Articolerò il mio intervento secondo questi punti:

  • Che cos’è il SUAP
  • A che serve
  • Come funziona
  • Cosa cambia con la nuova legge
  • Conclusioni

Il DPR 447/98, istitutivo del SUAP, altro non è poi che un regolamento emanato come conseguenza della L. 59/97 (cd. Bassanini). Il DPR 447/1998 è stato modificato poi dal DPR 440/2000, ampliando le categorie delle attività produttive a cui il SUAP stesso poteva applicarsi.  Lo spirito della norma era dare una spinta alla crescita economica e creare nuove imprese e di conseguenza nuova occupazione. Con la modifica del 2000 sono state introdotte anche l’agricoltura, i servizi finanziari ed altre attività ancora. La semplificazione e le altre disposizioni  erano rivolte sia alle imprese di nuova costituzione sia a quelle che dovevano ampliarsi o ristrutturarsi.

Il SUAP è l’acronimo di Sportello Unico per le Attività Produttive. Tuttavia lo sportello doveva essere l’emanazione della Struttura Unica. La legge che lo ha istituito, il DPR 447/1998, lo ha pensato innovando anche la struttura amministrativa che doveva farsene carico. Il DPR auspicava una riorganizzazione della pubblica amministrazione sperando in una collaborazione extra-territoriale dei Comuni e in un coordinamento regionale. E’ solo in subordine che il SUAP avrebbe dovuto avere un incardinamento comunale.

A che serve?

A consentire alle imprese di aprire un’attività, di insediarsi, di ampliarsi, di riconvertirsi, il tutto con una certa velocità e se necessario anche variando il PRG.

Come funziona?

Il procedimento è basato principalmente su due percorsi: il primo sull’autocertificazione; il secondo sulla Conferenza di Servizi. Entrambi i percorsi partivano ovviamente dalla premessa implicita che occorresse scardinare la consueta lentezza della pubblica amministrazione.

E’ del tutto evidente che la auto-certificazione (del proponente e del tecnico), può applicarsi solo nel caso della stretta conformità al PRG vigente. Ma il caso è poco interessante, perché si tratta in questo modo di abbreviare solo di un poco i tempi di un procedimento.

Più interessante il secondo percorso che, tramite conferenza di servizi, consente una variante al PRG.

Spesso il PRG non ha previsto aree sufficienti all’insediamento, sia perché nella pianificazione si sono disegnati anche le dimensioni dei lotti, sia perché la pianificazione di aree industriali è stata cucita addosso alle reali necessità del momento, prevedendo al massimo una certa tolleranza, ma non modifiche molto incisive. Spesso, infatti, le aziende esistenti hanno già saturato la loro edificabilità ed il loro ampliamento va oltre i limiti posti dal PRG.

Prima curiosità.

Il procedimento, nel caso di variante per un singolo intervento, presenta qualche curiosità. Infatti tutto inizia con la presentazione di un PdC in difformità al PRG. Il dirigente dell’edilizia lo rigetta (non può fare altrimenti), ma se si accorge che il progetto è conforme alle norme igieniche, ambientali, sul lavoro, ecc. ecc., può convocare una conferenza di servizi per l’eventuale variazione del PRG. Ma questo passaggio (a parte la fantasia di un responsabile del procedimento che di sua iniziativa, senza richieste da parte del privato o del Sindaco, convochi una conferenza per una variante al PRG), implica due cose: la prima, che il PdC, sia supportato da un titolo abilitativi (proprietà, affitto qualificato); la seconda, che il PdC sia corredato di una progettazione definitiva.

Ora, è mai credibile che un imprenditore spenda un mucchio di soldi per acquistare un terreno e per le spese tecniche senza una ragionevole certezza di ottenere il permesso? No, non è credibile. E’ evidente allora che nel momento in cui si convoca la conferenza, la decisione politica e quella politica (di variante al PRG), deve essere già presa. Dunque è già stata presa.

Seconda curiosità.

