Sono consulente di un Comune di medie dimensioni dell’Umbria. Sono stato chiamato circa due anni fa per redigere una variante generale di riallineamento di cartografie e norme, di dati e grafici piuttosto disomogenei tra loro. Il PRG vigente è stato approvato nel 2008. E’ articolato nei classici due livelli, e ha, tra gli altri, un Bilancio Urbanistico (una serie impressionante di numeri tabellati), e un Bilancio Ambientale piuttosto ben fatti. Mentre cominciavo a lavorare all’incarico, l’amministrazione ha voluto accogliere le richieste dei cittadini e pensare a qualche piccolo ampliamento residenziale. Si tratta di piccoli ampliamenti destinati alla civile abitazione, non intensiva, in contiguità con delle zone (macroaree) già urbanizzate. La variante al PRG non prevede nuove zone o ampliamenti di zone industriali, non prevede infrastrutture lineari, non prevede opere pubbliche puntuali, non prevede aree significative per servizi collettivi. Prevede, per ampliamenti residenziali, circa 24 Ha di ampliamento della superficie territoriale da urbanizzare. In cifre si tratta di circa il 7% delle aree già considerate come urbanizzate. Poiché le norme sono nel frattempo diventate più cogenti, sono stato incaricato anche di redigere la VAS di questa variante generale. E qui nascono le mie perplessità.
Premetto che ringrazio gli uffici provinciali e regionali che svolgono il loro ruolo con meticolosità e attenzione. Non sollevo alcuna eccezione nei loro confronti. Anzi, il loro scrupoloso intervento consente di mettere in luce ancora meglio le contraddizioni di un’architettura istituzionale e dei procedimenti a questa connessi.
Ora, a me pare che la VAS debba valutare un qualcosa (piano, programma, azione: chiamiamolo come vogliamo) e che non possa essere distinta dai contenuti di questo piano, programma, ecc. E che debba valutare la novità del P/P (piano/programma), rispetto all’esistente, che altrimenti potrebbe andare avanti per inerzia. Nel mio caso, la novità rispetto al piano previgente consiste nella previsione (non è detto infatti che ciò avverrà), che nell’arco di circa un decennio si andranno ad edificare ca. 36000 mq di residenza in più, su un territorio di ca. 44 kmq. Circa 720 abitanti in più su 9600 attuali.
Il punto è questo: non riesco a capire quale possa essere l’impatto ambientale di questa previsione. O meglio: posso stimarlo subito in prima approssimazione: un leggero aumento del traffico automobilistico, un aumento del consumo di suolo, un modesto aumento del consumo d’acqua potabile, un modesto aumento della CO2, un aumento della pressione sul sistema fognario … Tutte cose che potranno essere mitigate o compensate con l’indicazione di qualche prescrizione normativa in più, sia di tipo premiale che inibitorio. Tutte cose che potranno essere smentite dalla vita reale, che magari andrà verso uno stile di vita meno dipendente dallo spostamento automobilistico, con una maggiore capacità di recupero dell’acqua, con minore produzione di CO2, con maggior capacità di porsi off-grid. Effetti ambientali che volendo possono essere misurati con la scelta di qualche indicatore condiviso tra i vari soggetti coinvolti in questi fenomeni. Ma ecco che il DLgs 152/2006 e gli uffici provinciali e regionali obbligano a matrici di coerenza che prendono in considerazione: il Disegno Strategico Territoriale (DST), il Piano Urbanistico Strategico Territoriale (PUST), la Politica Agricola Comunitaria (PAC), il Piano Regionale dei Trasporti (PRT), il Documento Annuale di Programmazione regionale (DAP), il Piano di Sviluppo Rurale (PSR), il Piano di Tutela delle Acque (PTA), il Piano territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP), il