Il problema del centro storico non è il centro storico, o meglio: non è del centro storico. Il centro storico è forse il luogo in cui i sintomi di una malattia generale sono più leggibili. Il problema è semmai la destrutturazione della città. Perché dovrei abitare nel centro storico? Perché dovrei venirci a passare del tempo? Quali sono le azioni che normalmente un uomo compie in una città? Come impiega il tempo? Ecco un primo elenco: lavorando, divertendosi, apprendendo, socializzando, curandosi fisicamente, curandosi mentalmente, comprando, vendendo, passeggiando … La città storica rispondeva a molti di questi requisiti. Quella di oggi? L’abitare è ormai soddisfatto in altri luoghi. Non si vede quali possano essere i vantaggi dell’abitare in centro. Le aziende sono state relegate in periferia e relegate in recinti che si chiamano zone industriali, o distretti industriali. Le aziende artigiane lo stesso. Il divertimento è stato espulso dalla città consolidata: le discoteche sono in periferia. Si dirà: beh le discoteche, per forza. Ma guardate: anche le pizzerie sono state emarginate, i ristoranti, i bar …  L’apprendimento, le scuole? Lo stesso: le scuole debbono avere 2/3 di giardino intorno. Per farci che? Per andarci due volte l’anno a vedere le foglie che cadono! Il commercio? Lo stesso. Passeggiare in centro, sedersi incentro a chiacchierare, a bere vicino ad una fontanella? Abbiamo fatto il conto di quante panchine ci sono nel centro? Di tutti quei piccoli luoghi che consentono l’incontro? In breve: le politiche degli ultimi anni hanno complessivamente svuotato il centro storico da tutte le funzioni, in nome di una normativa illuminata! Ed ora c’è un altro fattore di cui mi sembra che gli urbanisti e la politica, i sociologi, hanno ancora poco avvertito. Finora ha solo destrutturato la città consolidata. E’ l’informatica, internet, la rete, il clouding. Se non riusciamo a farlo diventare un fattore ristrutturante diventerà il colpo di grazia della città consolidata. Molte cose che prima facevo uscendo di casa ora le posso fare stando seduto in casa: comprare libri, musica, film, medicine, cibo, pagare bollette alla posta, alla banca, all’assicurazione. Non è più un problema di forma della città e di pietre. È un problema di gestione della cittàCredo che non abbiamo ancora indagato a fondo sul come la telematica rivoluzionerà la città fisica. Nei luoghi, poiché consente di eliminare alcune funzioni e quindi alcuni luoghi dalla città storica. La posta non ha più bisogno di essere frequentata fisicamente: la posta elettronica sarà il sostituto da qui a pochissimi anni. La banca lo stesso: io faccio pagamenti on line. Alcuni tipi di commercio: io adoro i libri, ma ormai compro su amazon, ibs, ecc. Il cinema sta reagendo con il 3d alla crisi che aveva cercato di tamponare con il multisala. La telematica ci chiede quindi di ripensare i luoghi della città, e di reinventare alcune funzioni. Così come i tempi. Non c’è più bisogno di una scansione rigida dei tempi. A scuola, tra qualche tempo non si andrà più: si farà da casa. Il lavoro sarà fatto (in parte), da casa. Il divertimento (in parte), da casa. Occorre quindi ripensare non tanto la forma, la forma fisica e architettonica della città, quanto la forma culturale della città. Ecco perché il piano del centro storico del 2003 che qualcuno giustamente criticava, sotto il profilo architettonico era debolissimo, ma non perché incapace, solamente perché non credeva già più alla forma: alla forma urbana, alla forma architettonica. Davvero vogliamo credere che il centro storico sopravviverà perché facciamo gli zampini in legno di castagno e le tinte nella gamma delle terre? E’ tutto lì il problema? Se fosse stato così semplice non sarebbe già stato risolto?

Sia consentita qui una breve digressione contro la posizione che assimila i centri storici ad opere d’arte. La città storica non è un’opera d’arte, almeno non un’opera d’arte come può esserlo la Gioconda. Quella è infatti conchiusa e legata ad un autore: un’opera voluta da una sola volontà, iniziata e finita in un certo tempo. Il centro storico non ha nemmeno queste prime due condizioni basilari.

