Premessa: non sono uno storico, quindi chiedo scusa innanzi tutto al Prof. Pisani se le mie considerazioni saranno forse banali, sotto il profilo disciplinare. Cercherò quindi di flettere “furbescamente” e per quanto possibile il discorso su lidi a me leggermente più congeniali.

Nel proporre alcune riflessioni sul libro del prof. Pisani, devo partire dalle considerazioni iniziali di Franco Purini, che ha stilato la prefazione del libro, sperando solo di poter aggiungere qualche nota marginale. Perché se Purini è concordemente bravo nel disegnare (realizza mostre di soli disegni, scrive saggi sul disegno), io gli riconosco una capacità di scrittura almeno pari. Ciò significa che egli è in grado di sintetizzare un testo in poche righe ed è altresì in grado di contestualizzare perfettamente un lavoro nell’ambito della cultura contemporanea, e non solo architettonica.
Prenderò dunque per buona dunque la sua tripartizione della modernità in architettura.

La prima, quella più nota, quella su cui anch’io (come generazione), mi sono formato, è quella di Pevsner e Giedion, e poi anche Tafuri: la modernità della Bauhaus. Tutto procede quasi secondo una progressione lineare: le avanguardie, la Bauhaus, il Movimento Moderno, l’Internationale Style.

La seconda, che si contrappone alla (ma io vorrei dire: che integra la) prima, è quella definita da Semerani come altra modernità: Tessenow, per esempio. Noto tuttavia, en passant, che questa altra modernità non ha avuto finora una narrazione e descrizione sistematica come la prima.

C’è poi una “terza via”, sostenuta da Portoghesi, che invece negherebbe lo schematismo duale precedente per consentire una distinzione basata sulla scrittura piuttosto che sull’appartenenza a schieramenti.

Questa tripartizione prenderebbe corpo e nutrimento dall’asse epistemologico definito dalla coppia innovazione-tradizione. Il punto, a mio avviso, è centrale, e lo riprenderò dopo.

Anche per quanto riguarda i meriti del libro del Prof. Pisani non posso che ripartire da Purini.
Primo, certamente abbiamo in questo agile volume una mappa attendibile ed estesa della terza via indicata prima. Veramente, la produzione architettonica contemporanea è così variegata che era difficile categorizzare e dunque l’operazione di mappatura è epistemologimente e metodologicamente più adeguata a fotografare la situazione attuale.
Secondo, certamente abbiamo un approfondimento del fenomeno post-modern, aperto da Charles Jencks e poi da Portoghesi. Esistono delle differenze tra Charles Moore di Piazza Italia, il Robert Venturi di Learning from Las Vegas ed il Portoghesi della Strada Novissima. E infine l’evoluzione del pensiero di Portoghesi in questi ultimi trent’anni.

Terzo, pur nella obbligata sinteticità dovuta del lavoro, Pirani riesce a dare conto dei diversi linguaggi e teorie, anche se sul termine “teorie” ho qualche dubbio. Ho qualche dubbio cioè sul fatto che dietro a molti fenomeni architettonici attuali ci siano delle teorie forti.

Il sommario mi sembra comunque emblematico, eloquente, soprattutto il secondo capitolo, distinto in:
L’architettura high-tech
La nuova classicità
Il Postmoderno
Il Minimalismo
Il Decostruttivismo
Le nuove generazioni
Architettura e natura

Completano il libro una “stimolante” bibliografia essenziale ed un opportuno indice dei nomi. Dico “stimolante” perché troviamo testi diversi rispetto a quelli su cui anche qui ci siamo formati: soprattutto monografie, numeri monografici di riviste. In questa mappatura (anche qui), in fondo troneggia solo una Storia dell’architettura contemporanea di De Fusco.

Come dicevo in premessa, non sono uno storico dell’architettura, anche se mi piace ovviamente l’architettura e quindi anche quella che costituisce la nostra storia. Mi sono per un attimo messo nei panni del prof. Pisani: cosa scriverei io dell’architettura di oggi? Qual è l’architettura oggi? Cos’è l’architettura oggi? Quali gli schemi ed i valori entro cui collocare le innumerevoli esperienze architettoniche recenti? Di che cosa può parlare oggi uno storico ed un critico? Perché non credo ad una divisione netta tra storico e critico, ed anche il prof. Pisani, seppure in una generale oggettività del discorso, si consente alcuni giudizi personali, tra l’altro anche gustosamente narrati. Qual è la miglior architettura contemporanea? Che cosa dobbiamo salvare? Qual è il giusto taglio? La professoressa Conforti, circa un mese fa, ci ha illuminato (almeno a me ha colpito moltissimo): ogni 90 ore viene inaugurato nel mondo un edifico progettato da SOM (Skidmore, Owen, Merrill). La storia dell’architettura deve tener conto di questo fenomeno? O nasconderlo dietro alla minima produzione di Gropius?

E ancora: che peso dare alla natura, paragrafo con cui si chiude il libro?
Nella “terza via” indicata da Purini nella prefazione e sostenuta in questi ultimi anni da Portoghesi, il tema della natura ha un peso notevole. Ma c’è un ma: che l’aderenza sic et simpliciter ad alcune soluzioni solo di moda faccia perdere la bussola. Che l’ambiente sia diventato il mainstream. Che l’ambiente sia diventato, con troppa facilità e superficialità, la nuova ideologia, o meglio ancora un ideologismo, che copre la nostra “debolezza”.
Faccio qualche esempio. Realizzare una casa interamente in cemento armato e poi ricoprire la sua facciata nord con un giardino verticale non può dirsi ecologica.
Il grande centro commerciale che ricopre qualche ettaro di superficie prima libera con edifici e parcheggi non può dirsi ecologico solo perché ricoperto di un manto di terreno e di siepi od alberelli.
Siamo più ecologici noi od era più profondamente ecologica l’umiltà e l’intensità di sguardo di Plinio dell’Historia Naturalis?

