“Del valore dei laureati unico giudice è il cliente;

questi sia libero di rivolgersi, se a lui così piaccia,

al geometra invece che all’ingegnere,

e libero di fare meno ambedue se i loro servigi non gli

paiono di valore uguale alle tariffe scritte in decreti

che creano solo monopoli e privilegi.”

Luigi Einaudi, La libertà della scuola, 1953

 

 

Una delle prime critiche che noi architetti muoviamo agli ingegneri riguarda il profilo professionale, ed è la loro presunta “invadenza” di campo: si tratta invece di una nostra debolezza. Ammesso che ci sia questa invadenza di campo in materie che paiono essere le nostre elettive (la composizione in primis, il restauro, la progettazione, l’urbanistica), questa è proporzionale alla nostra “ritirata”. Noi non siamo stati in grado, da tempo, e non solo in Umbria (ovviamente), di produrre cultura da una parte, spirito di corpo dall’altra, e lobby politica dall’altra ancora. E questo su materie “elettive”. Non parliamo poi di materie che tendiamo ad evitare, quasi che diminuissero il nostro prestigio di grandi architetti. Parlo della sicurezza, del consolidamento, dei calcoli statici, delle opere di urbanizzazione, della certificazione energetica, del management, degli impianti. In queste materie, se continuiamo a pensarle con sdegno, la fanno e la faranno da padroni sempre più (giustamente), i geometri, gli ingegneri, ed anche i periti. Non dobbiamo lamentarci se altri occupano territori che lasciamo liberi. Non siamo più nel 1200 e purtroppo (possiamo dire purtroppo, ma è così), il progetto architettonico ha un ruolo più debole nel totale delle prestazioni necessarie attuali in campo edilizio, architettonico, urbano. La composizione architettonica, poi, è materia ormai di sedute spiritiche, ectoplasmi: cose così. Noi abbiamo rinunciato a fare calcoli strutturali, noi abbiamo rinunciato a fare calcoli impiantistici, noi abbiamo rinunciato ad occuparci di reti infrastrutturali, noi abbiamo rinunciato ad occuparci di stalle, fienili, annessi, noi abbiamo rinunciato alle pratiche catastali, noi abbiamo rinunciato ai materiali da costruzione applicati al consolidamento.

Nella professione, per chiudere l’argomento, ritengo che la figura che ci erode più spazi è quella del geometra. Non è una mia impressione personale: lo dico da un osservatorio privilegiato quale è stato il mio posto di responsabile in Comune per circa 10 anni. I geometri fanno le case (spesso se le calcolano pure), fanno piani di lottizzazione, fanno piani di recupero, fanno le stime, fanno le certificazioni, fanno la sicurezza: devo continuare?

Nei miei 10 anni alla guida dell’urbanistica, solo due ingegneri hanno firmato piani attuativi. Il resto  (circa 300 piani attuativi), sono stati fatti da geometri e architetti. Con gli architetti che hanno magari solo controfirmato ex-post i piani attuativi più importanti solo per questioni di forma, per evitare a priori eventuali problemi. Per quanto riguarda i Permessi di Costruire, non credo che i dati siano molto diversi.

Non si dica poi che spetta al dirigente comunale verificare la legittimità del titolo di studio rispetto al progetto presentato.  Il dirigente ha già l’incombenza dell’istruttoria tecnica, dei tempi, delle garanzie del procedimento ….. Non spetta a lui dirimere i problemi delle rispettive committenze. Tra l’altro faccio notare che quando ero in Comune, i piani attuativi vincolati ex dlgs 42/2004 venivano approvati (spesso con prescrizioni vincolanti), dal responsabile dell’ufficio provinciale. Il responsabile in questione era, ovviamente, un geometra.

E’ vicenda ben nota come il collaudo del sistema MOSE di Venezia sia stato affidato ad un geometra e con parcella milionaria.

Tutte queste tematiche hanno ovviamente un risvolto sotto il profilo ordinistico, che tuttavia non intendo dettagliare in questa sede.

 

 

Invadenza sotto il profilo culturale: vale quanto detto prima. E’ proporzionale alla nostra incapacità di organizzarci, di fare corpo, di fare cultura, di incidere nelle decisioni della società.

Come si valuta il peso di un architetto nella cultura? Dalla sua influenza, dalla sua capacità di incidere, di determinare, di far cambiare idee ad altri, di convincere, di trascinare alcuni, di creare una scuola, di avere una cerchia di amici e perché no di allievi, di discepoli, di ammiratori …

E quali sono gli strumenti con cui si crea questa influenza? Per un architetto lo strumento principe è creare opere esemplari, uno studio professionale all’avanguardia (SOM: un grattacielo alla settimana!), e poi scritti, saggi, interventi pubblici in convegni, seminari, laboratori, libri, ecc.

