei predatori del pianeta.
Poi c’è la questione della pelle, come dice Stefano Di Michele in un recente saggio. Perché uccidiamo gli animali e ne usiamo anche la pelle. Del maiale, come si diceva in campagna, non si butta nulla. Ora: quando l’animale è ucciso è bene che se ne usi ogni parte, a mio avviso. Mi sembra che così facendo si dimostri quanto dipendiamo da lui, quanto sia importante. Certo, uccidere animali solo per la pelle è un’idea che a prima vista non può piacere. La barbarie di certe randellate su cuccioli di foca, per restare all’attualità, non può piacere. Ma dal punto di vista dell’animale non è che faccia molta differenza. L’idea ripugna perché immaginiamo che ci possano essere altri modi di vestirsi, più “ecologici”, che comportino minor sofferenza. Ma la stessa cosa si può dire per l’alimentazione, e io ne sono la prova vivente, insieme a qualche altro milione di persone. Anche questa posizione è  intellettualmente debole, in definitiva.
Poi c’è la questione della dimensione. Sì perché la posizione di chi non mangia carne per non uccidere gli animali, come me, è legata alla dimensione percepibile degli animali. Non uccido un agnello, ma un ragno sì, una zanzara sì. Dov’è il limite? Posso uccidere una lucertola? Un topo? Una vipera? Non sono questioni banali, se inquadrate in una logica di principio e se il principio è: non uccidere animali. Ma la mia semplice esistenza quotidiana comporta l’eliminazione di tanta altra vita. La stessa cottura del cibo è fatta (anche), per eliminare altra vita: batteri, germi, ecc. Ma basta camminare o andare in auto, per eliminare una quantità sterminata di vita: formiche, moscerini, cavallette. Basta che io mi lavi la mattina per eliminare altra vita.
E dunque bisogna essere intellettualmente onesti e dire che si è vegetariani e che non si uccidono animali sotto una certa soglia fissata discrezionalmente. Una soglia che non ci disturba perché non ha voce: non bela. Ecco perché (anche), non sono stato mai un integralista, un talebano del vegetarianesimo: perché mi sembra una posizione epistemologicamente comunque debole. La mia (la nostra) è una posizione come un’altra, che non consente di fare prediche dall’alto di una posizione etica diversa, più “pura”. Meglio essere più modesti e dire che si è vegetariani solo per questioni nutrizionistiche: penso che la carne sia un alimento insano, tutto qui. Una posizione legittima, e che permette di conciliare vari aspetti.
L’essere vegetariani non rende più intelligenti o più buoni (si dice che anche Hitler lo fosse), e quindi non c’è nessun insegnamento da trasmettere. Ci sono dei presupposti, forse, che dovrebbero valere in ogni caso. La nostra vita comporta inevitabilmente la fine di altra vita, di tanta altra vita. Ma in ogni piccola vita c’è un valore  e bisognerebbe esserne consapevoli. Se è vero che “Mors omnia aequat”, è ancor più vero il contrario: che la vita ci rende tutti uguali.
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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

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