L’architettura del tempo presente, questo il titolo del libro, presuppone almeno due passaggi essenziali: il primo, una selezione; il secondo, una sintesi. La sintesi è forse più semplice: si tratta di una capacità tecnica. Il primo, invece, obbliga a dei giudizi di valore che, per quanto personali, devono affrontare il mare magnum della produzione architettonica attuale con dei criteri non dico scientifici, ma almeno condivisibili.

Se posso per esempio esprimere una mia personalissima idiosincrasia (mia moglie è del Lago Maggiore), mi sarebbe piaciuto, nell’estenuante fatica della modulazione e calibrazione che un simile testo richiede, vedere un posto migliore per Vacchini, Snozzi, Reihnart, Campi, Pessina: insomma tutta quella scuola ticinese (escludendo Botta), che ha prodotto discreti edifici di qualità in Svizzera.

Tutto questo per dire che scrivere oggi un libro di storia dell’architettura è molto difficile. Sull’architettura di oggi ancora più difficile. Se infatti un libro di storia fino agli anni ’70 poteva risultare impegnativo a causa di un certo schematismo (anche ideologico), lo stesso schematismo poteva tuttavia aiutare nel improbo compito. E’ evidente invece oggi che, in assenza di forti ideologie che facciano da “collante”, e con un imperante e pervasivo atteggiamento relativistico, nichilistico, scrivere un tale libro significa fare un salto nel vuoto. Significa dover ricreare tutto un campo di valori: distinguere tra istanze autentiche e fuochi di paglia.
Con la caduta delle ideologie e l’atteggiamento “debolistico” verso la cultura tutta sono saltati gli schemi.
Fino a qualche tempo fa si poteva ancora parlare di volontà-di-forma, per riprendere una famosa locuzione. Adesso?

Ormai l’unica volontà di forma rintracciabile è quella che mira alla distruzione della forma. La “nuvola” di Fuksas è prossima all’assunzione in cielo, insomma. Sono blasfemo ed iconoclasta, ma la nuvola di Fuksas tende alla propria autodissoluzione. La tendenza alla smaterializzazione, alla mutevolezza, alla fluidità, all’interfaccia, porterà ad una critica radicale della forma in quanto essere.

Lo Zeigeist, adesso, è questo: dissoluzione della forma. E anche la formula, l’etichetta “decostruzionismo” non è del tutto adeguata, perché fa venire in mente una distruzione sintatticamente e morfologicamente rispettosa (Meier, Eisenman, dei primi tempi). Ormai siamo oltre questa fase, ormai è caduta anche questa tensione intellettuale di una ricerca linguistica, oltre che ideologica, ed è rimasta una volontà di dissoluzione tout court. La volontà di forma si è trasformata in volontà-di-forma-originale. Questa iper-originalità si nutre di costosissimo high-tech. Questa iper-originalità ovviamente esclude a priori qualsiasi colonna, qualsiasi fregio: abbiamo già dato, è già visto: già consumato. Questa iper-originalità, questa “ansia del nuovo”, come diceva Montanelli, impedisce qualsiasi storia, a mio avviso: qualsiasi storicizzazione.

Ed ecco che torno al binomio innovazione-tradizione a cui avevo fatto cenno in apertura. Come dicevo è l’asse intorno al quale possiamo schematicamente suddividere la storia dell’architettura dal ‘900 in qua. Il che mette in gioco un concetto fondamentale anche per l’architetto compositore e non solo per lo storico: lo Zeitgeist: lo Spirito dei Tempi. Anzi: lo spirito del tempo presente.
Se mi fosse commissionato, come architetto, un palazzo del governo, ed io azzardassi, azzardassi solo, a realizzare un edificio simile al Campidoglio americano, ritengo che ci sarebbe una sollevazione intellettuale ed anche l’Ordine degli Architetti mi radierebbe dall’albo. Perché?
Lo so: viene da ridere. Ma al di là del giudizio di merito: perché l’operazione appare così insensata? Così folle? Così passatista, anacronistica?
Finora la storiografia canonica, nella sua “dogmaticità”, consentiva la costruzione personale ma condivisa, dello Zeitgeist. Se facevi case bianche, con il tetto piano, senza ornamento alcuno, eri moderno, dunque progressivo, progressista, democratico, ecc.

Ma “ora tutto questo è perduto”, per citare Georg Trackl, ed il libro del prof. Pisani lo dimostra chiaramente. E allora, di fronte a quest’assenza di riferimenti, di teorie forti, di estetiche dominanti, ogni architetto compositore deve ricrearsi il proprio “filo d’Arianna”, come diceva un mio maestro, il prof. Leoncilli. Un filo rosso che non deve essere per forza corretto sotto l’aspetto cronologico e attributivo, ma che deve rappresentare una guida sicura per il proprio operare. La storia dell’architettura diventa allora la nostra amica, il porto in cui possiamo sempre riparare, ma anche l’avversario che ci scegliamo.
E poi, in fondo (non so se sarete d’accordo), ma a me pare che il committente vero dell’architetto non sia il generico cliente, ma la storia dell’architettura tutta: lì sta il vero giudice delle nostre creazioni.

* Traccia della presentazione al testo di Mario Pisani, L’architettura del tempo presente, tenuta presso la Facoltà di Ingegneria di Perugia, 11 novembre 2008

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Architetto. Esploratore.

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