E’ su questa griglia, sulla base di questi titoli che dobbiamo valutare se le opere prodotte sono significative, sono profonde, incisive, intelligenti, motivanti. Bene, guardiamoci intorno e indietro: volenti o nolenti Tarchi, Nicolosi, Mastrodicasa, (escludendo i viventi), hanno influito molto nell’architettura umbra e nella percezione (nel riposizionamento, come si direbbe oggi), dell’ingegnere nella mentalità comune. Hanno realizzato opere (opere giudicate significative dai più), hanno scritto libri, hanno scritto saggi, sono intervenuti in convegni, hanno pubblicato articoli, hanno fatto lobby politica, perché no? Noi finora non ci siamo riusciti: non così come loro. Questa è a mio avviso la fotografia dello stato di fatto, almeno in Umbria. Nulla vieta che le cose possano cambiare, ma finora sfido qualcuno a smentire quello che dico.

Si può dire che hanno avuto ed hanno gioco facile poiché hanno parlato e parlano e agiscono da posizioni di prestigio? Forse. Ma lamentarci continuamente di questo fatto non ci porterà lontano. Occorreva (occorre), occupare posizioni di prestigio. Occorreva (occorre), produrre seriamente cultura.

E come potremmo impedire agli ingegneri di occuparsi di architettura? Di costruzione? Di arte?  Mentre lo consentiamo a filosofi, ad artisti, a sociologi, a letterati, ad avvocati? Philippe Daverio, en passant, è alsaziano, laureato alla Bocconi, e pure mi sembra che nessuno abbia nulla da ridire se lui parla di architettura. Non abbiamo problemi ad accettare che la linea di condotta in materia di restauro sia stata dettata da Cesare Brandi, laureato in lettere; non si hanno problemi ad invitare Sgarbi a pontificare in architettura, che pure, a mio avviso, non sempre è così lucido nella critica architettonica.

 

Dobbiamo distinguerci dagli ingegneri, si dice da più parti. Ma per distinguerci occorre capire prima cosa siamo.

Facciamo un errore di proiezione a pensare all’architetto in grado di controllare tutto il processo edilizio ed in grado di fare un’analisi estetica colta dell’affresco del ‘500 lì vicino. Un architetto capace di scolpire un capitello e di parlare con Trissino. Quest’architetto è morto a Vicenza. L’ultimo in grado di fare tutto questo è forse stato Mario Ridolfi, con un eroico tentativo enciclopedico di racchiudere tutta la tecnica in un unico manuale.

Quest’architetto lo chiamo l’architetto-compositore: colto e pratico all’occorrenza: il famoso “muratore che sa il latino” di loosiana memoria. Questo architetto è in realtà un maestro, e di maestri ce ne sono pochi.

Il resto della popolazione degli architetti, dopo Ridolfi, si è dovuto specializzare. Ci sono alcuni di noi che fanno urbanistica, altri solo restauro, altri le stime per le banche, altri i paesaggisti, altri i rendering, altri la sicurezza. Trovare un linguaggio comune tra tutti questi mi sembra difficile.

Non so quanto abbiamo più in comune con un designer di yacht piuttosto che con un onesto ingegnere che ci aiuta in un consolidamento. Io non ho più niente in comune con un architetto che fa solo stime per le banche. Non ho più niente in comune con un architetto che fa Due Diligence. Non ho più niente in comune con l’architetto che fa solo pianificazione di area vasta.

Se dobbiamo distinguerci forse dovremmo prendere a paragone i nostri esami. Dobbiamo farlo? Sono così diversi gli esami di architettura da quelli di Ingegneria edile-Architettura? Sono così inconciliabili? No, ovviamente. Anzi, sono molto simili. Differiscono nel mio caso, per aver fatto un esame in più di antropologia culturale (facoltativo, presso la Facoltà di Lettere), di teoria e tecniche di comunicazione di massa, un esame di restauro, un esame di disegno industriale.

Quali complicate distinzioni dovremo fare tra un po’ di anni tra un laureato “triennale” in ingegneria ambientale con successivo master di I livello in paesaggio, ed un architetto quinquennale vecchio ordinamento che si occupa di parchi? Che vicinanza potremo vantare poi con nostri colleghi convertiti alla sola grafica (rendering, animazione, ologrammi), od al disegno dei soli layout dei centri commerciali? E che differenza porre tra chi uscirà dal corso di laurea in Ingegneria edile-Architettura e un architetto tout court? Come dobbiamo considerare Pier Luigi Nervi, Morandi, Calatrava, Peter Rice, Cecil Balmond, ed altri che sicuramente dimentico, e solo per fermarci alla modernità? Sono ingegneri e basta?