Piano di Assetto idrogeologico (PAI), il Piano Regionale delle Foreste (PRF), il Piano Paesaggistico Regionale (PPR), il Piano Regionale degli Acquedotti (PRA), il Piano Operativo Regionale (POR) del FESR, il Piano di miglioramento di Qualità dell’Aria (PRQA), il Piano Regionale delle Attività Estrattive (PRAE), la Rete Ecologica Regionale Umbra (RERU). Si tratta di migliaia e migliaia di pagine da riassumere, sintetizzare e mettere in relazione con l’oggetto della nostra variante. Ed è proprio qui che a me sfugge tutto come sabbia tra le dita. Non riesco ad apprezzare la relazione tra il Piano di Sviluppo Rurale e la variante urbanistica, tra il POR FESR e questa variante. Mi sembra insomma uno sforzo conoscitivo sovraddimensionato per l’oggetto di una variante come questa. Perché alla fine, i risultati a cui porta la lettura di questi documenti, sono quelli che si potevano avere in prima approssimazione in maniera più economica per tutti: non bisogna consumare altro suolo, se possibile; bisogna rendere le nostre urbanizzazioni il più permeabile possibile; bisogna migliorare l’efficienza della rete fognante e dei depuratori; bisogna salvaguardare le aree boscate; bisogna incrementare l’uso di energie rinnovabili. Tutti sacrosantissimi obiettivi, che tuttavia già si conoscono. E anche se non si conoscessero potrebbero essere tranquillamente ribaditi nelle varie conferenze di consultazione sul Rapporto Preliminare da Regione e Provincia.
Non capisco il senso di questa ondata di documenti e la loro ricaduta sul territorio in una variante urbanistica di questo tenore. Ritengo che siano tutti documenti molto importanti soprattutto per un’amministrazione, che dovrebbe produrre le linee del proprio mandato politico solo dopo averli letti. Ma non per un architetto chiamato a fare una modesta variante urbanistica. Non riesco a comprendere la valenza strategica della variante che sto facendo e l’incidenza di questa su aspetti strategici illuminati da PUT POR ecc. Non ne ho capito il senso ed anche il mio Rapporto Preliminare di VAS ne ha sofferto. Non credendoci, è stato redatto in maniera sbrigativa, cercando di fare il minimo possibile, per adempiere ai formalismi di rito.
La variante urbanistica è modesta perché gli obiettivi posti dall’amministrazione sono tali: riallineamento di norme e grafici e qualche ampliamento residenziale. Punto. Da un punto di vista territoriale, non ci sono grandi margini di manovra, considerando che dobbiamo stare sotto al 7% dell’urbanizzato. Si tratta dunque di un’operazione di ricucitura, di ridefinizione di qualche margine, di geometrizzazione di alcuni confini o limiti esistenti incomprensibili. Impossibile pensare, con queste cifre ad operazioni strategiche di disegno complessivo del Piano. Inutile pensare ad obiettivi di riqualificazione ecologica e ambientale per i quali le amministrazioni non hanno oggi fondi. Poiché è impossibile ricorrere oggi all’esproprio a prezzi ragionevoli, le amministrazioni sono costrette a fare previsioni molto molto realistiche, cercando soluzioni negoziali. Ma quest’ultime funzionano se si passano certe soglie critiche, altrimenti rimane tutto “ terra”. Il Piano è ormai quello, eredità di diverse stagioni pianificatorie, e con quello bisogna ragionare. Non c’è spazio in questa fase, per ragionare di infrastrutture puntuali o lineari, di nuovi insediamenti industriali, né per chissà quali altre fantasiose strategie di riconversione, impossibili da pianificare. I prossimi PRG saranno forse di questo tipo, e ci sarà un motivo per cui Silvia Viviani presidente dell’INU, in un recente convegno, ha proposto anche di abbandonare il PRG comunale per la parte strategica.

