Io non sono un “cementificatore”. Ho vissuto tutta la mia giovinezza in piena campagna vicino a Spoleto, in Umbria. Conosco il valore della terra (anche la sua “durezza”), ed il valore dei boschi. Ho introdotto la coltivazione biologica nel nostro fondo nel 1981, dopo aver letto Villaggio e autonomia di Gandhi e i libri di antroposofia di Steiner.

Detto ciò, sono anche un architetto. Conosco il valore della città ed anche la bellezza di vivere in città: i suoi vantaggi.

Oggi è di grande attualità il consumo di suolo. Il consumo di suolo è quel fenomeno per cui l’antropizzazione consumerebbe spazio destinato all’agricoltura. E’ in discussione nelle commissioni parlamentari un disegno di legge che prevede “zero consumo i suolo” per i prossimi Piani Regolatori. Non voglio certo sminuire l’importanza del suolo inteso come risorsa non rinnovabile. Cerco di portare qualche elemento di riflessione in contro tendenza.

In primo luogo, il suolo destinato all’attività agricola intensiva non ha un grande pregio ambientale e naturalistico. Spesso le coltivazioni sono trattate con pesticidi e sono concimate chimicamente (azoto, potassio, fosforo). Gli animali più grandi non accettano di fare il loro rifugio lì. Spesso l’agricoltura intensiva è fonte di inquinamento.

In secondo luogo, non tutte le aree antropizzate diventano cementificate. Vi è anche la possibilità di avere dei verdi privati o pubblici, all’interno di aree definite come urbanizzate. E spesso il valore ambientale di queste aree (anche di piccoli parchi), è superiore a quello agricolo.

In terzo luogo, ritengo che nel prossimo futuro le abitazioni saranno tutte molto performanti dal punto di vista energetico (vicino al consumo zero). Saranno anche autosufficienti dal punto di vista di produzione dell’energia e dello smaltimento dei loro rifiuti, tendendo a costruire un ciclo chiuso. Saranno sempre più abitazioni e fabbricati off-grid: autonome.

In quarto luogo, ritengo che siamo ormai al punto di picco per le automobili così come le conosciamo. Prendono sempre più quote di mercato trasporti pubblici (all’estero soprattutto) e sistemi di mobilità differenti (car-pooling, car-sharing, ecc.). I mezzi di trasporto individuali si fanno più piccoli ed anch’essi più performanti, e vengono alimentati da fonti energetiche più “pulite”.

In quinto luogo, molte trasferte possono essere oggi evitate: penso ovviamente al telelavoro. Ma penso anche all’e-learning, alla consegna a domicilio di beni (attraverso servizi logistici, droni, ecc).

Ritengo insomma che molte delle motivazioni che ci spingevano a vivere in città siano non più attuali, e che nel prossimo futuro ci dovremo misurare con una spinta ad abitare il territorio in maniera sempre più diffusa. Non auspico questo (io sono uno dei pochi che vive in un piccolo centro storico): mi sembra però che la tendenza sia questa. Mi auguro che i centri storici possano continuare a vivere, anche se non vedo come possano sostenersi, in special modo i centri storici minori, ai quali nemmeno il turismo riesce a garantire un minimo di economia. Se qualcuno ha delle idee, è il momento di tirarle fuori.

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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

3 comments

  1. Nella delocalizzazione e nella tendenza di costruire nuove case in campagna dobbiamo ricordarci le infrastrutture, che spesso non vengono considerate come terreno impermeabilizzato… la soluzione dovrebbe essere in primo luogo il recupero e la valorizzazione dell’edificato esistente…. se i centri storici fossero vissuti nelle strade, nei vicoli dai bambini che giocano, dagli anziani che chiacchierano, dagli adulti che lavorano, insomma se tutti noi tornassimo a vivere socialmente le strade e i vicoli delle nostre città forse i centri storici sarebbero più appetibili… ma sempre più vengono meno i rapporti sociali di vicinato, di quartiere, di città… il vero social housing dovrebbe essere attuato nei centri storici e non in mega complessi residenziali il più delle volte destinati al degrado…

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  2. Maria Chiara,
    le infrastrutture, certo. Anche in questo caso confido nella capacità dell’uomo di trovare risposte tecniche meno invasive (ed alcune già si vedono, in realtà). Magari poi queste barriere lineari potrebbero essere attraversate da nuovi corridoi ecologici.
    Sul social housing nel centro storico: in linea di principio tutto condivisibile. Ma chi vuole vivere nel centro storico oggi? Come coniugare l’esigenza della mobilità con la residenza? E l’accessibilità per gli anziani che si ritrovano al secondo o terzo piano senza ascensore? Per coppie giovani con figli e passeggini? E poi, dove fare spesa nel centro, quando tutti gli esercizi commerciali sono stati espulsi dallo stesso centro? E le necessità di comfort energetico del patrimonio immobiliare vetusto? E la sicurezza urbana in caso di sisma? E la sicurezza urbana tout-court?
    Il problema è più complesso di ciò che si crede, e se non verrà strategicamente messo al centro di un’agenda politica seria e determinata, i centri storici sono destinati a morire d’inedia e d’inerzia, purtroppo.

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    1. Anche io sono convinta che il problema sia molto complesso e andrebbe discusso punto per punto però a volte queste tematiche vengono anche demonizzate.
      Giusto un paio d’ anni fa il prof. Matracchi in una lezione di restauro ci fece vedere molti esempi di edifici nella zona rossa dell’ Aquila che pur essendo intatti o pur avendo bisogno di sostituire anche solamente una chiave di volta erano stati prima completamente “ponteggiati” e poi abbandonati lì. Questo solo per dire che sicuramente il tema sismico è di principale importanza ma a volte la speculazione e l’ eccessiva prudenza nei confronti di questo problema in tema di centri storici va a discapito del centro storico stesso.

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