Il qui e ora mi ha sempre affascinato. Da giovane ho conosciuto prima la versione buddista, orientale, del concetto, e poi, solo dopo quella latina. Ignoro purtroppo il pensiero della religione cattolica sull’argomento. Mi capita sempre di ricordare quella frase: “Non lasciate che il sole tramonti sulla vostra ira”, ma mi sembra che appartenga più al tema del perdono.

Vivere qui e ora consente in effetti di liberarsi da molti dei mali del nostro pensare quotidiano. Vivere qui e ora ci consente di essere più buoni, di non essere vincolati dai lacci del passato. Ci libera dalla paura del futuro. Qui e ora è il regno del saggio, che riesce a vedere il buono in ogni cosa.
Tutto questo pensavo (anche io), fino all’altra notte. Nessuna occasione particolare: ho solo pensato a questo argomento ed ho cercato di “toglierli il velo”. Ed ecco che allora mi è apparsa quest’altra verità: che vivere qui e ora è un atto di egoismo puro, distillato. Il qui e ora radicale, portato alle estreme conseguenze, è un atto di grande egocentrismo.
L’Oriente ci dice che il futuro ed il passato non esistono, che esiste solo quest’attimo. Ed anche qualche pensatore occidentale dice la stessa cosa. Ma non è vero. Psicologicamente non è vero. Per le nostre emozioni non è vero. Per la nostra umanità non è vero. È il momento che non esiste. Emozionalmente esistono solo un futuro ed un passato. Esiste il progetto ed il ricordo. Il cervello è una macchina progettata per produrre futuro.
Il qui e ora sembra allora una fuga, un ritirarsi, un rifiutare. Nel qui e ora, nell’attimo, non esiste nulla. Se nulla esiste, nulla può fare paura: né ciò che si immagina del futuro né ciò che si ricorda dal passato. Certo, si continua a respirare, ci si rilassa, ovviamente. Ma è una vita con un senso, questa? A meno di non voler meditare così per nove anni, senza mangiare e bere (ed altre varie necessità), ad un certo punto si deve tornare a fare i conti con il quotidiano: a bere, a mangiare … E quindi a lavorare, a soffrire, a desiderare, ad avere relazioni. Il qui e ora nega le relazioni, ecco perché dico che è un atto egoistico. Il qui e ora è solo per me: nessuno può entrarvi.
Una relazione ha invece bisogno di tempo, per definirsi tale. Ha bisogno di un ricordo e di un progetto, altrimenti non è una relazione. Ha bisogno di un ascolto e di una parola, di un gesto, di una carezza. Ha bisogno di due tempi, direi quasi. Possiamo vivere negando l’altro, negando il passato ed il futuro?
C’è una parte buona del qui e ora? E qual è? A mio avviso è la consapevolezza, l’attenzione, la cura. Il qui e ora può esserci anche nella relazione, se visto in questo modo. Sono attento a quanto mi dice l’altro, faccio silenzio dentro di me, aspetto … Se parlo con un mio amico e guardo da un’altra parte, semplicemente non sono qui. La parte buona del qui e ora è “stare sul pezzo”, come si dice. Mi sembra che la frase migliore sia del taoista, in questo caso: “Nel camminare, cammina; nel sedere, siedi; nel tentennare, tentenna.”
Infine, il qui e ora inteso come esercizio di ri-fondazione può essere molto salutare. In qualche momento abbiamo bisogno di isolarci dal resto del mondo, di lasciarlo fuori, e di respirare e basta.
C’è un aurea mediocritas in tutto, uno “spirito della valle”, e mi sembra che sia questo spirito a poterci salvare dal male.
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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

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