Dopo aver scritto queste note, cercando altre cose sul portale dell’ISPRA, passo per la sezione VAS e leggo quello che trascrivo qui sotto:

“La VAS si applica ai piani e ai programmi:

* che sono elaborati per la valutazione e gestione della qualità dell’aria ambiente, per i settori agricolo, forestale, pesca, energetico, industriale, trasporti, gestione dei rifiuti e delle acque, telecomunicazioni, turismo, pianificazione territoriale o destinazione dei suoli, e che allo stesso tempo [neretto mio] definiscono il quadro di riferimento per l’approvazione, l’autorizzazione, l’area di localizzazione o comunque la realizzazione di opere o interventi i cui progetti sono sottoposti a VIA;
* per i quali si ritiene necessaria una Valutazione d’Incidenza ai sensi dell’art. 5 del D.P.R. 357/1997 e s.m.i.

Per i piani e programmi delle suddette categorie che determinano l’uso di piccole aree a livello locale e per le modifiche minori di tali piani e programmi, la valutazione ambientale è necessaria qualora l’autorità competente valuti (verifica di assoggettabilità) che producano impatti significativi sull’ambiente in base a specifici criteri riportati nell’allegato I del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. e tenuto conto del diverso livello di sensibilità ambientale dell’area oggetto di intervento. Per i piani e programmi che non rientrano nelle suddette categorie che definiscono il quadro di riferimento per l’autorizzazione di progetti, è prevista la VAS qualora l’autorità competente valuti (verifica di assoggettabilità) che detti piani/programmi possano avere impatti significativi sull’ambiente.”
Il neretto non c’è nel dlgs e non c’è nella legge regionale, è vero. Ma è altrettanto vero che la lettura congiuntiva, ad essere onesti, è l’unica possibile. E se è così, ritengo che la variante urbanistica in itinere sarebbe da escludere da ogni procedura di VAS (assoggettabilità o valutazione piena). O allora che vengano modulati questi procedimenti in funzione dell’oggetto da valutare.

Chiudo con alcune piccole proposte.
1. L’esercizio che si chiede per fornire un quadro conoscitivo è sproporzionato, per alcuni tipi di variante (Piani/Programmi). Andrebbe modulato sui vari casi.
2. Sarebbe opportuno che la Regione portasse a compimento al più presto il quadro degli indicatori utili alla redazione dei Rapporti Preliminari.
3. Tra il Quadro Conoscitivo, le tabelle ex DGR 767/2007 del Bilancio urbanistico ed il Rapporto preliminare di VAS le stesse informazioni vengono duplicate se non triplicate. E’ ovviamente uno spreco di tempo e di energie, oltre che fonte di confusione. Andrebbe distinto con chiarezza cosa spetta al Bilancio urbanistico e cosa compete al Rapporto Preliminare di VAS.
4. Nelle conferenze per il Quadro Conoscitivo ritengo che sarebbe più utile che gli enti chiamati al tavolo dessero il loro contributo sotto forma di relazione di sintesi. I dati andrebbero affiancati appunto a questa relazione piuttosto che lasciare al progettista o al RUP l’incombenza di lavorare su tematiche non completamente padroneggiate.
5. Regione e Provincia dovrebbero aggiornare con maggiore frequenza i loro strumenti di conoscenza. La Provincia soprattutto dovrebbe rivedere il proprio PTCP, strumento utilissimo per professionisti e amministrazione per il coordinamento che è chiamato a fare. E’ curioso infatti che a Comuni e professionisti si chieda l’aggiornamento dei dati all’ultimo semestre quando gli strumenti che dovrebbero essere d’aiuto nella redazione dei quadri conoscitivi sono fermi al 2000 o al 2002.
6. Regione, Provincia e gli altri enti pubblici dovrebbero fornire i loro dati in maniera aperta, almeno ad amministrazioni comunali e professionisti. Anche qui assistiamo spesso ad una “asimmetria” per cui le amministrazioni centrali chiedono dati in formato editabile, mentre esse non sono così ben disposte a fare altrettanto.
7. Culturalmente va sminato il campo concettuale che vede la VAS come un “ esame”di un soggetto terzo rispetto alla bontà di un piano. La VAS deve aiutare a prendere la miglior decisione possibile, integrando alcuni aspetti che normalmente rimangono fuori da un Piano. Per fare questo non è necessario postulare un’azione censoria: occorre al contrario puntare sulla migliore collaborazione, integrando quanto più possibile i due procedimenti. Un buon piano urbanistico ha già “lavorato” e riflettuto su molte delle componenti della VAS (sociale e economica, per esempio), e deve solo integrare la componente naturalistica, che fin qui ha forse marginalizzato.

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Architetto. Esploratore.

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