Nel caso di una richiesta di insediamento in variante al PRG, il responsabile del procedimento ha sulle spalle una grande responsabilità: deve infatti dichiarare, prima di convocare la conferenza di servizi, che nel Comune non vi sono aree sufficienti ad ospitare l’insediamento.

E qui vengono al pettine diversi nodi. E’ un momento in cui l’urbanista deve fare alcune riflessioni di tipo politico o almeno sociali, anche suo malgrado. Se, infatti, il responsabile del procedimento accerta che nel Comune vi sono, invece, aree sufficienti per l’insediamento, egli mette in luce un fattore critico e rischia di mettere in piedi un meccanismo molto pericoloso. Qual è la criticità? Beh, se nel territorio vi è un terreno idoneo ad ospitare l’azienda A, l’imprenditore motivato lo avrebbe già negoziato con il legittimo proprietario e probabilmente acquistato o avrebbe formalizzato un compromesso condizionato. Se vi fosse una certa offerta di lotti idonei, l’imprenditore A lo avrebbe già comprato. Se nel Comune c’è un terreno idoneo ed un imprenditore A fa istanza per insediarsi su una parte di territorio non conforme al PRG, sottoponendosi dunque al rischio “politico” della variante, egli sta dicendo anche, tra le righe, che ha rifiutato un certo meccanismo in cui il responsabile potrebbe invece ricacciarlo.

Il meccanismo è quello di un mercato anomalo (ad essere buoni), in cui, a fronte di una richiesta vi è un solo offerente. E’ facile immaginare la dinamica del prezzo da lì in avanti. A Roma c’è una locuzione molto precisa che descrive questa situazione: “Se vuoi respirare paghi: ma ovviamente nessuno ti obbliga a respirare.”

A maggior ragione se l’imprenditore ha bisogno di ampliare il proprio spazio vitale e non ha più terreno di sua proprietà. Perché un conto è l’insediamento di una nuova attività, un conto è l’ampliamento di un’attività in loco. Certo, in via astratta il pianificatore può parificare le due situazioni e dire: metti in vendita il tuo fabbricato che ti è rimasto stretto, e con la liquidità cerca un fabbricato in altro sito che ti vada bene. Ma è veramente un discorso da pianificatore e da amministratore che ignora il paese in cui vive e che ignora i tempi delle aziende. E anche qui non si vedrebbe la logicità di una legge che per favorire l’occupazione, consentirebbe l’insedimento ex-novo dell’attività, in variante al PRG, ma non l’ampliamento.

Come coniugare quindi il criterio delle aree sufficienti in caso di ampliamento? Come sapere lo stato di diritto o gli eventuali accordi tra terzi su un certo terreno? Come conoscerne tutte le componenti fisiche e di vincolo e le loro interazioni o sensibilità con il progetto? Magari se faccio una falegnameria va bene, ma se ci metto una casa di riposo privata non va bene.

Cosa cambia con il DPR 160/2010?

A me pare di cogliere questi punti:

  • l’iniziativa economica privata prende ancora più forza. Silenzio assenso, agenzia per le imprese, ecc. sono tutti segnali che dicono una cosa ben precisa.
  • Il forte ruolo dato alla tecnologia. Le domande ed il flusso dei documenti è tutto telematico, con abbondanza di PEC e firma digitale.
  • Necessità di una riorganizzazione della P.A. O i Comuni sono in grado di attrezzarsi autonomamente od il procedimento è incardinato nelle strutture della locale Camera di Commercio.

 

Anche questo DPR mi sembra punti ad una forte riorganizzazione dell’Ente Comune, decidendosi a designare un responsabile dello sportello. Nelle more in cui i Comuni individuano il Rsponsabile del SUAP, le funzioni sono in capo al Segretario Comunale e, in seconda battuta, che le funzioni legate all’edilizia produttiva, sono assorbite dal SUAP stesso. La pratica edilizia diventa un endoprocedimento rispetto allo scopo ultimo del cittadino, che è quello di aprire un’attività o ampliare la o riconvertire la propria attività.