Questi confini mi sembrano molto deboli perché aumentati di numero e perché facilmente scalabili. L’Università è ormai fatta in percorsi modulari (corsi di perfezionamento, scuole di specializzazione, master di I e di II livello, dottorati di ricerca, seminari con CFU, corsi di specializzazione, ecc.). La formazione, l’apprendimento, domani, saranno totalmente diversi da quello che abbiamo fin qui esperito. Saranno probabilmente addirittura personalizzati: ognuno si costruirà un proprio percorso di crescita, attingendo e scegliendo da più parti blocchi di competenze, unità di apprendimento e cose simili. Anche la metodologia sarà più articolata: corsi on-line, seminari, laboratori, tirocinio, stage, lezioni frontali, ecc.

Se poi sommiamo a quest’articolazione il riconoscimento dei crediti formativi ottenuti dimostrando la propria esperienza professionale, il quadro aumenta drasticamente di complessità. E’ questa complessità che a mio avviso fa “saltare” una rigida definizione.

Non credo più a queste distinzioni solo formali, a questa dicotomia (ingegnere-architetto), basata su un’idea di lavoro e di ruolo sociale, che probabilmente ha avuto il proprio senso e la propria finestra temporale tra la fine dell’800 e la fine del ‘900. Una finestra di 100 anni non è nulla in una pratica costruttiva di 3000 anni. Il mondo che ci attende (credo), è più flou, è più morbido, rispetto a queste distinzioni così nette. “Non ci sono competenze, ci sono idee” (Andy Warhol)

Credo insomma che si compia un errore di “proiezione” (in termini psicologici), immaginando che tutti i nostri iscritti e tutti gli architetti in generale siano dei “compositori”, interessati alla progettazione “nobile”, e che magari tutti abbiano la volontà,  la tenacia, la preparazione e la serietà di riprendersi il ruolo di “regia”. Certo, qualcuno potrà anche aspirare a questo ruolo. Ma chi aspira a questo ruolo è generalmente così preparato, determinato, serio, tenace, che non ha bisogno dell’aiuto di strutture istituzionali.

Si dice che uno degli atout dell’architetto risieda nel fatto che ha una logica generale che capisce di tutto. In che senso dovrà capire tutto? Se è governare un certo processo edilizio da un punto di vista dei tempi e dei costi, beh anche qui dobbiamo lasciare il passo ad altre competenze, che sono quelle del project management, dell’ingegneria gestionale, dell’organizzazione di processi complessi. Se è invece comprendere e criticare un prodotto architettonico alla luce dei suoi risvolti sociali, estetici, culturali, ecc., credo anche qui che occorra una preparazione filosofica od sociologica più profonda e più seria rispetto al corso di laurea attuale. Non credo che basti aver fatto un esame complementare di antropologia per riciclarsi come antropologi o geografi.

 

 

Sono abituato a chiudere i miei interventi con delle proposte. Ne elenco alcune, mi rendo conto molto poco raffinate, sia per la formazione che per la professione. Sono da prendere come una prima “mossa di apertura” della discussione.

 

1)    Riunificazione del corso di laurea di architetti ed ingegneri edili in 4 + 2 anni di specializzazione, di cui 1 in uno studio professionale accreditato

2)    Articolazione delle specializzazioni: strutture complesse, restauro-archeologico, energetico ambientale valutativo, economico manageriale, comunicativo rappresentazionale, ambientale paesaggistico urbanistico

3)    Formazione continua obbligatoria

4)    Riunificazione degli ordini per architetti ed ingegneri edili

5)    Coinvolgimento dell’Ordine nella predisposizione dei programmi dei corsi di laurea

 

 

 

 

 

Annunci

About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

One comment

  1. Hai detto molto ma ti sei dimenticato, o forse lo hai tralasciato, di dire che chi vuole fare l’ingegnere ha certe aspirazioni, attitudini, approccio e chi vuole fare l’architetto tutt’altro. I risvolti professionali sono solo alcuni. Non puoi dire che gli studenti di architettura somiglino molto a quelli di ingegneria e questa differenza si vede anche dopo, nel bene e nel male. Affermare il contrario o voler riunire in un unica figura le due mi sembra una operazione sbagliata anche se forse sara cosi prima o poi. Ahimè !

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...