Questa foto, che rappresenta una mancanza nel centro storico, è proprio un “rigatino” di un affresco. A mio avviso è un detrattore della città: non migliora in nessun modo la percezione ed il valore della città stessa. Credo invece che degli innesti di architettura contemporanea siano possibili, partendo dalla Torre Velasca, passando ad Albini, a Scarpa, a Rossi, a Leoncilli, a Natalini.

Certo, i centri storici umbri possono rappresentare, per un paesaggio di area vasta, degli elementi qualificanti e quindi dovremmo tendere al loro mantenimento. In questo senso però la Regione dovrebbe aiutare ad indennizzare in qualche modo l’immobilità richiesta ai singoli centri storici, per favorire un’economia ed un plusvalore di sistema. Infine occorre evitare un errore di generalizzazione: non tutti i centri storici sono uguali. Alcune città umbre possono (forse) vivere di solo turismo o quasi: Perugia, Assisi, Gubbio. Altre non possono: pensare che Bastia, Cannara, Marciano, possano farlo è un errore. Il centro vive secondo una fenomenologia di soglia: se ho 2 negozi il centro muore, se ho tre negozi il centro si anima perché arriva anche un ambulante, e poi una banca e così via. La città ha dunque bisogno di una certa consistenza per poter essere tale. Consistenza di attività, di abitanti di funzioni, di luoghi, di orari, di tempi … Non abbiamo ancora gli strumenti così affinati per misurare questi fenomeni se non l’osservazione diretta. La città è un problema complesso e non può più essere risolto applicando delle logiche lineari. Non possiamo tener fermo tutte le variabili e farne variare solo una per vedere come funziona. Intervenire solo sulle pietre, sulla forma architettonica, non porterà alla soluzione. Intervenire solo sulla socialità non consentirà la soluzione.

Terminata l’analisi, passo alla parte propositiva, di progetto.