Nei casi di conformità, tramite la SCIA, l’inizio dell’attività può essere presentata dal privato o in collaborazione con l’Agenzia per le Imprese (soggetto privato accreditato). E la cosa ha termini molto stretti ed un silenzio assenso di 30 giorni.

Nei casi in cui sia in variante al PRG, fatta salva la disciplina regionale, si procede ad una convocazione della Conferenza dei Servizi di cui agli articoli 14 a 14-quinquies della L. 241/1990.

Infine, all’art. 9, re-introduce comunque l’art. 11 della L. 241/1990 ed è un fatto molto importante. L’art. 11 della LR 241/1990, come sapete, prevede la possibilità di accordi pubblico-privati, sostitutivi di provvedimenti.

Conclusioni

Ne discendono alcune cose:

1)    Se nella maggior parte dei casi il SUAP è in variante al PRG è perché il PRG così come lo conosciamo non è più lo strumento adatto a governare le dinamiche del territorio. Non starò qui a farla lunga, ma dobbiamo dire che il PRG ha tempi di redazione troppo lunghi, e che dice e disegna troppe cose. Forse dobbiamo pensare non dico ad un PRG più debole (anzi io dico più forte), ma almeno ad un PRG più plastico, che consenta queste modifiche.

2)    Che queste modifiche debbono essere portate in maniera equa e trasparente sul tavolo negoziale tra PA e privati tramite accordi ex art. 11 L. 241/90, programmi integrati, programmi complessi, anche piani attuativi in variante, magari con qualche forma di partecipazione più ampia. Al di là dei nomi, mi pare evidente che lo scenario si va orientando su una urbanistica consensuale, negoziata, partecipata.

3)    Che per far funzionare questi strumenti in variante al PRG occorrono tre condizioni: 1) una chiara linea politica; 2) una forte autorevolezza dell’Amministrazione, che la deve mantenere; 3) una perfetta sincronizzazione e sintonia tra organo politico ed organo tecnico.

4)    Che è necessario passare dalla co-pianificazione, ormai diventata patrimonio comune degli enti e dei pianificatori, alla co-gestione del territorio.

5)    Che questa co-gestione non può essere più basata su semplici istruttorie che accertino, con un movimento rigido, la conformità o difformità rispetto al PRG, ma che deve basarsi invece su valutazioni e ponderazioni di congruità rispetto a degli obiettivi di sviluppo condivisi.

Qual è il criterio, formale e sostanziale, che consente di farlo? L’interesse pubblico, l’interesse collettivo: non ce ne sono altri. Ecco perché l’innalzamento del tetto del singolo cittadino può essere negato dall’amministrazione: perché la sua utilità collettiva è nulla, se non dannosa.

E’ vero che l’interesse collettivo della realizzazione dell’Ikea è ben maggiore della sopraelevazione del singolo cittadino, ma è altrettanto vero che questa ponderazione dell’interesse collettivo viene fatto dall’amministrazione comunale, magnificando il solo risvolto occupazionale dell’intervento ma indebolendo valutazioni di tipo ambientale, trasportistico sociale, ecc.  E non si dica che non vengono sacrificati altri valori, perché ciò conduce allora all’assurdo che il PRG non serve a nulla. O il PRG serve a qualcosa, ed ha disegnato il territorio cercando di ponderare bene tutti i valori in gioco, ed allora una sua modifica significa anche il sacrificio di alcuni valori e l’innalzamento di altri, o allora il PRG non serve a niente.

Ed allora credo che nel caso di insediamenti di certe dimensioni in variante al PRG, l’intervento debba essere compensato dall’imprenditore con ben altri interventi rispetto agli standard e alle OOUU necessarie per legge.

 

* Traccia dell’intervento tenuto il 10/12/2010 presso il Cinema Esperia di Bastia Umbra. Incontro organizzato dal PD di Bastia Umbra.

 

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About the Author bmbarch

Architetto. Esploratore.

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