Avverto una sorta di “schizofrenia” nei documenti di programmazione politica e territoriale. Parlo dell’Umbria, con maggiore cognizione, anche se il discorso si può estendere ad altre regioni, di cui ho letto qualche documento.

Da una parte si chiede di rafforzare il senso di identità. Dall’altra si chiede una politica sociale fortemente inclusiva. Dall’altra ancora (o almeno a lato) si chiede una politica economica fortemente impostata sulla internazionalizzazione. Queste istanze, queste volontà sono a mio avviso difficilmente conciliabili.

 
Si chiede, in armonia con la Convenzione Europea del Paesaggio, di considerare paesaggio tutto il territorio fisico della città e non solo quello denotato da particolare bellezza. Non si fa altro che spostare un po’ più in là il problema. Il punto non è l’estensione del termine paesaggio: il punto è attribuire valori ai paesaggi. E di conseguenza definire delle norme, delle regole di condotta per alcuni paesaggi. La periferia di Roma è paesaggio, ma non può essere come il paesaggio (urbano) di San Pietro. A meno di non abbracciare un atteggiamento estetizzante e ideologico esteso a tutto il mondo fisico. Quello che posso consentire a Corviale non posso farlo a Piazza Navona, per esemplificare in maniera molto sintetica. Il paesaggio deve essere identificato e gli si deve dare un valore. Ora, l’identità ha bisogno di almeno due criteri per essere definita: una finitezza fisica ed una finitezza cronologica. Vi deve essere una PARTE del territorio con alcuni caratteri omogenei e questo territorio deve avere una PARTE del continuum temporale: una durata, un tempo. Questi caratteri del territorio, materiali ed immateriali, devono essere delle “invarianti”: la Toscana li tematica come “Statuto” del territorio. Si punta, in molti documenti, a tutelare e valorizzare le identità locali. Se accettiamo l’idea che il paesaggio è (anche) l’espressione della collettività locale che lo percepisce (certamente), ma anche della collettività che lo abita, ne derivano delle conseguenze particolari. 
Infatti è molto à la page parlare di politiche inclusive. La Comunità Europea dedica a questo tema molto delle risorse della programmazione 2014-2020. Politica inclusiva è più forte di politica di tolleranza, come ognuno può immaginare. Ecco che comincia ad affiorare la prima contraddizione. Se infatti aderiamo a una politica fortemente inclusiva sul piano sociale, dobbiamo ammettere anche una conseguente modifica del paesaggio. Se accettiamo maomettani, dovremo accettare le moschee. Se accettiamo il Dalai Lama, dobbiamo accettare il tempio. E il loro modo di abitare, di avere case e stanze e negozi diversi dai nostri. E coltivazioni diverse dalle nostre. Il paesaggio agrario ne sarà modificato. Il paesaggio urbano è già modificato (si veda la forte impronta cinese di alcuni quartieri di grandi città). Dov’è finita l’identità di quei quartieri di Roma, di Milano, di Firenze, di Prato? Il modo di vivere la città e il territorio è diverso. I tempi del vivere la città sono diversi. L’inclusione comporta (anche) la preghiera del muezzin, il capodanno cinese e così via.
Altro fattore di cambiamento e altro fattore richiesto da documenti politici e programmatici è l’internazionalizzazione dell’economia. E la sua deriva verso la finanza, verso flussi di denaro che con il territorio non intrattengono più alcun legame. Non solo chi va all’estero ritorna cambiato, e cambierà di conseguenza il proprio modo di vedere il mondo e di trasformarlo, ma chi viene dall’estero ed investe qui migliaia e migliaia di euro cambia la nostra cultura e il nostro paesaggio. Non solo Ikea e Carrefour modificano il paesaggio (urbano?) in sé: modificano anche la cultura locale. Non vado oltre, poiché penso sia chiaro il concetto di fondo.
Il punto è allora se sia possibile conciliare oggi l’identità del paesaggio quando tutto il resto diventa “liquido”. Il punto è capire se la partita non sia già persa, perché è il concetto di identità che è entrato a mio avviso in fortissima crisi. Oggi l’identità non è più gradita: non si vogliono più limiti, né di spazio né di durata.
Si pensa già a delle chiese (?) pluri-confessionali (non so nemmeno come si possano definire con una parola sola). L’identità sessuale diventa un mero fatto culturale: oggi uomo, domani donna, transgender o chissà che altro. I tempi sono saltati: oggi non sappiamo più se siamo in vacanza o se siamo sempre connessi al lavoro. Il lavoro è sempre di più anche formazione, studio. 
Ecco, a fronte di tutto ciò mi chiedo se la nozione di paesaggio non debba essere ripensata radicalmente. 
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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

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