Il progetto è semplice: si basa sulla necessità di una vision, di una nuova governance, di nuovi strumenti.
La necessità di una vision. Le città vivono se riescono ad individuare qual è la loro economia, e se vivono in coerenza con questa visione. Vi sono città militari, portuali, città mercato, città divertimento… La città è il luogo dello scambio. La città è nata con il commercio. Qual è la merce di scambio della città odierna? La merce non è più un bene fisico, non sono più beni materiali. La merce attuale è la conoscenza, l’esperienza, l’emozione. L’acquisto non è più importante solo per soddisfare un bisogno fisico: è l’esperienza dell’acquisto che ormai è diventata importante! E’ l’esperienza di stare lì nell’evento, che è diventata importante. Bastia non produce più pomodori, non produce più tessile, non produce più carpenterie in ferro, non produce più pasta … Occorre veramente individuare un’altra economia. E qui non dobbiamo tralasciare il ruolo della telematica. Io dico sempre ai miei collaboratori che internet, l’adsl, è un’opera di urbanizzazione, com’era il metano negli anni 80.
Una nuova governance. Mi sembra che il Comune (non ne faccio una questione politica), non sia più in grado né di rappresentare né di gestire la città storica. Occorre un nuovo soggetto molto più integrato anche con l’intervento del terzo settore, del no-profit. Anche qui internet ha un ruolo fondamentale. Credo che per stare all’attualità, internet abbia avuto un ruolo molto forte nel far cadere il muro del nord africa. Occorre una partecipazione del tutto diversa rispetto a quella che conosciamo per governare ed indirizzare le azioni sul territorio. Ormai, grazie agli studi sulla partecipazione sociale, abbiamo compreso che una buona scelta politica, ma non partecipata, è destinata a soccombere di fronte ad un’idea mediocre ma ben partecipata. Una governance che sia strutturalmente sempre e costantemente alla ricerca di nuovi fondi sia essi europei, statali e regionali. D’ora in avanti non sarà possibile perdere treni come CdQ, PUC, PUC2…Una governance che faccia veramente marketing territoriale. Una governance, un organismo, che sia l’integrazione dei diversi soggetti che operano sulla città storica (e quindi sulla città tutta). Veramente la sola espressione politica mi sembra andare in crisi di fronte alla complessità ed alla trasversalità dei problemi, che richiedono approcci liberi da una forte connotazione ideologica. Propongo dunque la costituzione di questo organismo, che abbia veramente peso nelle decisioni politiche, che non sia solo consultivo, che aiuti ad elaborare la vision che ricordavo sopra, che inventi nuove funzioni. Che abbia la gestione di un urban center, che abbia costantemente accesa la luce sui processi di trasformazione della città.
Nuovi strumenti. Il PRG non è lo strumento adatto a guidare la dinamica della città, soprattutto quella del centro città. Le logiche settoriali non sono gli strumenti giusti. Quando sento parlare di Piani di Settore, comincio a tremare. In Francia si dice “A causa degli alberi, non riusciva a vedere la foresta”. In questo senso la LR 12/2008 sui centri storici mi sembra positiva. Bene i QSV, da potenziare ancora. Strumenti complessi, integrati, contemporanei. Ma nella redazione del QSV occorre mettere anche gli altri soggetti in grado di produrre idee. Al QSV vanno legati degli incentivi sì volumetrici, ma a mio avviso anche degli strumenti finanziari.Il QSV deve triangolare con il PCS ed il PRG parte operativa, deve integrare anche quelli, altrimenti creiamo altra burocrazia, altre complicazioni. Piano degli orari: gli orari vanno tenuti nella massima considerazione, integrandoli con il resto. E’ una leva per modulare il buon turn-over dei parcheggi e la vita della città. Rilocalizzazione di funzioni a domanda rigida, finché reggono: poste, uffici, comune, scuole … Nel centro storico la normativa d’uso dovrebbe essere abbastanza semplice. Si dica ciò che è vietato e basta: il resto, purché non sia incompatibile con la vita umana, va consentito. Vanno tolte tutte le monetizzazioni. Sotto il profilo della forma architettonica, ci sia un solo momento di verifica nel merito: non possiamo ancora avere pareri delle Commissioni Consiliari, delle Commissioni Edilizie, della Provincia, della Soprintendenza. Si faccia una Conferenza di servizi periodica sulle pratiche che devono essere sottoposte ai vari pareri. Il commercio di vicinato e l’inserimento di piccoli studi professionali o luoghi di aggregazione sociale va favorito, anche in parziale deroga ad alcuni parametri igienico sanitari, quali altezze dei locali, coefficienti aero-illuminanti, barriere architettoniche e quant’altro. Arredo urbano: provate a trovare un posto dove sedersi qui in centro. C’è una misera panchina vicino alla pizzeria, davanti alla chiesa e altre due sotto il Comune. Trovate una fontanella vicino ad una panchina. E quindi due panchine ed un tavolo pubblico, dove appoggiare un computer, un quaderno, un libro. Appetibilità-Accessibilità: la città storica vive facendo la sintesi tra questi due fattori. I parcheggi non possono essere il problema. Fornisco due notizie: la distanza del parcheggio dell’Ipercoop è uguale a quella di Piazza del Mercato. Certo occorre facilitare il transito in tutti i modi. Attraversare da Piazza del mercato è abbastanza agevole, ma già quello delle “poste” è più disagevole.  Il grattacielo di Piano nel centro di Londra ha 34 posti auto. Occorre pensare ad altre forme di mobilità individuale: bici, piccoli mezzi elettrici? Accessibilità multi-modale: navette da e verso la stazione, verso PSG, verso Assisi. Un portale integrato della mobilità che mi dica in tre click tutte le coincidenze pubbliche per arrivare a Perugia o ad Assisi.

* Traccia della relazione tenuta presso la Sala del Consiglio del Comune di Bastia Umbra il 5 marzo 2011, in seno ad un convegno sui centri storici.

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Architetto. Esploratore.

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