Gli elementi ricorrenti del paesaggio agrario sono: i campi lavorati, i campi incolti, le praterie, gli orti, i filari di alberi, i filari di arbusti e siepi, le macchie, i boschi coltivati, gli alberi isolati, i frutteti, gli oliveti, i vigneti, i fossi di scolo, le strade poderali, le strade interpoderali, i casolari tipici, i casolari meno tipici, le stalle, i silos in muratura, i silos in plastica, le serre fredde, i fienili, le recinzioni, le rimesse per le macchine agricole, i frantoi, i molini, i pozzi, le vasche di accumulo, i laghetti collinari, la polvere (d’estate), il silenzio, il buio, il fango (d’inverno). Questo è quello che vedo qui in Umbria e regioni limitrofe. Ma se penso alla Liguria, per esempio, il paesaggio agrario cambia: perde alcuni di questi elementi e ne acquista altri. Penso ai terrazzamenti, alla densità delle serre.

Prima di andare avanti, è giusto che io confessi una mia opinione: l’analisi non è mai del tutto innocente! L’analisi ha sempre la tendenza a convalidare o confermare un’ipotesi di progetto che c’è già, che pre-esiste, ma che forse non si è in grado (o non si vuole), portare alla coscienza e verbalizzare.
Gli elementi ricorrenti del paesaggio urbano sono invece le case, le strade asfaltate, l’illuminazione, il rumore, lo smog, i pannelli pubblicitari, le indicazioni, le insegne, le fogne sotterranee, le tubazioni, gli impianti, le fontane, le piazze, le auto, i grandi palazzi, i monumenti, le scalinate, i muri, i giardini privati, i cortili, i garage sotterranei …
Se questi sono gli elementi tipici di città e campagna, dopo lo sfondamento delle mura urbiche, questi due sistemi hanno cominciato a compenetrarsi, a ibridarsi, e oggi è difficile ormai tracciare un confine netto tra i due.
È possibile ancora individuarli? O questo esercizio tassonomico è già tendenziale? Perché abbiamo bisogno di classificarli? Questa è una domanda che rimane per me ancora senza molte risposte convincenti. Provo a tracciarne una: perché in maniera soggettiva e inconsapevole riusciamo ancora a stabilire un confine tra i due e ad attribuire un valore ai due.
Cerco di essere più chiaro: è evidente che noi dobbiamo dare un valore alle cose (ai paesaggi, nel nostro caso), pena l’ingovernabilità assoluta. Quello che trovo poco convincente è la possibilità di parlare di un paesaggio rurale contrapposto ad un paesaggio urbano.
In maniera ingenua, non scientifica, non oggettiva, siamo in grado (con una buona accuratezza, comunque), di individuare i due estremi della scala: in tutti gli infiniti mezzi siamo un po’ più in difficoltà. Il problema è noto: come attribuire dei valori certi, oggettivi, equi, trasparenti, ad un fenomeno che mal si presta ad essere discretizzato? Un primo modo è quello di sezionare per quanto possibile il fenomeno e attribuire ad ogni piccolo pezzo un valore, cercando così di avvicinarsi di più all’oggettività. Si scompone, si normalizza, e si ricompone, con l’aiuto della matematica e degli indici sintetici.
Un secondo modo è quello di allargare e condividere la decisione. Dobbiamo sacrificare delle colline per il passaggio di un’autostrada? Che sia la collettività a decidere, con un voto a maggioranza.
Anche in questo caso ho presentato i due estremi. Ognuno ha i propri punti deboli. Il mio sospetto è che tuttavia ci sia oggi una forte preferenza verso il primo modo. La pretesa assoluta scientificità del modello consentirebbe così di de-responsabilizzare la scelta, poiché la scelta migliore è uscita da una sorta di black-box assolutamente indipendente e quindi imparziale, equa, giusta. Tuttavia questo modello non è mai “puro”. Alcuni pesi, alcuni criteri, devono essere dati in maniera soggettiva da un esperto, in maniera sintetica e risolutiva. La contropartita sarebbe un’analisi infinita.
Se prendiamo per esempio il valore di rappresentatività di un paesaggio (quanto è espressivo di un’identità locale), ritengo avremmo molte difficoltà a trovare un indicatore simile per via scientifica. Sarebbe meglio invece scegliere chi può stabilire il peso di questo indicatore: un super esperto? Un gruppo di esperti? Un gruppo misto?
Sarebbe auspicabile che per criteri tipo quello portato ad esempio ci fosse un forte contributo della popolazione locale. Dirò di più: la stessa individuazione di un paesaggio locale dovrebbe essere condivisa con la collettività. L’individuazione va infatti (secondo me), sempre a braccetto con l’attribuzione di valore.
Alcuni autori vedono nei concetti di rarità e di integrità dei buoni alleati per stabilire il valore di un paesaggio. (Detto di passaggio: la Convenzione Europea, da questo punto di vista, non ha aiutato. Ha solo differito il problema: ora tutto è paesaggio. Bene, ma non tutto ha lo stesso valore)
La rarità è un concetto che deriva dalla statistica e che ha bisogno di una popolazione per essere definito. Nel nostro caso, è proprio l’individuazione della popolazione a costituire un problema non da poco. Qual è l’insieme dei paesaggi all’interno del quale il nostro paesaggio potrà essere definito come raro? L’insieme dei paesaggi simili per caratteristiche morfologiche? Vegetazionali? Climatiche? Un mix? E il dominio geografico di questi paesaggi deve limitarsi ad una certa prossimità?  O può essere nazionale? O addirittura continentale? Ma quando abbiamo individuato il nostro paesaggio locale non lo abbiamo fatto in virtù di elementi che lo differenziano da altri paesaggi? Quando abbiamo individuato il nostro non abbiamo detto, in definitiva, che è unico? Ma se è unico, ha senso parlare della sua rarità?
Il concetto di integrità è della stessa complessità. Il nostro paesaggio è integro rispetto a un passato? E quale passato prendiamo per buono, per integro? E che conoscenza possiamo avere di un paesaggio del passato? E l’integrità è necessariamente un valore positivo? Forse il concetto di integrità può essere efficace per paesaggi fortemente connotati da componenti naturalistiche (montagne, boschi, ecc.). Lo trovo poco efficace se parliamo di paesaggi rurali ordinari e ancor meno se parliamo di paesaggi urbani.
È curioso come tutti (a parole, almeno), concordiamo nel definire il paesaggio come elemento in continua trasformazione e come tutti, poi, non siamo in grado di pensare ad altro, oltre  alla conservazione del paesaggio.
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Architetto. Esploratore.

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